BOLOGNA, IN SCENA IL VIDEO DELLA STRAGE

Immagini raccapriccianti quelle passate davanti agli occhi di chi ha assistito all’ultima udienza del processo all’ex Nar Gilberto Cavallini. 50 minuti di un video Vhs girato nei primi drammatici minuti successivi all’esplosione che quel 2 agosto del 1980 provocò 85 morti e 200 feriti alla stazione di Bologna. Macerie, morti, lacrime e volti. Volti che i giudici hanno deciso di far periziare. Perché un riconoscimento facciale potrà stabilire se, ad affondare i piedi fra spunzoni contorti, vetri, lamiere e convogli sventrati, c’era anche un carnefice. Magari lo stesso volto estrapolato dal   filmino amatoriale in Super 8 girato da un turista tedesco. Un volto tanto somigliante alla faccia di Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale. Il fotogramma, recuperato dall’archivio di Stato dall’associazione dei familiari delle vittime, mostra un uomo con i capelli ricci, i baffi e le sopraciglia folte, simile a com’era Bellini nelle foto segnaletiche dell’epoca.

Nell’inchiesta Bellini ci finì subito e all’accusa di aver partecipato alla strage replicò con un alibi traballante che pure portò, per l’assenza di altri riscontri, al proscioglimento. Nelle immagini trasmesse oggi in aula si cercherà anche il suo volto. Decisa anche un’altra perizia: sarà effettuato l’esame del Dna sui resti riesumati lo scorso 25 marzo e attribuiti a Maria Fresu, una delle 85 vittime della strage, nonostante un riconoscimento fatto all’epoca da Salvatore e Giuseppina Fresu, padre e sorella della vittima.

Dario Mariani (ex Nar mai indagato per la strage), Valerio Fioravanti e Francesca Mambro (entrambi condannati per la strage di Bologna) soggiornarono nel dicembre del 1980 in un appartamento di via Washington a Milano di proprietà dei servizi: questa la novità emersa da un rapporto depositato in udienza dalle parti civili per dimostrare il collegamento dei Nar con altre strutture. Intanto dal fascicolo sulla trattativa Stato Mafia spunta il collegamento fra Paolo Bellini e Sergio Picciafuoco. Si tratta di un rapporto di due pagine che noi di Estreme Conseguenze abbiamo avuto la possibilità di visionare. Perché è importante? Perché Picciafuoco quel 2 agosto del 1980 era a Bologna, alla stazione. Con un documento falso, a nome di tal Enrico Vailati, appartenente a uno stock di moduli sottratti al comune di Roma nel 1972 e successivamente pervenuto al servizio di informazione dell’organizzazione Anello. Un particolare che impone inquietanti interrogativi sui mai chiariti rapporti di Picciafuoco con tale Servizio. Sempre nella disponibilità di Picciafuoco c’era un passaporto con lo stesso numero identificativo di quello utilizzato da Alessandro Alibrandi e proveniente da Riccardo Brugia (il fedele amico e braccio destro di Massimo Carminati). È chiaro quindi che Picciafuoco non fosse, come hanno urlato Adinolfi e Fiore nella conferenza stampa pro-Cavallini, un “delinquente comune” ma un uomo legato ai Nar e, pensando a quello stock di carte di identità, collegato anche ad altro. È lo stesso Picciafuoco, in suoi vecchi verbali, a fare il nome di Marcello Barbazza, senza sapere che nell’elenco di Gladio figura il nome di un ufficiale Barbazza, un alias del generale Claudiano Pavese che come ha ricordato il legale di parte civile Andrea Speranzoni “fu responsabile dell’ufficio Nato della Sip dal 1972 al 1988”, e sull’agenda dell’imputato Gilberto Cavallini risulta esserci un numero risalente alla “linea prova e lavoro Sip – Mi (Riservato)”, attiva dal 15 novembre 1975. Un numero “riservato”? Intestato a chi? Gli avvocati lo hanno chiesto – finora senza risposta – a Telecom (la società che una volta era la Sip). A Milano, in quegli anni, la zona telefonica 342 era quella di via Mantegna. Proprio in via Mantegna c’era uno strano ufficio, di cui si sono occupati gli investigatori che hanno indagato sulle stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza della Loggia a Brescia. Avevano strappato a Telecom, nel 1998, un documento che diceva che la dipendente della Sip Luciana Piras aveva lavorato in una sottostazione Sip di via Mantegna ed era addetta a un ufficio “Nato, preordinato alle attività connesse alla Tutela del Segreto di Stato”. Chi era Luciana Piras? La moglie divorziata di Carlo Titta, legata sentimentalmente a suo fratello Adalberto Titta, considerato uno dei capi di una struttura segreta chiamata “Noto Servizio” o “Anello”.

