L’autostrada è un non luogo. Si entra e si esce come da un tubo nel quale si corre sfiorando i limiti di velocità. Occhi sulla strada. Attenzione ad auto, camion, moto, pullman. Nella notte luci come in mare per orientarsi.

Taranto è uno dei portali di entrata o di uscita da questo mondo. È l’alba quando il suono squillante del telepass riempie la macchina e la sbarra si alza.

E quando esci dall’autostrada tutto rallenta, la velocità innanzitutto.

Relax dopo centinaia di chilometri di corsa, in apnea. E proprio perché si può riprendere il respiro, è gesto condizionato spalancare i finestrini. Non piove. L’auto si apre rinunciando al filtro e alla barriera dei cristalli, i vetri insomma.

Ed è allora che arriva lo schiaffo. Vedi il mare, ma l’odore che ti riempie i polmoni è quello fetido delle grandi città. Lo percepisci che è veleno.

Il mare allora sembra un trompe-d’oeil, uno di quei dipinti che ingannano lo sguardo, che ti fanno intuire una finestra dove non c’è. E così questo mare di Taranto, che ti sembra impossibile che ci sia. Perché il mare, nell’Ancona che ti sei lasciato alle spalle ore prima, era imperioso con la sua salubre umidità. Qui a Taranto il mare invece si piega, esce sconfitto nella zona industriale.

Le ruote calpestano terra di Siena, come tracce sulla neve, lasciano strisce e alzano polvere, come se invece che una strada stessi correndo su un campo da tennis o una pista di atletica o un pertugio di campagna del centro Italia. E anche qui è inganno, perché delle colline toscane qui non c’è nulla. Il rosso terra di Siena è un rosso che uccide.

E allora, torni in apnea, chiudi i finestrini quando vedi quel rosso che si attacca su tutto, come un virus, come una malattia. Edifici in vendita sono avvelenati da questa polvere rossa, che non risparmia neppure i cartelli vendesi. Di solito brillanti, specchietti per le allodole, qui opachi. Resteranno invenduti, ti vien da pensare, qualsiasi sia il prezzo.

La polvere sembra soffocare la vita. E non può non straniare vedere le indicazioni per luoghi normali: bar, ristoranti, ma più di tutto il senso di irrealtà pervade quando si gira una curva e ci si imbatte su un arco, forse di ferro arrugginito, forse solo vittima della povere rossa, su cui c’è scritto parrocchia.

E sarà per la sensazione di far west, ma vien da pensare che sia animata da un prete resistente, un combattente contro la polvere rossa. Ma è troppo presto per andare a bussare e scoprire se le cose stanno così.

Anche se qui nulla sembra dormire. Luci intermittenti brillano incoerenti tra la polvere rossa, sfidano la polvere che poi rende grigio spento tutto.

Alcune persone camminano, piano e non può non sorprenderti che non si muovano protetti a maschere di ossigeno e tute bianche come succede in tutti quei posti dove, senza proteggersi, si muore.

La grande industria che inquina sta costruendo delle enormi strutture per mettere in sicurezza l’area, per non permettere più alla polvere rossa di entrare nei polmoni dei bambini e delle bambine, di finire assassinati e quindi nei cimiteri della città. Strutture gigantesche che dovrebbero salvare la vita, ma che, ironia della sorte, qui chiamano sarcofagi.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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