PFAS IN VENETO: DIECI DOMANDE SENZA RISPOSTA

Giornalista

Scrivi all'autore | Pubblicato il 30 Maggio 2019
13 minuti

Da più di cinquant’anni le falde acquifere di una vasta area del Veneto, compresa tra le province di Verona, Vicenza e Padova, sono state avvelenate dai Pfas. Ma non ci sono solo i 13 indagati per quanto riguarda il primo filone di inchiesta, tutti responsabili dello stabilimento Miteni di Trissino a Vicenza, accusati di avvelenamento di acque e disastro. Provincia di Vicenza, Arpav e Regione hanno responsabilità politiche per uno dei casi più gravi inquinamento delle falde acquifere della storia d’Italia.

Miteni andrà all’asta il prossimo 10 giugno. Nel tavolo delle trattative non è esclusa neppure l’ipotesi che sia la stessa vecchia proprietà (le società che fanno riferimento alla multinazionale Ici – QUI la lettera dell’Avvocatura della Regione Veneto relativa alla comunicazione del preliminare d’acquisto che la multinazionale ICI ha espresso lo scorso aprile nei confronti della Miteni spa) a presentare offerte per l’acquisto. Il colosso in questo modo rientrerebbe quindi in possesso, oltre che del sito, degli impianti produttivi. 170mila il prezzo per l’impianto perfluorurati: l’impianto che per decenni ha prodotto Pfas. E’ l’ennesimo schiaffo, dopo quello che ha visto il curatore fallimentare Domenico De Rosa non iscrivere nell’elenco delle passività della Miteni le sanzioni e le richieste di risarcimento dei cittadini (la Regione Veneto sta predisponendo l’opposizione al provvedimento con cui la sezione fallimentare del Tribunale di Vicenza ha in parte escluso per euro 4.825.000,00 le richieste di riconoscimento nel passivo della Miteni s.p.a. delle spese sostenute dalla Regione stessa in relazione all’inquinamento ambientale causato dai ‘Pfas’ prodotti nello stabilimento di Trissino. Le richieste della Regione sono dirette a contestare il diniego manifestato dal fallimento nel riconoscere il nesso di causalità e la colpa della società fallita nel provocare lo stato di inquinamento). E’ l’ennesimo schiaffo alle mamme NoPfas che si chiedono una volta di più “ma qualcuno pagherà? Si saprà mai se vi saranno persone morte a causa dei Pfas, quanti bambini non saranno nati per infertilità, quanto sarà costato alla sanità pubblica curare le patologie croniche da essi indotte?” Ma noi vogliamo fare altre domande, perché se intervenire su Miteni con pesantezza giuridica dovrebbe essere più che necessario, altrettanto importante è domandarsi perché gli enti e le istituzioni, regionali e non, fino al 2013 sono rimasti inermi di fronte ad una storica realtà contaminante? Perché sono state le sole indagini del NOE a mettere in luce un cortocircuito che nasconde una delle più grandi e gravi speculazioni sul territorio veneto? Perché Arpav, il Genio e la Regione Veneto aspettano le prime indagini del NOE del 2017 per approfondire le comunicazioni su un’azienda sottoposta a direttiva Seveso e su un’area di ricarica di falda? Da quanto risulta consultando la documentazione della Giunta fu proprio la Regione, nell’agosto 1990, ad autorizzare l’emissione in aria di composti perfluorurati in misura di 15 Kg ogni ora e fu ancora la Regione ad autorizzare la costruzione di una barriera idraulica presso il sito della Miteni, nel 2005.  Manuel Brusco, presidente della Commissione regionale d’inchiesta sui Pfas,ha raccontato come negli ultimi trent’anni le strade della Miteni e della Regione Veneto si siano incrociate più di una volta senza che nessuno, prima del 2013, si interrogasse sul vasto inquinamento in atto. “La questione era nota a chi amministrava questa regione e aveva competenza diretta sul problema” afferma, “ci sono stati i casi eclatanti di inquinamento da PFAS in America e anche in Europa, c’è il rinnovo della valutazione di impatto ambientale da parte della Regione del 2007 e c’è il documento del 2010, inviato alla Regione Veneto dall’ex Ulss 5 contenente un’indagine epidemiologica in cui già si parlava dei Pfas nelle concerie di Arzignano.” E poi c’è lo Spisal, ramo della sanità regionale, che ha sempre avvallato la versione dell’azienda.

