VELENI CONNECTION NEL DELTA

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 06 Maggio 2019
15 minuti

Facevano così: si occupavano del trattamento di fanghi di origine industriale, li spandevano sui terreni come fertilizzante, ma omettevano trattamenti e lavorazioni previste dalla normativa mescolando rifiuti di varia origine per renderne impossibile la tracciabilità. Il tutto secondo uno schema che prevedeva con altissima probabilità anche la manomissione di analisi e certificazioni, come cambi nelle bolle di accompagnamento dei carichi. Siamo ad Adria, località Ca’ Emo, secondo comune della provincia di Rovigo, a pochi chilometri dal Parco naturale del Delta del Po, teoricamente un’area protetta. Qui, tra il 2010 e il 2014 due società specializzate nel trattamento dei fanghi di depurazione Coimpo e Agribiobert avrebbero fatto sparire 150mila tonnellate di fanghi, l’equivalente di 6mila camion di rifiuti, spargendo 13mila tonnellate di rifiuti non trattati sui terreni agricoli. Oggi il Sindaco di Adria, Omar Barbierato, che amministra la città da luglio 2018, lancia un appello di aiuto e sostegno alla regione e ai ministeri della salute e dell’ambiente che si devono fare carico degli accertamenti sulla salute di cittadini e ambiente e di una quanto mai probabile e necessaria bonifica del sito. “Siamo parte lesa. Il costo sulla nostra salute va certamente verificato dagli enti e ministeri competenti, è presumibile che una bonifica sul sito costi migliaia di euro e non possiamo essere noi a pagare. Per anni il comitato di cittadini di Ca’ Emo ha lottato contro gli odori che respiravano chiedendo agli enti competenti se fossero a norma. E sono stati ignorati. Abbiamo inviato anche un’interrogazione al Ministero della Salute, potrebbero esserci pesanti effetti rispetto a quello che è penetrato nei nostri campi. Non si possono escludere nemmeno i Pfas”.

Ad oggi nulla è stato fatto. Se non rispondere che i dubbi su quello che campi e vasche potrebbero contenere sono leciti. Nessun intervento di svuotamento né bonifica. Una delle aziende, la Coimpo è fallita, lasciando all’aria e agli abitanti della zona di Ca’ Emo enormi vasche piene di questi fanghi, il cui contenuto chimico, tra metalli e idrocarburi accertati, è ancora poco chiaro. Chi doveva controllare? Chi nei controlli ordinari doveva accorgersi fin dal 2010 dell’enorme differenza tra il materiale che entrava e quello che usciva dallo stabilimento, circa 50mila di tonnellate ogni anno? Domande che forse troveranno una qualche risposta grazie alla maxi inchiestadella Direzione distrettuale antimafia di Venezia, che ha coordinato gli accertamenti dei carabinieri forestali di Rovigo, e che è nata di fatto dalla morte di quattro operai Nicolò Bellato (28 anni); Paolo Valesella (53); Marco Berti (47); Giuseppe Baldan (48), uccisi da una nube tossica sviluppatasi proprio nello stabilimento Coimpo in seguito al versamento di acido in maniera non corretta in una delle vasche usate per trasformare i rifiuti speciali in fanghi – presa in affitto dalla Agribiofert. L’udienza nei confronti degli indagati, che sono almeno una trentina, entrerà nel vivo il 23 e il 30 maggio, quando è prevista la discussione. Altri tre imputati hanno intascato il patteggiamento a 8 mesi di reclusione con sospensione della pena, per gli altri che avrebbero dovuto bonificare l’area per avere garantita la sospensione della pena il processo andrà avanti. Al momento della chiusura delle indagini preliminari risultavano poi indagati 14 titolari di ditte di autotrasporto che avrebbero conferito i fanghi al centro dell’inchiesta, senza avere i requisiti di legge, ossia la iscrizione all’albo dei gestori ambientali. Indagati anche cinque imprenditori agricoli o conduttori di fondi tra Adria, Pettorazza e Villadose, oggetto di spandimenti. Infine, il caso di due fondi agricoli, dove la quantità di fanghi finita sui terreni sarebbe stata tanto elevata da trasformarli in vere e proprie discariche, con anche valori di inquinanti fuori scala. il Comune di Adria, appunto, si costituisce parte lesa. “Chiedo da tempo ad Arpav di fare la caratterizzazione dei fanghi all’interno del sito – ci racconta ancora il Sindaco Barbierato -. Dobbiamo sapere che cosa contenevano quei fanghi, va fatta un’analisi precisa delle sostanze per capire quali sono i rischi sulla salute rispetto a contenuti che per anni non sono stati adeguatamente controllati. Con la Provincia stiamo lavorando sulla creazione di un’ordinanza da fare ai proprietari dei terreni su cui sono stati fatti questi sversamenti per andare a fare le analisi sui loro campi e quindi una caratterizzazione dei prodotti che abbiamo chiesto di fare anche all’Ulss di competenza. Serve, insomma, un’indagine epidemiologica. La pratica di sversare enormi quantità di queste sostanze sui campi è stata certificata da una relazione della forestale almeno dal 2011, con analisi a campione nei campi fatte nel 2015”. (Su queste analisi e sulla possibilità che ci siano anche Pfas Estreme Conseguenze ha chiesto l’accesso agli atti)

