Il tema della castrazione chimica è stato rilanciato dal vicepremier Matteo Salvini dopo lo stupro di una donna di 36 anni a Viterbo da parte di tre ragazzi (tra cui un esponente di Casapound). Una proposta di legge c’è, ed è sostenuta da una raccolta di firme, nonché da un sondaggio commissionato dalla Lega che dice che il 58% degli italiani è favorevole.

“Ma la recidiva per questo tipo di reati è intorno al 17% – dice ad EC – il criminologo Paolo Giulini, a capo dell’Unità di trattamento intensificato per autori di reato sessuale nel carcere di Bollate – contro il 53% dei detenuti per altri reati. La castrazione è una fake news. Non tutti coloro che hanno fantasie devianti le mettono in atto diventando criminali. E il “silenzio ormonale” è comunque reversibile”.

“Una fake news, una risposta emotiva allo sdegno delle persone, e un imbroglio ideologico, perché la castrazione chimica è comunque reversibile e non tutti coloro che hanno fantasie sessuali devianti le mettono in atto diventando criminali”. Paolo Giulini, criminologo e presidente del Cipm, Centro italiano per la promozione della mediazione di Milano, a capo dell’Unità di trattamento intensificato per autori di reato sessuale nel carcere di Bollate, è colui che da almeno dal 2006 tenta di sradicare il problema delle aggressioni sessuali e delle violenze su donne e minori da parte dei pedofili con un approccio differente rispetto all’idea, tornata più che attuale dato il disegno di legge attualmente in Senato presentato dalla Lega, della castrazione chimica. E ad EC su questo dice “Si tratta di un emendamento che non tiene conto di come stanno le cose davvero. Gran parte delle condotte devianti non sono frutto di parafilie. La maggior parte degli autori di reati sessuali, infatti, non ha un problema nel controllare gli impulsi e, sempre nella maggior parte dei casi, la dimensione della sessualità non è prevalente, è solo un mezzo per mettere in atto dinamiche di controllo, potere e prevaricazione. E infatti la maggior parte dei casi di stupro e abusi resta sommersa perché si consumano in famiglia o all’interno di relazioni prossimali. Io dico sempre che la violenza sessuale non è un modo aggressivo di esprimere la propria sessualità, ma è un modo sessuale di esprimere la propria aggressività”.

Giulini invoca piuttosto “un patto trattamentale nazionale” che è poi quello che sta dando risultati più che incoraggianti a Milano, nel carcere di Bollate per esempio, dove Giulini ha avviato un progetto specifico di trattamento criminologico clinico, che prevede un anno di programma trattamentale. “Un anno – spiega il criminologo – in cui questi detenuti devono prendere coscienza, dare un nome al male che hanno compiuto perché la maggior parte minimizza. Ma siamo solo ospitati in carcere come intervento dall’esterno e non di sistema. E abbiamo vinto un bando a Milano per seguire gli aggressori che escono dal carcere. Questo trattamento multidisciplinare clinico criminologico, invece, dovrebbe essere patrimonio di tutti. Perché esistono delle fragilità rispetto alla compulsione sessuale e noi ci sforziamo di puntare sulle risorse del singolo. Insieme con i fattori di rischio, valutiamo i fattori di protezione, mettiamo in evidenza la comprensione per la sofferenza degli altri, la possibile empatia con le vittime, non si tratta di fare terapia e di dare pillole, organizziamo un percorso nel quale è la comunità, siamo noi, che ci prendiamo carico della nostra sicurezza. Quest’anno, il nostro presidio, tra pedofili, aggressori sessuali, stalker, ha 353 persone prese in carico, e 101 sono stati i nuovi accessi, organizzati in quattro gruppi di incontri ogni settimana e uno ogni quindici giorni con i parenti. Con un buon presidio successivo anche sul territorio”. Il che – chiarisce Giulini – non esclude nell’ambito dei progetti seguiti di poter integrare in modo sperimentale terapie con trattamenti farmacologici. Ma la domanda viene da sé: una volta scontata la pena, chi monitorerebbe l’assunzione dei famaci?

