“Pasquale Scotti? Era uomo di fiducia di Cutolo, sa tutto quello che sa don Raffaele. Sa della morte di Vincenzo Casillo e dell’omicidio di Roberto Calvi. Lui potrebbe confermare molte delle mie dichiarazioni”. Era il 2016. Chi scrive stava raccogliendo una lunga intervista a Maurizio Abbatino, il boss fondatore della banda della Magliana. “Scotti sa dei  rapporti fra noi e pezzi dello Stato e dei servizi”. Dove “noi” sta per “camorristi” e per “mafiosi”. Pasquale Scotti era stato arrestato mesi prima, in Brasile dopo oltre trent’anni di indisturbata latitanza, “l’hanno protetto i servizi”. Il 10 marzo del 2016 viene estradato in Italia e accompagnato nel carcere romano di Rebibbia dove annuncia di voler collaborare. Di Scotti non si sa più niente per mesi. I suoi verbali vengono secretati. Nessuna notizia che lo riguarda viene elargita alla stampa. La collaborazione con la giustizia del neo pentito va avanti per sei mesi finché i magistrati incaricati di raccogliere le preziose dichiarazioni non sentenziano che “niente di importante è stato detto dal boss”. Per questo non potrà accedere allo status e ai “privilegi” riservati ai collaboratori di giustizia. Inutili i ricorsi di Scotti e del suo legale. L’ex boss che tutto sapeva viene ritenuto inutile. Un epilogo inaspettato che fa arrivare alla stampa i verbali di Raffaele Cutolo, dichiarazioni rese dal fondatore della Nuova camorra organizzata subito dopo l’arresto del suo fedelissimo. Chiamato (non si sa ma si suppone) per confermare le rivelazioni  fatte dal pentito mancato, Cutolo parla del sequestro dell’onorevole Aldo Moro: “Potevo salvare Moro ma fui fermato. Aiutai l’assessore Cirillo (rapito e successivamente rilasciato dalle Br, ndr), potevo fare lo stesso con lo statista. Ma i politici mi dissero di non intromettermi“.

Il verbale del boss della camorra, in carcere da oltre mezzo secolo e da 34 anni in isolamento, rispunta sulla stampa come rivelazione bomba nonostante quegli stessi fatti siano stati anticipati in diversi libri pubblicati negli ultimi anni da magistrati e giornalisti, e confermati dalle recenti dichiarazioni dell’ex boss Maurizio Abbatino. Il Freddo della Magliana nella sua lunga intervista diventata libro ha infatti sostenuto che fu proprio Raffaele Cutolo a chiedere a lui e a Franco Giuseppucci di cercare il covo dove le brigate rosse tenevano prigioniero Aldo Moro: “La richiesta arrivò da un politico democristiano e da Nicolino Selis, che era referente di don  Raffaele a Roma. Franco (Giuseppucci) chiese anche a faccia d’angelo, quel Giovanni De Gennaro che fu coinvolto nel sequestro del duca Grazioli. Comunque la prigione era in zona nostra, a poche centinaia di metri da un residence, lo ricordo perché con Franco passammo a controllare. Poi riportammo la notizia a Flaminio Piccoli… era stato lui a chiederci di trovare Moro”. Abbatino precisa: “Mi sembrò strano che non ci chiedessero di fare altro. Pensai che poi, ad intervenire, per liberarlo, si sarebbero sicuramente mossi i camorristi di Cutolo”. Invece non si mosse nessuno. E nessuno si è mai mosso negli ultimi anni, né davanti alle dichiarazioni del Freddo della Magliana né davanti a quelle di don Raffaele. Le prime probabilmente meno note, le seconde rispolverate a più riprese ma tutte comunque ignorate. Il primo verbale del super boss della camorra sul covo ritrovato (insieme all’importante prigioniero) è del marzo del 1991, ma don Raffaele dello stop imposto alla liberazione di Moro ne aveva già parlato nell’80, durante il processo per l’omicidio del medico Mimmo Beneventano, e poi nell’89, durante il processo per il sequestro di Ciro Cirillo e ancora nel ’98 durante il processo per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Uno scenario ampiamente conosciuto eppure rimasto senza risposte e responsabilità.

Perché Abbatino non è mai stato sentito su Moro? Perché la magistratura continua a tacere sulle dichiarazioni di Cutolo?

