L’ITALIA RIPUDIA MA NON TROPPO

L’Italia ripudia, ma non troppo

1. L’esportazione, l’importazione e il transito di materiale di armamento nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia. Tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali
2. L’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento, di cui all’articolo 2, nonché la cessione delle relative licenze di produzione, sono soggetti ad autorizzazioni e controlli dello Stato.

Sono i primi due articoli della legge 185 del 1990 che regola e definisce il commercio di armi del nostro paese. Non sempre rispettati, come nel caso delle forniture da parte di RWM Italia all’Arabia Saudita, questione venuta alla ribalta negli ultimi giorni per il rifiuto ad effettuare operazioni di carico da parte dei lavoratori portuali di Le Havre e di Genova sulla nave Bahri Yanbu.
La nave trasporta armamenti e materiali destinati a essere impiegati nella guerra in Yemen, non è chiaro cosa debba caricare in Italia.
I ‘canali’ genovesi stanno fermando le operazioni di carico. Il cargo saudita potrebbe dirigere verso La Spezia dove sarebbe garantita maggiore discrezione nelle operazioni, visto che il porto spezzino è uso essere un punto d’attracco per materiale bellico.
La fabbrica della RWM Italia è a Domusnovas, in Sardegna. Il governo Conte ha promesso di bloccare qualsiasi esportazione di armi dall’Italia che abbia a che fare con la guerra in Yemen. Lo disse nella conferenza stampa di fine anno il 28 dicembre 2018. Cinque mesi dopo tutto tace. L’Italia continua a rifornire di armi quel paese. E continua a fornire armi anche alla Turchia che le usa contro le popolazioni curde.

L’ultima relazione al Parlamento (obbligatoria per legge) sul commercio di armi italiane è del 13 maggio.

Il valore della produzione e del commercio di armi in Italia è di circa 5 miliardi di euro. Ma la voce che davvero conta nell’analisi dell’industria bellica nostrana sta nelle autorizzazioni rilasciate da Ministero della Difesa e dello Sviluppo Economico. Le autorizzazioni precedono, come è ovvio, la produzione vera e propria e possono svilupparsi su piani di investimento di diversi anni.

Complessivamente, per le sole licenze individuali, negli ultimi quattro anni (2015-2018) sono stati autorizzati trasferimenti di armi per 36,81 miliardi cioè oltre 2 volte e mezzo i 14,23 miliardi autorizzati nei quattro anni precedenti (2011-2014). (Fonte Rete Disarmo).
Nel 2018 sono stati oltre 80 i Paesi del mondo destinatari di licenze per armamenti italiani.
Lo scorso anno hanno comprato armi italiane Germania (278 milioni), Regno Unito (221 milioni), Francia (152 milioni) e Stati Uniti d’America (133 milioni) Pakistan (207 milioni), Turchia (162 milioni), Arabia Saudita (108 milioni), Emirati Arabi Uniti (80 milioni) India (54 milioni), Egitto (31 milioni). Per quanto riguarda le licenze concesse ai vertici della classifica troviamo Qatar, Pakistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, seguiti da Germania, USA, Francia, Spagna e Regno Unito. Completa la “top 10” l’Egitto.
Il 72% di autorizzazioni è rivolto a Paesi non appartenenti alla UE o alla NATO.
“Gli affari dell’industria militare italiana vanno sempre di più fuori dalle alleanze internazionali dell’Italia – dice a EC Francesco Vignarca (coordinatore nazionale della Rete Italiana per il Disarmo e tra i massimi esperti internazionali in tema di industria e commercio bellico) e verso le zone più instabili del mondo.
Veniamo da anni in cui le autorizzazioni ministeriali sono costantemente cresciute e questo da al comparto la certezza di avere buone commesse anche per i prossimi anni. Però è importante comprendere un aspetto: l’industria bellica italiana non è un settore strategico dell’economia di questo paese. È un falso mito. Potremmo farne a meno. L’export italiano delle armi è circa lo 0,5% di tutto l’export del nostro paese, che evidentemente esporta prodotti più buoni, più belli, più sicuri che non le armi. Parliamo sempre ci cifre importanti, certo, parliamo di 3miliardi di euro, ma altri settori economici hanno numeri ben maggiori. L’altro aspetto da sottolineare è il fatto che invece gli acquisti di armamenti per le nostre forze armate passano sempre di più dal Ministero dello Sviluppo Economico e sempre meno dalla Difesa. È interessante notare come molte scelte, molti investimenti pubblici, passino da vari ministeri a Leonardo, una società al 30% pubblica e controllata dal potere politico. Leonardo (ex Finmeccanica) è il principale fornitore delle Forze Armate, insomma lo Stato paga sé stesso e forse non tutte le scelte sono state dettate da effettive necessità strategico-militari. A Leonardo chiediamo anche di chiarire la presenza di suoi elicotteri in Turkmenistan, paese verso il quale non ci sono autorizzazioni ad esportare, e di suoi armamenti in Yemen. I dati che vengono forniti nei rapporti annuali sono tantissimi e anche precisi ma riuscire a trovare i dettagli dei vari passaggi è molto complicato. Se è vero che la legislazione ha imposto un certo livello di trasparenza sul commercio delle armi, si potrebbe fare molto di più perché anche per noi è difficile riuscire a incrociare tutti i dati e troppo spesso qualcosa sfugge. I casi dello Yemen, dell’Arabia Saudita, del Turkmenistan sono un esempio”.

Le aziende ai vertici della classifica per licenze ricevute nel 2018 sono Leonardo (con oltre 3,2 miliardi autorizzati), RWM Italia (quasi 300 milioni), MBDA Italia (234 milioni) e Iveco Defence (quasi 200 milioni) seguite poi da Rhenimetall Italia, Fabbrica d’armi Pietro Beretta e Piaggio Aero (tutte con oltre 50 milioni di licenze). Nei trasferimenti effettivi domina Leonardo (1,1 miliardi complessivi) seguita da Iveco Defence (166 milioni), GE Avio (117 milioni), MBDA Italia (100 milioni) e RWM Italia (90 milioni).

“Tutto quanto viene esportato dall’Italia, verso qualsiasi paese, viene autorizzato” dice a EC Guido Crosetto,
Presidente di AIAD (la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza) “e le nostre aziende per la qualità che hanno potrebbero fare molto di più. Rispetto agli altri paesi operiamo in condizioni molto più difficili, dobbiamo seguire regole molto più stringenti. Non possiamo fare accordi diretti con altri governi, siamo controllati in ogni passaggio. L’industria della Difesa italiana, che da lavoro a 150mila persone, potrebbe fare molto di più. Anche questa polemica sulla nave saudita, sulle commesse a quel paese, è speciosa. Nessuna azienda in Italia può far nulla senza autorizzazioni e se le autorizzazioni ci sono vuol dire che la legge è rispettata. Le commesse all’Arabia Saudita sono state autorizzate e quindi…”

Dal punto di vista di Crosetto il ragionamento non fa una grinza. Meno lineare la posizione del Governo italiano che, ripetiamo, aveva promesso di fermare il commercio di armi italiane con un paese che bombarda dei civili, bambini compresi.

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Daniele De Luca: Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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Estreme Conseguenze - testata giornalistica Registro Stampa Tribunale di Verona numero 2114-3/9/2018.
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