“Di Paolo Arena e del suo omicidio chiesi direttamente a Giuseppe Pulvirenti. Eravamo entrambi detenuti nel carcere di Bicocca. Giuseppe mi assicurò che né lui né Nitto Santapaola erano immischiati. Mi disse che sospettavano, attraverso numeri di targa, il coinvolgimento di alcuni campani legati al clan dei Nicotra. E che  l’omicidio era stato eseguito per i favori che Arena avrebbe potuto fare al nostro clan”. A rivelarlo è Orazio Pino nelle bozze del libro che da qualche anno aveva  iniziato a scrivere e di cui ci aveva inviato copia. L’ex collaboratore di giustizia ed ex braccio destro di Giuseppe Pulvirenti, detto ‘u malpassotu, già capo di una delle cosche più feroci di Catania, è stato ucciso a Chiavari lo scorso 23 aprile, una settimana prima del blitz che ha portato ai responsabili dell’omicidio di Paolo Arena, il consigliere comunale di Misterbianco ucciso nel settembre del 1991.

I fatti delle ultime settimane ci hanno spinto ad analizzare con grande scrupolo le pagine arrivate in redazione e le registrazioni della nostra ultima chiacchierata con il collaboratore di giustizia. Già in passato chi scrive lo aveva incontrato a Chiavari, nella gioielleria che Orazio Pino gestiva insieme alla figlia. Quelle vetrine nel centro della cittadina ligure erano ormai una tappa fissa per una risposta cercata per anni: “Nino Gioè si è suicidato?”.

Una domanda che l’ex boss aveva sempre evitato, arrivata ancora e registrata, con la sua risposta, davanti a un aperitivo, in un bar affollato di voci e risate. “Nel carcere di Rebibbia non ero vicino alla cella di Nino Gioè.  Lo portarono nella mia la notte in cui fu ucciso. Mentre moriva mi trasferirono a Cuneo. Dovevano creare un diversivo, fare rumore per coprirne altri. Non si poteva inscenare una rivolta. Lo dovevano ammazzare e basta. Pulvirenti lo conosceva bene a Gioè, era uno intelligente”.

Tutte le altre dichiarazioni sono sembrate inutili. Sono passate senza lasciare traccia. Anche quelle sull’omicidio di Paolo Arena, “un politico corrotto” che esponenti del clan Nicotra, detto dei “Tuppi”, avrebbero ucciso perché “ritenuto un traditore”, visto che “dopo avere intrattenuto relazioni illecite e continuative” con loro “aveva allacciato rapporti d’affari” con la cosca rivale dei Pulvirenti. Sarebbe stato questo il movente del delitto dell’ex segretario della Dc di Misterbianco assassinato il 28 settembre del 1991 ricostruito dal procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, durante la conferenza stampa successiva agli arresti dello scorso 30 aprile, quando in manette sono finiti 26 presunti appartenenti al gruppo dei  “Tuppi”. Fra i 26 arrestati c’è anche un carabiniere, accusato di aver passato notizie ai mafiosi. Un’operazione che ha chiarito le responsabilità di un omicidio rimasto irrisolto. Un’operazione avvenuta a pochi giorni dal delitto di Orazio Pino. Una coincidenza, sicuramente. Perché per l’omicidio dell’ex collaboratore, gli inquirenti hanno dichiarato di aver escluso la pista mafiosa. Così come è stato dichiarato che Orazio Pino avrebbe rifiutato protezione e nome di copertura. Eppure  nella nostra ultima chiacchierata, il collaboratore ha sostenuto il contrario. Il nome di copertura, Orazio Pino, lo avrebbe voluto. Così come il domicilio protetto. A testimoniarlo ci sono registrazioni. C’è la voce di un uomo preoccupato perché “quelli di Misterbianco si stavano riorganizzando”. Lui lo sapeva da anni. Lo aveva già detto a chi scrive, più volte. E temeva i suoi vecchi nemici e le nuove leve di un clan che lui stesso aveva sterminato. Eppure, stando alle notizie fatte circolare, Orazio Pino avrebbe rifiutato qualsiasi tipo di tutela.