Chiarito che Picciafuoco non era “un delinquente comune”, torniamo alle due pagine che abbiamo ritrovato. Due pagine che riportano la notizia di un banalissimo furto d’auto che a leggere il resto banale non è più:  la notte tra il 10 e l’11 ottobre 1990 a Bellini viene rubata un’autovettura appena immatricolata che ladri ignoti (ma probabilmente noti a lui) fanno ritrovare poco dopo completamente bruciata. “Nelle ore successive al furto – si legge nel verbale –  Bellini e famiglia vengono raggiunti a Reggio Emilia da Sergio Picciafuoco che nella mattinata del 12 ottobre viene notato salire a bordo di un’autovettura Fiat Tipo intestata alla sorella di Paolo Bellini”. In auto ci sono l’ormai appurato estremista di destra Picciafuoco e  il nostro amante di beni culturali nazionali Paolo Bellini (e più avanti ricorderemo anche perché fosse così legato ai nostrani monumenti).

I due amici fortunati, miracolati entrambi dall’inchiesta sulla strage di Bologna, passarono la mattinata insieme. Singolare l’incontro fra i due e altrettanto singolare la coincidenza fra il rendez-vous e il furto dell’autovettura. Di solito un’auto viene bruciata per eliminare tracce compromettenti. Ma cosa avrebbero potuto nascondere due vecchi amici prima di un’innocente gita fuori porta? D’altronde quell’11 ottobre del 1990 c’era solo una notizia sulle prime pagine dei quotidiani, e riguardava Aldo Moro e il memoriale ritrovato poche ore prima in via Monte Nevoso, a Milano. Niente che riportasse a Reggio Emilia e a un’auto bruciata.

PAOLO BELLINI E NINO GIOÈ

Paolo Bellini proviene da  Avanguardia Nazionale ed è stato, nel 1975, l’esecutore materiale dell’omicidio di Alceste Campanile. Latitante per anni in Brasile, protetto da ambienti dell’estrema destra, per la morte dell’attivista di Lotta Continua, Bellini non ha mai scontato un giorno di carcere graziato dalla sua decisione di collaborare prima col Sismi e con altri non specificati servizi segreti fuori dai confini nazionali e poi con la giustizia italiana.  In carcere, nel 1981 (forse già pentito), conobbe Nino Gioè, il mafioso che nel 1992 parteciperà alla strage di Capaci. Bellini, cosa strana, era detenuto col falso nome di Roberto Da Silva, lo stesso con cui aveva ottenuto un brevetto da pilota. Un brevetto importante che spunterà in un’intercettazione. Nell’autunno del 1991, Bellini riaggancia in Sicilia il compagno di cella Nino Gioè. I due si vedono fino a dicembre ’92. Ed è Bellini a far capire al mafioso quanto contano i beni culturali per l’Italia. Come poi riveleranno i collaboratori di giustizia, Gioè riferisce così il discorso ai boss: «Se ammazzi un magistrato ne arriva un altro, ma gli Uffizi o le Chiese non si possono sostituire, per cui lo Stato deve scendere a patti». Si tratta della prima comprovata trattativa fra Stato e mafia. Quella che, come spiegano sentenze ormai definitive, «finì per dare ai boss corleonesi l’idea di attaccare il patrimonio storico e artistico per ricattare lo Stato». Nella trattativa che è Giovanni Brusca a condurre col Gioè, Paolo Bellini dichiara di avere contatti con il maresciallo Roberto Tempesta e, attraverso l’ufficiale, con il generale Mori.  Gioè muore suicida nel carcere di Rebibbia il 29 luglio del 1993. Un altro pentito, Francesco Di Carlo, ha dichiarato: «Persone appartenenti a vari servizi segreti internazionali, ma operanti a Roma, erano entrate  in contatto con Nino Gioè».  E Orazio Pino nella sua ultima intervista, prima di essere ucciso con un colpo alla nuca, ci ha dichiarato che Nino Gioè non si suicidò ma fu assassinato.

L’AVIERE INTERCETTATO

Carlo Maria Maggi, ex capo di Ordine Nuovo, condannato per la Strage di Brescia e morto nel dicembre del 2018, parlando con un familiare disse di essere a conoscenza della riconducibilità della Strage di Bologna alla banda Fioravanti e che all’evento partecipò un “aviere”, che portò la bomba. Emerge da un’intercettazione ambientale del 1996: per la Procura generale bolognese è un altro collegamento con Paolo Bellini, conosciuto nell’ambiente della destra per la passione per il volo e per quel brevetto ottenuto col falso nome di Roberto Da Silva.

Nell’udienza del prossimo 28 maggio si discuterà sulla richiesta di iscrivere Paolo Bellini, oggi 65enne, nel registro degli indagati con l’accusa di concorso nella strage del 2 agosto. La stessa accusa che ha portato in aula Gilberto Cavallini.

di Raffaella Fanelli e Andrea Cinerari

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Raffaella Fanelli :Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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Estreme Conseguenze - testata giornalistica Registro Stampa Tribunale di Verona numero 2114-3/9/2018.
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