Per imporre un trattamento farmacologico, fa notare Giulini, serve il consenso dell’interessato. Per questo andrebbe cambiata la nostra Costituzione con una legge ad hoc. L’articolo 32, infatti, stabilisce: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Inoltre, questo “silenzio ormonale” è reversibile. E mentre in alcuni Paesi esiste l’obbligo di controllo, in Italia non sarebbe previsto. “La recidiva per questo tipo di reati è intorno al 17% – continua – contro il 53% dei detenuti per altri reati. Uno studio recente su 127 pazienti ha dimostrato che il trattamento con anti-androgeni la porta al 6%. Mentre con un trattamento criminologico clinico che si basa anche sui cosiddetti good life model, i “modelli di buona vita”, la recidiva scende al 3%”.

Al momento in Italia non ci sono nemmeno i fondi per garantire il trattamento psicologico ai condannati per pedofilia. E questo nonostante l’articolo 13-bis della Convenzione di Lanzarote, che individua uno specifico trattamento psicologico per i condannati per reati di sfruttamento sessuale dei minori, sia stato inserito nell’Ordinamento penitenziario dalla legge 172 del 2012 come ratifica e come richiesto da quella Convenzione agli Stati membri.

Sui pedofili Giulini fa ancora una precisazione: “L’equazione pedofilo uguale criminale sta cambiando. Si ragiona sempre di più sull’idea che ci siano persone che provano attrazione per i minori (sono quasi tutti maschi) che non potranno mai superare questa condizione. Qualcuno deve passare attraverso il “lutto” della sessualità: rinunciare per sempre e trovare altre fonti di soddisfazione. Tutti coloro che hanno commesso abusi o che hanno interesse per i bambini possono però imparare a controllare le proprie pulsioni. E avere una vita normale, senza mai commettere violenze o reati. Per farcela, devono essere seguiti da psicologi e personale specializzato. Ecco anche in base a questo penso che il farmaco in qualche modo deresponsabilizzi rispetto a chi commette un crimine”.

C’è poi da dire che molti tra gli aggressori seriali sono risultati impotenti, che un po’ più del 5% delle violenze sessuali sono opera di donne (nel foglietto illustrativo del farmaco che viene utilizzato si legge chiaramente che il medrossiprogesterone acetato, il principio attivo di Depo-Provera, passa nel latte materno), che ci sono anche le molte violenze su donne, transessuali e minori da parte della criminalità organizzata, motivate dal denaro come quelle dei produttori e commercianti di materiale pedo-pornografico, dalla violenza sacrificale dei culti più allucinati, dalle truci bestie di Satana fino alle più patetiche associazioni nel sopraffare altri, al proprio disegno delirante o a un interesse materiale. In tutti questi casi la castrazione chimica non rappresenterebbe affatto un ostacolo o un impedimento, così come difficilmente inciderebbe sul complesso quadro psicologico ed emozionale del pedofilo seriale.