Si parla anche di uno screening sulla popolazione polesana, che ricorda vagamente quello fatto appunto per i Pfas, e che si unirebbe a quello che alcuni Consiglieri Regionali – Patrizia Bartelle (Italia in Comune), Piero Ruzzante (Liberi e Uguali) e Cristina Guarda (Civica AMP) –  avrebbero chiesto pochi giorni fa sulla popolazione polesana alla luce del ritrovamento di Pfas nel tratto del Fiume Po che rientra nella competenza territoriale della Ulss Polesana.

Gli screening quindi potrebbero riguardare sia la ricerca di Pfas nel sangue sia un’indagine a partire da chi in questi anni ha respirato le esalazioni dai campi. Come dicono i membri del comitato “Ca’ Emo nostra” e “In difesa dell’ospedale di Adria” e altri 11 comitati che si sono uniti per dire “stop al Polesine terra di conquiste e inquinamento” dopo anni di uso agronomico sui suoli di fanghi di recupero e di loro derivati – dicono –  ci si ritrova con analisi ufficiali dei terreni che evocano nomi sinistri come idrocarburi pesanti e policlorobifenili. Questi composti penetrano nel terreno, vengono catalizzati dalle piante ed entrano nel ciclo alimentare di animali ed esseri umani e, alcuni, hanno effetto cancerogeno. Il caso Coimpo è solo la punta dell’iceberg di un sistema malato, frutto di un’interpretazione predatoria delle regole del mercato, che porta a morti sul lavoro, e sconvolge un territorio che si trova a fare i conti con lo spettro di un pesante inquinamento. I raccolti di queste terre sono stati venduti e mangiati senza sapere cosa vi fosse sparso”.

Sui fanghi prodotti dal trattamento delle acque industriali, in particolare, va detto il Veneto, come risulta nell’ultimo Rapporto Ispra sui rifiuti speciali risulta il maggior produttore di fanghi “prodotti dal trattamento biologico delle acque reflue industriali, contenenti sostanze pericolose” (Codice EER 190811, costituiscono l’1,9% dei fanghi pericolosi) con 1.009 tonnellate su un totale nazionale di 76.462 tonnellate; la Lombardia (14.680 tonnellate) ha invece il “primato tossico” per i fanghi “contenenti sostanze pericolose prodotti da altri trattamenti delle acque reflue industriali (Codice EER 190813), che costituiscono il 98,1% della produzione nazionale di fanghi pericolosi tanto che anche qui nel luglio del 2016 il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Milano, su mandato della locale Procura, ha indagato sul Centro Ricerche Ecologiche Spa (C.R.E. Spa), uno dei più grossi impianti per il trattamento di fanghi di depurazione della Lombardia che, come hanno evidenziato gli inquirenti, tra il 2012 e il 2015 avrebbe sversato illecitamente circa 110.000 tonnellate di fanghi di depurazione su terreni tra Lodi, Cremona e Pavia. Operazione che avrebbe generato per l’azienda un profitto illecito di 4.500.000 euro. Un decreto – da molti definito sanatoria – che riguarda i limiti di inquinanti in fanghi di depurazione e gessi di defecazione utilizzabili come fertilizzante agricolo è stato fatto proprio dal Governo giallo verde: si tratta del Decreto Genova su cui il sindaco di Adria come altri è molto critico: “Non è vero che sui fanghi non c’erano limiti. Anche la Corte di Cassazione ha ribadito poco tempo fa che sono applicabili quelli previsti in generale dal 2006 per le bonifiche di aree degradate. La soluzione per evitare illeciti che danneggiano pesantemente i luoghi dove viviamo non è ampliare un limite (per gli idrocarburi, ad esempio, si passa da 50 a 1000 mg/kg), ma dovrebbe essere quella di disporre adeguati controlli su come operano queste aziende non consentendo vita, messa in opera e pure fuga al partito degli inquinatori”. Per alcuni, però, il testo unico ambientale del 2006 cui fa riferimento il Sindaco di Adria, non prevede un chiaro riferimento ai fanghi da spandere in agricoltura, ma solo ai suoli oggetto di bonifica: una lacuna giuridica che negli anni ha aperto le porte a decine di ricorsi, sia da parte di aziende che spandono il fango per chiedere soglie più alte, sia da parte di amministratori locali e cittadini preoccupati per gli effetti di questa attività su ambiente e salute.