 

‘Don Rafè, faciteve ‘e fatte vuoste

Puntava a un consistente sconto di pena, don Raffaele, tanto che al suo avvocato, il calabrese Francesco Gangemi (chiamato a mediare dal comitato incaricato di “salvare” Moro) si era detto disponibile a rintracciare il covo delle Brigate Rosse in cambio di uno sgravio che lo avrebbe riportato in libertà. All’epoca il boss era latitante ad Albanella e nella sua villa-rifugio – a detta dello stesso Cutolo – arrivò l’inviato di Francesco Cossiga, il sottosegretario Nicola Lettieri che promise, a nome del ministro degli interni, lo sgravio richiesto. L’affaire, però, non si concluse. Cutolo ricevette un messaggio dal suo braccio destro Vincenzo Casillo (poi saltato in aria all’interno della sua auto imbottita di tritolo e parcheggiata a Roma, nelle vicinanze di una sede dei servizi segreti). Il  messaggio recapitato da Casillo aveva come mittenti alcuni politici campani e chiaramente recitava: ‘Don Rafè, faciteve ‘e fatte vuoste’.  Don Raffaele si fece da parte. Salvo ricomparire (perché richiamato) tre anni dopo per riportare a casa l’assessore democristiano Ciro Cirillo sequestrato dalle brigate rosse.  Cirillo tornò a casa e Cutolo restò in carcere, “fregato” dallo Stato. Perché il boss della camorra che ancora una volta  aveva chiesto sconti e libertà, fu trasferito all’Asinara in regime di 41-bis. Chiave buttata e patto non rispettato.

 

Per i pentiti tira una brutta aria

Casi archiviati. D’altronde chissenefrega delle dichiarazioni di Scotti e delle promesse fatte a Cutolo. Maurizio Abbatino? Inutile anche lui. Sbattuto fuori dal programma di protezione quando a Roma è partita l’inchiesta Mafia Capitale, con imputato Massimo Carminati, l’ex Nar che il Freddo accusò del depistaggio nelle indagini sulla strage di Bologna, dell’omicidio Pecorelli e, chiamandolo in correità, anche di un duplice tentato omicidio. Abbatino, Cutolo, Scotti, e in ultimo Orazio Pino, il braccio destro del boss Giuseppe Pulvirenti ucciso a Chiavari lo scorso 23 aprile diventano i simboli di uno Stato, quello italiano, che quando si tratta di mafia ed eversione spesso non onorano gli accordi presi.

Orazio Pino aveva rivelato a chi scrive di aver chiesto più volte – dopo la fuoriuscita dal programma –  un nome di copertura e un domicilio protetto. Eppure dopo il suo omicidio le notizie fatte circolare sono state altre. Che era stato l’ex boss catanese a rinunciare a qualsiasi tipo di tutela. Orazio Pino è stato ucciso con un colpo alla nuca in un parcheggio dove era solito lasciare l’auto. E la sua voce, registrata da Estreme Conseguenze una settimana prima dell’agguato, dice chiaramente: “Con tutta questa informatica, se vogliono, mi trovano in cinque minuti. Non capisco: tu Stato spendi l’ira di Dio per vent’anni e poi alla fine mi butti fuori”.

Non si sa ancora chi ha premuto il grilletto dietro la nuca di Orazio Pino. Ma una domanda possiamo farla:  se in quel garage ci fosse stato qualcuno a proteggerlo Pino, oggi, sarebbe vivo? Una domanda che mai ci faremo (speriamo) per Scotti e Cutolo, i non collaboratori protetti in cella.

Ma per Abbatino? Per il boss della Magliana, al momento, diamo solo risposte: mai ha chiesto di restare senza nome di copertura e domicilio protetto. Con certezza, chi scrive, conferma che continua a chiedere entrambi da anni. Che lo fa tutte le volte che arrivano notizie di un pentito ucciso per strada, picchiato o suicidato. Un lungo elenco di vittime che si è arricchito, negli ultimi mesi, con nomi illustri, da Giuseppe Siino, figlio del superpentito al vertice degli affari e degli appalti di Cosa Nostra, Angelo Siino, suicidatosi dopo un litigio con la moglie, a Marcello Bruzzese, fratello del  pentito di ‘ndrangheta Girolamo Bruzzese, rintracciato e giustiziato a Pesaro. Il fratello del Freddo è già stato eliminato: Roberto Abbatino fu torturato e ucciso con trenta coltellate nel 1990. “Mai hanno rintracciato i suoi assassini, mai nessuno ha pagato per la morte di Roberto”, lamentava il boss durante la sua lunga intervista. Lamentava anche altro, a dire il vero. Che a cacciarlo fuori dal programma era stata una commissione con all’interno “strani” nomi. Un paio di persone sarebbero state indagate per altro (mai condannate) e una in particolare avrebbe incrociato, attraverso un suo uomo di fiducia, interessi in centri di accoglienza per immigrati. Coincidenze e ipotesi a parte, una commissione che – ed è giusto e sano scriverlo –  mai avrebbe fatto scelte insensate e inspiegabili. La colpa è di quest’aria pesante che sfibra i nervi dei collaboratori di giustizia. Di suicidi e colpi alla nuca che fanno pensare a un’aria sporca, di tradimenti che non appartengono agli infami storici. Di gole profonde che ispirate da personali interessi rivelano nomi e indirizzi. Insomma, un’aria pesante. Da resa dei conti.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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