Al tema etico si affianca appunto tutto quanto riguarda l’aspetto medico. Il farmaco più in uso per questo trattamento è attualmente proprio il Depo-Provera ovvero il principio attico del Medrossiprogesterone. Questo farmaco agisce sul cervello, in una parte specifica detta ipotalamo, inibendo la produzione ed il rilascio in circolo degli ormoni che stimolano i testicoli alla produzione di testosterone, l’ormone androgeno della sessualità maschile. L’effetto può variare da 20 giorni a tre mesi. Uno studio statunitense del 2013 pubblicato sul Journal of Bioethical Inquiry chiarisce che «l’approccio dominante in Europa è quello di offrire la castrazione chimica come un intervento formalmente opzionale». A proposito di tale trattamento, nella nota n. 51 dell’Agenzia italiana del farmaco, aggiornata al novembre 2016 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 5 novembre 2016, si legge: «I farmaci analoghi dell’ormone stimolante il rilascio delle gonadotropine (LH-RH analoghi) hanno un ampio utilizzo nella pratica clinica grazie al loro meccanismo di azione. Essi producono una iniziale stimolazione delle cellule ipofisarie che provoca la secrezione dell’ormone follicolo stimolante (FSH) e dell’ormone luteinizzante (LH) mentre un trattamento prolungato determina desensibilizzazione dei recettori ipofisari e inibizione della produzione di entrambi gli ormoni gonadrotopi, determinando funzionalmente una condizione di castrazione farmacologica». Nella stessa nota si legge ancora che il trattamento è attualmente riservato a gravi malattie in prevalenza di natura tumorale (carcinoma della prostata, carcinoma della mammella, endometriosi, fibromi uterini non operabili e così via) e vi sono avvertenze sugli effetti collaterali specifici ? tra cui figurano riduzione della massa muscolare, importanti effetti negativi sul metabolismo osseo ed osteoporosi, anemia – destinati a ripercuotersi sullo stato di salute generale dei pazienti e sulla loro qualità di vita. E in effetti alle origini della discussa procedura ci sono in realtà fini medici. A spiegarci quindi come funzionano i farmaci è Vincenzo Gentile, Professore Ordinario di Urologia Responsabile dell‘Unità Operativa Complessa di Urologia e Andrologia dell’Umberto I: “Gli antiandrogeni sono farmaci che inibiscono gli ormoni sessuali maschili, usati come cura di alcuni tumori. Nei giovani possono creare danni importanti e ci possono essere effetti sulla fertilità, ma in genere la loro azione termina se viene sospesa la somministrazione. Si tratta di farmaci che agiscono a livello del Sistema nervoso centrale – aggiunge – su una ghiandola detta ipofisi. Si assumono per via sottocutanea e sono disponibili in diverse formulazioni, anche a lento rilascio. La vera castrazione chimica – sottolinea Gentile – utilizza i cosiddetti farmaci antiandrogeni centrali. Appartengono alla famiglia degli analoghi dell’ormone LH-RH, e agiscono ‘a monte’ della cascata di eventi che porta alla produzione di testosterone, fabbricato principalmente nei testicoli, e al rilascio dell’ormone sessuale maschile nel sangue. In altre parole, precisa lo specialista, interferiscono con il complesso meccanismo che stimola la produzione di testosterone, impedendo all’ipofisi di inviare al testicolo l”invito’ a fabbricare e liberare testosterone. Dal punto di vista farmacologico penso che il provvedimento è praticabile – dice Gentile. Ma sono d’accordo con chi sostiene che da sola non basti, va fatto un lavoro a livello sessuologico e psichiatrico per la rieducazione dei soggetti con simili devianze”.

Insomma, il trattamento risolve momentaneamente il problema, ma il soggetto sottoposto a tali cure non è immune da effetti collaterali anche importanti, dall’osteoporosi alla depressione, al calo dell’attenzione. Inoltre, sottolinea l’esperto, la somministrazione sottocutanea dei farmaci necessari che spengono l’impulso e il desiderio sessuale andrebbe comunque deciso dopo avere attentamente esaminato la storia psico-sessuale del paziente. Il problema che vedo è però la durata dell’adesione alla terapia nel tempo”.

Per quanto tempo questi pazienti devono essere seguiti? Per quanto tempo ci si può aspettare che seguano con costanza la terapia? Quanto dovrebbe durare il trattamento? Si praticherebbe fissa per tempi e modi indipendentemente dall’età? L’obbligatorietà è costituzionale?