Chi l’ha ucciso ha prima manomesso le telecamere del parcheggio poi lo ha raggiunto, alle spalle, e ha esploso un solo colpo alla nuca. Il bossolo non è stato ritrovato. Un’esecuzione. Che niente avrebbe a che vedere – a detta degli inquirenti –  con gli arresti eseguiti a Misterbianco e con l’omicidio finalmente risolto del politico Paolo Arena.

Ma torniamo alle dichiarazioni di Orazio Pino. “Mi trovavo in carcere quando uccisero Paolo Arena. Con lui ero in ottimi rapporti, d’altronde Giuseppe Pulvirenti mi aveva incaricato di trattare con i politici. Ero quello che li avvicinava. Con Arena avevo parlato un mese prima del mio arresto del depuratore, della discarica consortile e del nuovo palazzo municipale. In ballo c’erano diverse centinaia di miliardi. Arena affidava i cottimi fiduciari a un suo amico: sembrava ci fossero più imprese, in realtà tutte portavano alla stessa persona, per questo chiesi il 5% dell’ammontare. Avrebbero dovuto dircelo. Gli interessi erano alti. Ma per questo imprenditore vicino a Paolo Arena si mobilitò addirittura Salvatore Grazioso che nella riunione settimanale con i capifamiglia mi pregò di stare tranquillo e di prendere solo il 3%.  In diverse occasioni, dimostrai ad Arena di essere a conoscenza dei discorsi che aveva avuto con esponenti politici della Regione…  non dubitavo che sapessi tutto, mi diceva, senza capire chi dei suoi interlocutori fosse la nostra fonte. Ad accompagnarlo era un macellaio di Misterbianco, tal Carmelo Caruso, che io e Giuseppe Pulvirenti conoscevamo bene. Paolo Arena oltre ad essere segretario della Democrazia Cristiana di Misterbianco era anche membro del comitato di gestione della USL 35 di Catania, una delle più grandi strutture sanitarie siciliane… è chiaro che per noi, Arena, era un intoccabile. Da proteggere. Anche il geometra Nicola Di Marco, che si occupava delle pratiche in sanatoria, fu ucciso per questi interessi. Ero in carcere quando lo inseguirono nelle stanze dell’ufficio tecnico comunale. Era un mio ‘avvicinato’, pur essendo cognato di Salvatore Nicotra, fratello di Mario Nicotra ‘u tuppu. Alfio Cavallaro, invece, fu ucciso per i testi delle canzoni napoletane che scrivevo per il fratello, Franco Cavallaro…all’epoca avevo una piccola casa discografica. Forse, gli altri, pensarono a qualcosa di più, ma quei ragazzi non avevano niente a che fare col clan Pulvirenti”. E sicuramente niente avrà a che fare con loro Luciano Cavallaro, il pentito che ha permesso di fare finalmente chiarezza sull’omicidio di Paolo Arena. Il nuovo collaboratore di giustizia ha confessato il delitto commesso nel 1991 con tal Antonino Rivilli diventato negli anni braccio destro di Gaetano Nicotra, per tutti ‘u zu tanu, fratello del boss Mario Nicotra ucciso nel 1989 proprio dal clan Pulvirenti. Una settimana dopo l’omicidio di Orazio Pino, nel blitz dello scorso 30 aprile, è stato arrestato anche Tony Nicotra che aveva ripreso il suo ruolo al vertice dopo un periodo di detenzione terminato il 17 febbraio 2017. Il carabiniere che in cambio di soldi avrebbe passato notizie e informazioni è stato sospeso dal servizio ed è rinchiuso nel carcere di Bicocca, a Catania. In quello stesso carcere dove furono detenuti Orazio Pino e Giuseppe Pulvirenti.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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