«Sapevano che quelle emissioni ci avrebbero ucciso. I danni che il siderurgico avrebbe procurato alla città erano noti a chi ne autorizzò l’insediamento. Ci sono documenti che lo provano». Massimo Ruggieri dell’associazione “Giustizia per Taranto” ci mostra carte, disegni, foto e una prima denuncia datata 1965. «La prima manifestazione ambientalista è stata fatta nel 1971, c’era mio padre in prima fila. Lottava per il suo diritto a vivere. E dopo tutti questi anni siamo ancora qui con queste ciminiere: la città è dal 1991 “area a elevato rischio ambientale”. La prima condanna è del 1982  per “getto di polveri”. Un avvelenamento quotidiano che va avanti da oltre mezzo secolo, sotto gli occhi di una classe dirigente ipocrita e interessata ad altro». O intercettata mentre, con tecnici compiacenti, se la ride per i morti di cancro. Fra una sghignazzata e l’altra di questa brava gente, Massimo Ruggieri e i cittadini di Taranto continuano a lottare «perché non c’è solo l’Ilva ad inquinare ma anche altri colossi, come Cementir ed Eni. E la normativa italiana non prevede la sommatoria delle sostanze inquinanti rilasciate nell’aria, nell’acqua e nel suolo da tutti gli impianti industriali ma si limita a considerarli singolarmente. Va detto anche – precisa Ruggieri –  che il legislatore, nel caso di Taranto, tende a spostare l’asticella sempre più in là, favorendo le aziende con discutibili parametri normativi». Lo scorso 24 aprile, “Giustizia per Taranto”, insieme ad altre realtà attive sul territorio, ha consegnato ai ministri arrivati per un “interessante” Tavolo Tecnico un documento con sette quesiti che vanno dalla mancata richiesta ad Arcelor-Mittal della Valutazione Integrata di impatto ambientale e sanitario a una immunità penale non ancora annullata.  «In Ilva – si legge nel documento – si compiono quotidianamente reati ambientali gravi e nessuno di questi viene fermato nonostante la promessa da parte del governo di rigidissimi monitoraggi. Perché nessuno interviene? Perché non viene reso noto un chiaro crono-programma che dettagli tempi, responsabilità e attività per la “chiusura progressiva delle fonti inquinanti”?». Un impegno importante che Taranto rivendica e ricorda nel suo elenco di domande, che riguardano anche la presidenza dell’Osservatorio per l’attuazione del Piano Ambientale affidata a tal Giuseppe Lo Presti. Nel documento, inoltre, le associazioni invitano il Governo a chiedere lume sugli investimenti effettuati da Arcelor Mittal in manutenzione ordinaria e straordinaria, da novembre ad oggi, e la specifica degli impianti su cui sono state o saranno spese tali somme.

Insomma, a Taranto chiedono e aspettano. Le risposte (ai quesiti e non alle promesse) potrebbero arrivare col prossimo Tavolo Tecnico previsto fra due mesi, o nel successivo. D’altronde la task force politica sbarcata in prefettura lo scorso aprile ha annunciato che ci saranno tavoli a scadenza bimestrale per controllare i lavori di bonifica. Perché nella città dei due mari «bisogna pensare al futuro, a progettare, bonificare e recuperare. Perché Taranto è un luogo di opportunità, non un problema». Un luogo di opportunità per pochi e di morte per molti.

 

“MEGLIO SE L’ILVA NON CI FOSSE MAI STATA”  

«Era la città più bella del Mediterraneo, un primato che contendeva ad Alessandria d’Egitto. Taranto è rimasta così fino agli anni ’50, fino alla nascita dell’Ilva. C’è un filmato della costruzione del siderurgico che mostra lo sradicamento degli ulivi, quasi come un atto di bellezza. Di vittoria», Michele Emiliano, il governatore della Regione Puglia, a conti fatti, lo ammette: «Sarebbe stato meglio che l’Ilva non ci fosse mai stata».  Una dichiarazione, l’unica, condivisa con Vincenzo Carriero, direttore del giornale online Cosmopolismedia: «La politica ha sommato, in tutti questi anni, pesanti ritardi e le classi dirigenti locali sono state inadeguate. Per tutti l’Ilva è una grande mammella dalla quale trarre benefici economici». Un continuo turnover che il primo giugno porterà a Taranto nuovi commissari straordinari. Anche se, ad oggi, i cittadini della città pugliese non conoscono le proposte di intervento poste sotto la responsabilità dei neo nominati. Ma è poco importante. Perché, come ricorda il governatore Michele Emiliano, «si stanno spendendo soldi per le bonifiche esterne senza aver chiuso la fonte inquinante. Tutto quello che viene bonificato rischia di essere nuovamente compromesso». La costosa bonifica procede. Nel quartiere Tamburi, a ridosso del siderurgico, aspettano l’ultimo arco del sarcofago d’acciaio che andrà a ricoprire i parchi minerali. «Coprirli –  sostiene Massimo Castellana dell’associazione “Genitori tarantini” –  non risolverà il problema: resteranno esposti ai venti i parchi di loppa, gli scarti di produzione, che sono ancora più pericolosi. Sarà una struttura  alta 80 metri che sovrasterà la città. Che sarà la sua pietra tombale». Col vento da nord, il sarcofago non permetterà alla polvere rossa di sollevarsi, di invadere le abitazioni e di luccicare nell’aria: «Stanno facendo le coperture senza aver pavimentato. Le polveri hanno già inquinato le falde che entrano nel Mar Piccolo e nel Mar Grande». Un sarcofago inutile. La polvere rossa, dentro la quale politici e imprenditori impastano da oltre 60 anni respiri e rantoli, continuerà a uccidere. Passando dal mare.

Un mare dove si spostavano le paranze, barche piatte in legno scorticato che andavano a recuperare all’alba reti stracolme di cozze: «Era quello il nostro oro. Era il mare la nostra ricchezza», ricorda Massimo Castellana. «E il Mar Piccolo, con i suoi 28 chilometri di costa, può tornare a dare lavoro pulito non un lavoro che avvelena quale può essere la prerogativa dell’Ilva. Taranto può farcela se viene lasciata tranquilla e i suoi terreni bonificati. E se per una volta tanto si usasse il cervello». Sarà questo il problema, il cervello. Perché i calcoli (prima in lire e poi in euro) sono stati fatti col cervello, non col cuore. E se i conti non si fermano nemmeno di fronte alla sofferenza e alla morte dei bambini il messaggio che passa è pericoloso. Se una madre, con dignità, chiede a un politico di cancellare sui figli di Taranto la scadenza    degli yogurt e il politico fa spallucce, il passo verso l’abisso è breve. Le madri non parlavano, una volta. Raccoglievano in secchi di plastica quella maledetta polvere rossa spazzata dai balconi e dai pavimenti delle loro case. Poi, strette nei lori vestiti neri, la portavano, silenziose, quasi rassegnate, davanti ai cancelli dell’Ilva. Lo scorso 4 maggio, durante l’ultima protesta, quegli stessi cancelli sono stati superati da petardi e lacrimogeni. Bottiglie di vetro vuote e sassi sono stati lanciati contro poliziotti e carabinieri schierati in assetto antisommossa. Perché il dolore spinge oltre. Abbatte i confini. Pressa la gente perbene fino a farla urlare. Il Governo ha il dovere di ascoltare un popolo che dice “basta”. Ha l’obbligo di rispondere, in fretta.

 

Video di Raffaella Fanelli e Fabio Boncagni

 

Condividi questo articolo:

Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

PROSSIMO ARTICOLO

URLO DAL SILENZIO

Commenta con Facebook