Lorenzo Orsetti, ‘Orso’, è finalmente rientrato in Italia. La salma del combattente italiano morto in Siria in una imboscata di Daesh lo scorso marzo arriva oggi a Roma, dove resterà per qualche giorno perché la Procura di Roma ne ha chiesto l’autopsia. Ancora pochi giorni e sarà a Firenze, probabilmente martedì o mercoledì prossimi. Lo ha confermato a EC il padre Alessandro. Per lui si prepara un funerare con lutto cittadino e sarà inumato a San Miniato al Monte dove riposano altri partigiani, come promesso dal sindaco Nardella. Ad accoglierlo a Roma la comunità kurda.

Intanto si moltiplicano le iniziative a favore dei ‘fighter’ italiani che hanno combattuto in Siria contro le milizie del sedicente califfato a fianco delle brigate curde YPG.
Una petizione per chiedere che la magistratura fermi i provvedimenti restrittivi a carico di
Maria Edgarda Marcucci, Davide Grasso, Paolo Andolina, Fabrizio Maniero, Jacopo Bindi, tutti di Torino e Pierluigi Caria di Nuoro è stata presentata nei giorni scorsi a Firenze e inviata a tutti i parlamentari, nonché agli eurodeputati appena eletti. Si chiede anche che vengano ufficialmente riconosciuti come ‘combattenti’.
Una decisione su questi provvedimenti torinesi potrebbe arrivare in qualsiasi momento. I giudici si sono dati 90 giorni di tempo, ne sono già trascorsi la metà.

Dopo Claudio Locatelli (leggi di più) e in attesa di una testimonianza di Pierluigi Caria, le cui sorti sono strettamente legate alle decisioni che verranno prese a Torino, EC ha raggiunto uno dei cinque ragazzi piemontesi, Davide Grasso.
Crediamo infatti che su questa vicenda, paradossale e sintomatica, debba essere mantenuta alta l’attenzione dei mezzi di informazione. Perché i provvedimenti restrittivi richiesti dalle procure (o dalle Questure) assomigliano molto più a un ‘confino’ d’altri tempi piuttosto che a una misura cautelare e potrebbero rappresentare un inquietante precedente, specialmente in vista di un nuovo Decreto Sicurezza da molti ritenuto incostituzionale in diversi punti.
 
“Sono partito dopo la strage al Bataclan”

“Qualcuno doveva andare in prima persona a combatterli, questi terroristi. Combatterli senza indossare però la divisa di alcuno Stato. Avevo 35 anni. La scintilla decisiva per la mia decisione di partire è stata l’attentato al Bataclan” ci racconta Davide.
“Avevo messo in conto di non tornare indietro – continua – soprattutto, una volta sul campo, ti rendi conto di quanto sia difficile per un civile come me avere a che fare con scenari di guerra che nella realtà sono molto peggiori di quanto uno possa immaginare. Avevo messo in conto di poter morire soprattutto dopo i primi scontri, perché il nostro addestramento era rudimentale, l’armamento scarso mentre le milizie ISIS erano molto bene armate e organizzate. Dobbiamo dire grazie alle migliaia di soldati siriani, iracheni, curdi, che hanno fermato il califfato e non certo agli paesi occidentali che prima hanno favorito la nascita di questi gruppi jihadisti negli anni, fornendo loro armi e non solo, poi se li sono trovati contro, mentre paesi come Turchia e Arabia Saudita hanno continuato negli anni a finanziarli. E continuano a farlo. Sono stati i popoli arabi in primo luogo a salvarsi da soli dal califfato e questo la dice anche lunga sulla narrazione completamente falsata che poi arriva in occidente sul ‘pericolo Islam’. Se le forze democratiche siriane avessero potuto godere dello stesso trattamento in termini di armi e materiali di quanto riceveva ISIS, avremmo avuto molti meno morti e la guerra sarebbe durata anche meno. A parte gli interventi aerei, importantissimi certo, non c’è stato nessun altro aiuto dei paesi occidentali a chi combatteva i jihadisti sul terreno. Ora i curdi detengono migliaia di combattenti di ISIS a proprie spese e a proprio rischio, la comunità internazionale fa finta di nulla. È una bomba a orologeria, forse qualcuno spera che questi prigionieri prima poi riusciranno a liberarsi.. i curdi chiedono assistenza internazionale e un processo regolare per questi miliziani, ma le capitali europee fanno finta di nulla. Evidentemente non si vuole riconoscere il ruolo politico dello YPG curdo ma solo quello militare e quindi li lasciano da soli”.