Cristina Guarda, all’indomani di una seconda commissione regionale dedicata al lavoro di chi avrebbe dovuto monitorare gli scarichi, cioè Arpav, chiede una nuova commissione d’inchiesta incentrata sulle responsabilità politiche“Se è vero che Arpav dal 2006 entra in Miteni per tre volte prima del 2013 (la prima appunto nel 2006, poi nel 2007 e nel 2009) e se è vero che dal 2005 risultano depositate al Genio civile i documenti sulla barriera idraulica, come mai Arpav se ne accorge solo nel 2013? Come mai l’agenzia regionale si muove solo nel 2017, dopo l’inizio dell’indagine Noe, per implementare la caratterizzazione e ricercare altri Pfas? Con i colleghi Piero Ruzzante e Bartelle abbiamo sottoscritto la proposta di una nuova commissione d’inchiesta sul caso Pfas e chiesto di metterla in calendario quanto prima. La nuova commissione avrà il compito di tracciare con precisione il quadro di quanto avvenuto prima del 2013. Per far questo sarà necessario sentire non solo i responsabili tecnici ma anche e soprattutto i responsabili politici, a partire da Galan (che abbiamo contattato ma ci ha detto che non vuole parlare per non dire cose che apparirebbero scontate) e Zaia che in quegli anni erano ai vertici della Regione, oltre ai presidenti della Provincia di Vicenza che dal 1997 al 2014 è sempre stata governata dalla Lega, prima con Giovanna Dal Lago e poi Attilio Schneck. Saranno tutti chiamati a riferire in commissione.”

I carabinieri del Noe hanno scritto “Gli organi di controllo non hanno mai contestato la tesi di Miteni. La barriera è una struttura grande e complessa, sorprende che sia sfuggita all’occhio esperto di tecnici deputati a controlli ambientali”. L’Agenzia si sarebbe accorta della sua esistenza solo nel luglio 2013. Eppure, “già in data 13 gennaio 2006” personale di Arpav Vicenza “operava direttamente sulla barriera per chiudere e sigillare i contatori dei pozzi collegati”. Gli investigatori deducono: “C’è stata la volontà dei tecnici Arpav di non voler far emergere la situazione”. Se avessero segnalato la questione “contenimento” – gestita in autonomia da Miteni – “la bonifica sarebbe potuta partire già da quella data”. Siamo a Gennaio 2006.

Marina Lecis, dottore Forestale CTU del Tribunale di Padova Sezione Civile e Penale in materia agro-ambientale e consulente dell’Associazione “La Terra dei PFAS” ci dice “La gestione del rischio sanitario ambientale è sfuggita completamente di mano. La presenza di Pfas nelle acque pubbliche era cosa nota ai governi locali e i tecnici ambientali del Nord-Est. Non c’è stata allora una cartografia dei pozzi privati e non c’è neppure ora. Dove sono e quanti sono i pozzi privati inquinati? Non sappiamo neppure se siano state intercettate situazioni agronomiche in cui si sia fatto uso di fanghi di depurazione e ammendanti compostati da fanghi, ritenuti dalla letteratura scientifica i principali apportatori di contaminazione al terreno agricolo per quanto riguarda i composti per- e poli fluorurati a più elevato bioaccumulo. E’ urgente un censimento completo dei pozzi di captazione privata nelle aree contaminate denominate come zona Rossa A e B con l’estensione di tale mappatura alla zona denominata arancio, territori che hanno subito una contaminazione storica da composti fluorurati delle falde acquifere risalente alla metà degli anni 70. Ci vuole ancora l’estensione alla zona Arancio del piano di sorveglianza nei confronti della popolazione, piano attualmente previsto solo per la zona Rossa. Infine, una rivalutazione delle indagini sulle matrici alimentari e zootecniche, orientandole maggiormente sui fattori di rischio agronomici, alla luce anche delle nuove indicazioni date dall’EFSA”. Non è più possibile tentare di nascondere sotto il tappeto niente, e di là delle responsabilità giudiziarie e delle valutazioni sulla quantificazione del danno ambientale da parte del Ministero e che alla luce delle problematiche emerse negli ultimi giorni anche a Villafranca di Verona, o nel Comune di Sarego, dove le acque risultano compromesse e contaminate, appare oggi sottostimato, ci sono negligenze istituzionali che vanno del tutto pesate.

