Un versamento di 15 milioni di vecchie lire del 26 giugno 1980 e un altro, eseguito una settimana dopo, il primo luglio, pari a 10 milioni di lire. I soldi arrivano sul conto di Flavia Sbrojavacca, all’epoca compagna di Gilberto Cavallini, l’ex Nar accusato di concorso nella strage di Bologna, con versamenti effettuati a ridosso del 23 giugno 1980, giorno dell’omicidio del giudice Mario Amato. Sembrerebbero una sorta di acconto e di saldo perché fu Gilberto Cavallini ad uccidere con un colpo di pistola alla nuca il magistrato che stava indagando sulle connessioni tra Nar, Banda della Magliana, sottobosco finanziario-economico e potere politico. Il giudice Amato aveva ereditato le indagini già assegnate a Vittorio Occorsio, assassinato, nel 1976, da Ordine Nuovo. Da quei soldi Cavallini, interrogato, ha sempre preso le distanze. D’altronde nessun servizio segreto e nessun mandante è mai stato collegato all’omicidio Amato. E niente potrà dire Flavia Sbrojavacca perché la richiesta di una nuova testimonianza avanzata dai legali di parte civile è stata rigettata dalla corte d’Assise presieduta dal giudice Michele Leoni.  La donna, già sentita  nell’aprile del 2018, in una delle prime udienze del processo in corso a Bologna, non darà risposte su quei 25 milioni di lire né su una lettera attribuita a una mano femminile e fatta periziare insieme a due pagine dell’agenda di Gilberto Cavallini dove risulterebbero due frasi di “carattere affettuoso” scritte dalla stessa mano. Una perizia affidata alla grafologa forense Nicole Ciccolo

Si tratta di una lettera sequestrata a Gilberto Cavallini nell’83, quando fu arrestato. Una missiva  che comincia con le parole “caro camerata”. Chi l’ha scritta ne conosceva  chiaramente i contenuti, quindi sapeva di Francesco Mangiameli, l’esponente di Terza Posizione ucciso da Valerio e Cristiano Fioravanti, da Francesca Mambro, Giorgio Vale e Dario Mariani il 9 settembre del 1980, quindi un mese dopo la strage di Bologna.

Negata anche un’altra richiesta. Non dalla Corte d’Assise ma dalla presidenza del Consiglio che, ai difensori di  Gilberto Cavallini, non ha autorizzato l’accesso agli atti allegati al procedimento penale sulla scomparsa in Libano dei due giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo  (clicca qui per leggere l’articolo) documenti sull’attività del colonnello Stefano Giovannone e la missione in Libano, nel marzo 1981, dei funzionari del ministero dell’Interno Domenico Spinella (Ucigos) e Luciano Ruggeri (Interpol) sui contatti tra brigatisti operanti in Italia e palestinesi. Atti che riporterebbero alla pista palestinese per la strage del 2 agosto del 1980. Una pista peraltro già archiviata in passato. E che, evidentemente, la difesa di Cavallini, intende riproporre anche attraverso la perizia chiesta e ottenuta sui resti di Maria Fresu, 23 anni, “disintegrata” dall’esplosione di quel 2 agosto 1980. Quei resti potrebbero, invece, appartenere alla 86ema vittima della strage, magari una terrorista del gruppo di Carlos lo Sciacallo che stava trasportando la valigia con l’esplosivo. Lo abbiamo chiesto all’avvocato Gabriele Bordoni che insieme a Alessandro Pellegrini difende l’ex Nar Cavallini

Nell’udienza del prossimo 10 luglio si conosceranno gli esiti della perizia sui resti del corpo di Maria Fresu. Intanto il processo prosegue e le incognite si moltiplicano:  è stata chiesta l’acquisizione della sentenza del giudice Guido Salvini sulla strage di Piazza Fontana del 3 febbraio 1998 e di una lettera scritta da Stefano Delle Chiaie a Giuseppe Dimitri, uno dei massimi dirigenti di Terza Posizione che era anche di Avanguardia nazionale, legato a doppio filo proprio a Delle Chiaie. Nuove richieste che vanno ad aggiungersi a quella ancora senza esito che riguarda il rapporto di Giovanni Falcone su Gilberto Cavallini e Valerio Fioravanti  entrambi processati e poi assolti per l’omicidio di Piersanti Mattarella, come ricorda l’avvocato di parte civile Andrea Speranzoni.

di Raffaella Fanelli e Andrea Cinerari

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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