La guerra in Siria non è finita, Daesh ha perso il controllo del territorio ma ci sono ancora migliaia di uomini armati in azione. USA e Russia continuano a giocare una delicatissima partita a scacchi mentre la Turchia continua a rifornire gruppi jihadisti anti-Assad e a premere sul Rojava curdo, la zona liberata e sotto autogoverno curdo. La repressione dei curdi in Turchia prosegue quotidianamente. Ne parliamo più avanti.

Veniamo al procedimento nei vostri confronti.
“Siccome ho imparato a maneggiare armi e ma soprattutto siccome ho determinate idee politiche (‘scrivetelo questo’ – aggiunge) sono considerato pericoloso dalla Procura di Torino. C’è una componente dello stato italiano che storicamente ha mantenuto una mentalità repressiva, anche nelle procure. La legge che viene utilizzata contro di noi è del 1931: senza alcun processo nei confronti di un individuo, si predispone una forma di controllo e di limitazione delle libertà personali esclusivamente sulla ‘previsione’ di un possibile reato. Quello che ha detto in aula il pubblico ministero contro di noi è stato agghiacciante: sono state citate le nostre interviste, i miei libri, con pagine intere sottolineate e messe agli atti come in una moderna forma di inquisizione. Siccome sono contro il capitalismo e lo dico, lo scrivo, lo pratico, allora sono un soggetto pericoloso, tanto più se ho avuto a che fare con qualche arma. Nessuna altra ‘prova’ se non questa per chiedere nei miei confronti e nei confronti di tutti gli altri quello che è un vero e proprio confino, con il divieto di risiedere a Torino, con la revoca di passaporto e documenti come la patente, con la revoca dei diritti civili. Tutti sono d’accordo sul fatto che l’ISIS debba essere combattuto. Eppure Facebook ha chiuso la nostra pagina che aveva migliaia di followers e informava sulla lotta contro ISIS. Il Comune di Torino ha approvato una mozione in cui ci difende, in cui si dice che non dobbiamo essere ‘confinati’. Ma al tempo stesso si porta avanti un procedimento per cui sei hai certe idee politiche allora sei pericoloso e devi essere colpito. La procura di Torino in questo è la punta di diamante in Italia. Parto dal presupposto che non verranno applicate queste misure nei nostri confronti. Se poi dovessero veramente essere applicate, posso dire che ci riuniremo immediatamente e prenderemo delle decisioni” conclude Davide.

Intanto, dall’altra parte del mare

Intanto, si è concluso lo sciopero della fame portato avanti da mesi da più di settemila persone in Turchia, Kurdistan, Europa. Ha interrotto lo sciopero anche Erol.

È stato lo stesso Ocalan con una lettera dal carcere in cui è detenuto da oltre vent’anni a chiedere di fermare la protesta dopo che il governo turco ha concesso due visite dei suoi avvocati nell’isola prigione di Imrali, sul mar di Marmara. Il governo di Ankara ha anche promesso altre visite a scadenze regolari. Ad annunciare la fine della protesta è stata la deputata dell’HDP Leyla Guven, arrivata a 200 giorni di digiuno.

Nella Siria nord-orientale, mentre si combatte ancora nella zona di Iblid dove si sono rifugiati migliaia di miliziani di Daesh appoggiati da quaedisti locali, la situazione nei campi profughi è sempre più drammatica.
Perché non ci sono solo gli ex combattenti prigionieri, ci sono anche le loro famiglie, gli abitanti delle zone sfollate, donne e bambini .

Nel campo di Al Hol MSF ha denunciato la presenza di oltre 70mila persone e la morte quotidiana di diversi bambini che non hanno alcun accesso alle cure. Spesso, se non quasi sempre, la loro colpa è di essere figli o familiari diretti delle famiglie degli jihadisti. Ci sono più di settemila bambini non siriani e le organizzazioni umanitarie faticano ad offrire aiuto a tutti. Anzi, in molti casi, nelle parti del campo dove è più forte la presenza dei familiari dei miliziani di Daesh, non si interviene per questioni di sicurezza.

“L’assistenza medica non dovrebbe essere soggetta a compromessi. Chiunque ha diritto a ricevere un’adeguata assistenza medico-umanitaria, a prescindere dalla sua origine, nazionalità, status giuridico o del motivo che lo ha portato al campo” ha detto un portavoce di MSF.

In Siria non è affatto finita.

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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