Ecco allora che abbiamo deciso di pubblicare le 10 domande che, per esempio, avremmo voluto fare ai vertici e responsabili Arpav. Alle nostre domande alleghiamo anche la risposta di Arpav

Come mai in un’azienda che produceva perfluorati, le istituzioni deputate al controllo non hanno mai cercato gli stessi negli scarichi? La situazione potrebbe quindi essere diffusa per altre produzioni in Veneto?

I rappresentanti istituzionali di Arpav, Regione e Province che hanno deciso in passato e che decidono anche oggi cosa si deve controllare agli scarichi industriali del Veneto hanno esperienza e competenza in materia sanitaria o di prevenzione sanitaria?(tossicologia, cancerogenesi, epidemiologia, igiene e sanità pubblica, medicina del lavoro, veterinaria)

I decisori per gli scarichi in Veneto hanno competenze sanitarie? Se no, consultano con parere vincolantegli esperti dell’Ulss o delle autorità regionali deputate alla tutela della salute pubblica? Esiste una qualche norma che impedisce di considerare il parere sanitario come vincolante?

Arpav utilizza il criterio delle Competenze per attribuire ruoli e funzioni dirigenziali?

Quali procedure sono state utilizzate per garantire trasparenza e oggettività nell’attribuire i ruoli dirigenziali in Arpav?

Vengono banditi concorsi pubblici analoghi a quelli sanitari o si utilizzano procedure interne?

Ci risulta che Arpav fosse a conoscenza dello studio nel vicentino del CNR sui Pfas e che abbia collaborato con il CNR per i prelievi. Come mai non ha avuto interesse a seguire i risultati al fine di informare l’autorità sanitaria a intervenire tempestivamente ? (Si ricorda che l’informazione all’autorità sanitaria è pervenuta direttamente dal Ministero dell’Ambiente)

I rapporti di analisi sui Pfas eseguiti nel 2011 presso i laboratori di Arpav nell’ambito del progetto GIADA sono stati inviati alle autorità sanitarie competenti? Risulta che, in merito alla sorveglianza sull’acqua potabile in area contaminata da Pfas l’Istituto Superiore di Sanità abbia evidenziato, anche in riunioni recentissime per iscritto, una certa resistenza di Arpav a condividere i propri dati. Come mai?

Cosa sta facendo Arpav per i dati Pfas, molto allarmanti, sulle discariche? Ha coinvolto la Sanità? Ci risulta che sia in corso un’azione presso il Dipartimento Arpav di Vicenza (su specifico incarico della Regione) che sta attivando la delega al controllo pubblico agli enti gestori dell’area Pfas ? Arpav conferma?

La Regione Veneto conferma che Arpav, quantomeno dal 2006, non abbia in alcun modo informato la Regione dell’inquinamento da Pfas. Che cosa risponde Arpav ?

 

QUESTA LA RISPOSTA ARPAV:

 

ALLEGATI

 

MANIFESTAZIONE DI INTENTI ICI ITALIA SU MITENI

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Mattea Guantieri, 40 anni, è entrata nella squadra di Estreme Conseguenze dopo aver coordinato testate di promozione per il Veneto. Ha collaborato al restyling del mensile di cucina A Tavola, dirigendolo per circa 18 mesi. Dopo aver collaborato con Nordesteuropa, e altre testate locali, si è dedicata alla progettazione di format editoriali per il web.

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