A Mantova, Alberto Zolezzi, parlamentare del M5S, in commissione Ambiente alla Camera dei Deputati, che ha presentato un progetto pilota di monitoraggio dei pozzi privati ad uso idropotabile e irriguo nei Comuni di Curtatone, Schivenoglia, Quingentole e Castiglione delle Stiviere e che di fatto  denuncia il ritrovamento anche qui di sostanze che nell’acqua non ci dovrebbero essere, come nitrati e ammoniaca, ci chiarisce il problema delle analisi vincolate condotte dalle Arpa su tutti i territori italiani e, in particolare, la questione fanghi in agricoltura. “Siamo sotto attacco sia per quanto riguarda il problema delle acque sotterranee e delle falde sia nello spandimento di fanghi, gessi e digestati industriali. E siamo difronte a scelte che vanno in direzione ostinata e contraria a quanto va fatto per tutelare davvero l’ambiente. Non è possibile che, per esempio, Arpa faccia più di un centinaio di analisi e ne pubblichi soltanto una, perché le altre sono vincolate da segreto industriale. Almeno alla fine di un’istruttoria tutto quello che è stato trovato va reso pubblico. Solo nel 2016, sui terreni italiani sono state sparse tonnellate e tonnellate di fanghi con molte criticità e nessuna legge organica a regolarne l’uso. Quella sui fanghi è una normativa che abbiamo fatto quindi in emergenza, una prima versione considerando la gravità di alcune aree, come la Lombardia, interessate all’esposizione di oltre 360mila tonnellate di fanghi. Oggi è in corso di completamento attraverso un tavolo tecnico che deve valutare quantità e pericolosità di idrocarburi, diossine e altre sostanze per arrivare ad una normativa ancora più tutelante. Siamo stati i primi in Europa a determinare dei limiti che certamente possono essere migliorati, ma che rappresentano un punto di partenza fondamentale per una politica sui territori che non può più permettersi di spandere e trattare a piede libero rifiuti di ogni tipo. Il lavoro su questo decreto procede attraverso il contributo di esperti e scienziati, operatori e anche comitati dei cittadini, come quelli sui Pfas”. Zolezzi dal canto suo su questo precisa “Bisogna capire chi ancora produce Pfas, bloccare completamente queste tutte queste aziende. E’ inutile che Zaia chieda adesso restrizioni o limiti zero, in più di una commissione ci siamo di fatto sostituiti alle istituzioni venete e all’operato di Arpa Veneto che avrebbe dovuto controllare e dare garanzie certe. E poi per quanto riguarda le inchieste in corso devono stabilire una cosa molto semplice: cosa produceva davvero l’azienda di Trissino? Produceva, manipolava, smaltiva?”.

Fanghi e Pfas, insomma, fino ad oggi sono stati sparsi in Italia senza regole, con pochissime garanzie per la salute e l’ambiente da parte di tutte le Regioni: rimane la questione se sia giusto continuare su questa strada o prevedere che si cambi davvero. Adria, per i fanghi e i comuni del Veneto per i Pfas, intanto, aspettano.

 

Condividi questo articolo:
Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

Commenta con Facebook