Anche se in alcune parti del mondo l’intervento consegue un certo successo, la questione rimane aperta. Un ultimo aspetto non meno inquietante di quelli esposti fin qui è che il trattamento sarebbe disposto dal giudice «previa valutazione della pericolosità sociale e della personalità del reo, nonché dei suoi rapporti con la vittima del reato». Giulini fa chiarezza anche su questo ricordandoci che “La scelta è solo parzialmente libera, poichè potrebbe essere una scelta di comodo, effettuata solo per abbreviare la detenzione. Gli psicologi che effettuano la psicoterapia sanno benissimo quanto conti, ai fini della riuscita della stessa, la motivazione personale al cambiamento che, in questo caso, sarebbe molto debole e solo strumentale all’evitamento del carcere. E poi l’obbligatorietà, del resto, sarebbe ed è anticostituzionale, dato che l’articolo 27 dice esplicitamente che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

E ancora la menzione di una «sentenza di condanna passata in giudicato» come presupposto necessario del (residuale) trattamento «volontario» e il semplice riferimento ad una condanna alla reclusione nei casi di trattamento discrezionale e obbligatorio inducono a ritenere che, nell’intenzione di chi propone questo provvedimento, ci sia che il trattamento potrebbe essere adottato anche dopo una sentenza non definitiva”. Una sentenza non definitiva per un trattamento chimico che non ha non poche conseguenze. Insomma, noi che abbiamo bandito la pena di morte, le punizioni corporali e le torture, pur nella considerazione che su certi gravissimi reati si debba intervenire risolutamente, siamo pronti ad oltrepassare il confine di una tale violazione dei corpi? Chi abusa rimane una persona o no?

 

NEL MONDO

Sono solo due i Paesi europei, Repubblica Ceca e Germania, in cui si è fatto ricorso alla castrazione chirurgica in anni recenti, secondo il rapporto del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa.

In entrambi i Paesi l’operazione avviene con il consenso della persona condannata e dopo un esame del caso da parte di un gruppo di esperti. Secondo il Cpt, però, in alcuni casi avvenuti in Repubblica Ceca il consenso degli interessati non era facilmente accertabile, visto che si trattava di individui con deficit mentali o alcolizzati. Germania e Repubblica Ceca, sono state invitate dal Cpt a interrompere la pratica. In Europa, l’adesione del condannato è volontaria e informata sui rischi per la sua salute. Svezia, Finlandia e Germania hanno delle limitazioni in base all’età minima del condannato, che deve andare dai 20 ai 25 anni. Inoltre, l’uso della castrazione chimica non è utilizzata necessariamente per punire o controllare i colpevoli di reati sessuali di per sé. Per esempio, la Finlandia permette la procedura solo se allevierà l’angoscia mentale del soggetto riguardo i suoi impulsi sessuali, mentre Danimarca, Germania e Norvegia la permettono se si può dimostrare che il soggetto potrebbe essere costretto a commettere crimini sessuali a causa di istinti sessuali incontrollabili. La Svezia permette la castrazione chimica nel caso in cui il soggetto possa essere una minaccia per la società e la pratica è strettamente volontaria, con l’obbligo che il soggetto sia pienamente informato di tutti i possibili effetti collaterali.

In Belgio, invece, la castrazione chimica non è prevista nelle leggi, ma è il giudice che può offrire la libertà condizionale a patto che il condannato accetti trattamenti medico-farmacologici, che possono comprendere anche la castrazione chimica. L’adesione del condannato deve essere sempre volontaria e informata sui rischi per la salute.

La Polonia è il primo caso (e l’unico) nell’Unione europea a prevedere la castrazione chimica come punizione obbligatoria, precisando però che riguarda i colpevoli di stupro di minorenni e di parenti stretti. Di recente altri Paesi hanno seguito l’esempio della Polonia: alla fine del 2011, la Russia ha introdotto la castrazione chimica obbligatoria come pena da comminare ai condannati di reati sessuali contro i minori di 14 anni, sentito il parere di uno psichiatra forense. A febbraio del 2014 la castrazione chimica per i pedofili recidivi è stata approvata dal parlamento della Macedonia. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, sono 8 gli Stati che prevedono la castrazione: California, Florida, Georgia, Louisiana, Montana, Oregon, Texas e Wisconsin. Ma negli Usa si parla d’altro, infatti, la castrazione chimica è una punizione, quindi il più delle volte obbligatoria e non una libera scelta del condannato.

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La redazione di Estreme Conseguenze.

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