«Il 2 agosto 1980 ero a Padova con Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, poi mi allontanai per incontrare un mio conoscente, detto “il Sub”, a cui dovevo far filettare delle armi, ma non intendo rivelarne il nome. Tornai da loro dopo un’ora e mezza o due». Gilberto Cavallini, l’ex Nar sotto processo a Bologna per concorso nella strage alla stazione, non ha mai voluto rivelare il nome del suo alibi. Da sempre nega l’appuntamento con Carlo Digilio, detto “zio Otto”, l’armiere di Ordine Nuovo, segretario del poligono di tiro del Lido di Venezia – come raccontato nelle diverse versioni da Mambro e Fioravanti – conferma ancora di essere rimasto a Padova con il misterioso Sub.

Per una breve sintesi: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sostennero di essersi trovati il 2 agosto a Treviso, ospiti di Gilberto Cavallini e della sua compagna Flavia Sbrojavacca. Mambro affermò di aver passato la giornata a Padova, in un mercato di Piazza Prato della Valle. Fioravanti disse di essere rimasto a Treviso. Cambiò versione solo nel 1984 raccontando di aver anche lui accompagnato Cavallini a Padova per un appuntamento. «Con noi c’era Luigi Ciavardini», sostenne la Mambro. Fioravanti inizialmente lo escluse. Ciavardini, a sua volta, solo nel 1984 si allineò, ricordando di essere stato a Padova con i due, dopo aver affermato di essersi trovato ai primi di agosto a Palermo. Diverse anche le indicazioni date per le auto utilizzate per questo viaggio da Treviso a Padova: una Bmw per Fioravanti, una Opel Rekord per la Mambro. In questa girandola di versioni è sempre rimasto senza nome il Sub indicato da Cavallini: «Andai da lui una prima volta, forse non c’era e ritornai dopo. Ci andavo in media una volta a settimana. Non ricordo se quella volta lo trovai oppure no». Al contrario, Fioravanti e  Mambro, anche durante l’ultima deposizione al processo in corso a Bologna, hanno dichiarato che Cavallini incontrò Carlo Digilio.

Neofascista di Ordine Nuovo e collaboratore di giustizia, Digilio fu condannato, reo confesso, per concorso nella strage del 12 dicembre 1969 presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a Milano. Fu Carlo Digilio a parlare dei ripetuti e massicci invii di tritolo e di altro esplosivo di provenienza bellica alla struttura romana a partire dal 1978, tramite il “corriere” Roberto Raho. Dichiarazioni che danno una risposta alla domanda su chi fornì ai Nar l’esplosivo usato alla stazione di Bologna.

Un’ipotesi che porta a un coinvolgimento del vecchio gruppo veneto di Ordine Nuovo nell’esecuzione della strage del 2 agosto 1980 e che trova conferma anche dal recupero di un biglietto spedito a suo tempo da Carlo Maria Maggi, condannato all’ergastolo per la strage di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), dove si parla di detonatori ed esplosivo T4 da consegnare proprio al gruppo romano. Un dato oggettivo che confuterebbe l’immagine dei Nar come “spontaneisti armati”, evidenziando invece la realtà di terroristi legati alla vecchia guardia di Ordine Nuovo.

«Dal 1977 ci sono le prime tracce di un attivismo che porta a quello che doveva essere un colpo di Stato nel 1980 secondo il piano di rinascita democratica che prevedeva come fatto scatenante una strage. Come in tutti i casi di tentativo di colpo di Stato», ci dice uno dei magistrati che ha redatto per l’associazione dei familiari delle vittime di Bologna la “Relazione mandanti”, 1.500 pagine di ricerche e collegamenti che hanno portato al processo in corso a Bologna. Una strage organizzata, quindi. Con un esplosivo ripescato dai laghetti di Mantova, come rivelato dallo stesso Carlo Digilio. Il pentito sapeva che la maggior parte dell’esplosivo utilizzato per attentati e stragi era stato ricavato dalla svuotamento di ordigni militari e sapeva anche che a recuperarlo era stato un camerata esperto sommozzatore.

Del misterioso Sub parla Paolo Aleandri, l’ex estremista di destra diventato collaboratore di giustizia nel 1981: «Ricordo che Massimiliano Fachini (esponente di spicco di Ordine Nuovo, ndr) associava una persona da lui soprannominata “il palombaro” a questioni di esplosivi e di armi. Il Fachini mi parlò inoltre di un laboratorio, sempre in Veneto, particolarmente attrezzato per la riparazione e la modifica di armi. E “il palombaro” era la persona che secondo il Fachini aveva il compito di prelevare esplosivo dal materiale bellico conservato nelle acque di un laghetto, sempre in Veneto».  Il nome del camerata sommozzatore non c’è, si sa che era un uomo vicino a Massimiliano Fachini. Il 13 novembre del 1985  un altro estremista, Gianluigi Napoli, rilascia dichiarazioni sull’attentato all’onorevole Tina Anselmi poi sulla fuga di Ventura e di Freda. E a pagina 7 del suo verbale spunta un nome:  «Roberto Romano è un  sub esperto in recuperi subacquei. Era lui a tenere le armi  di Fachini  e di Cavallini, anche se è riuscito a tornare rapidamente in libertà… il fratello di Romano è ufficiale dei carabinieri…». Un buon sommozzatore, due verbali e un nome che non spetta a noi attribuire al misterioso Sub. Di Roberto Romano, di Padova, si sa che all’epoca fu inquisito insieme a Gilberto Cavallini per aver procurato le armi al gruppo dei Nar, condannato per questo a sei anni di reclusione in primo grado fu assolto con il dubbio in appello. Ecco perché Gianluigi Napoli, nel suo verbale, parla di “rapido ritorno in libertà”. Sono passati 34 anni da quelle pagine e altrettanti dalle dichiarazioni di Paolo Aleandri e non sappiamo se ai due collaboratori è stato chiesto altro sul misterioso Sub.

Roberto Romano era fra i testi del processo Cavallini, ed è stato sentito lo scorso  14 marzo 2018: «Massimiliano Fachini lo conoscevo perché era consigliere comunale a Padova per il Movimento Sociale Italiano. Cavallini lo conoscevo come studente universitario, ci si incontrava in piazza a Padova. Parlavamo di donne e di altro… Ho preso un brevetto da sub solo nel 2000, non ho mai fatto immersioni prima».  Ha però confermato la parentela con i fratelli Vittorio e Carla Rosa, proprietari del covo nel quale fu arrestato Valerio Fioravanti nel 1981. Non sa se il padre, Achille Romano, era nel controspionaggio di Padova “lo vedevo ogni tanto, a Pasqua e a Natale”.

Insomma, ad oggi ancora non sappiamo quale sia la vera identità del fantomatico Sub, ed è strano che nessuno conosca il suo nome. Il silenzio su questo strano personaggio può far pensare che avesse appoggi nei servizi o in qualche altra organizzazione statale, più o meno clandestina.

Mai sono stati completamente approfonditi i rapporti “riservati” di Gilberto Cavallini aveva con il vecchio gruppo veneto disgiunti dalla sua militanza nei Nar, e quindi i rapporti con personaggi come Fachini, Maggi, Raho e Digilio, sarebbe interessante capire se la scelta di quella mattina del 2 agosto 1980 per l’incontro Cavallini-Sub (o Cavallini-Digilio) sia stata una coincidenza o se invece sia da collegare a una ragione specifica. E, in tal caso, quale. Forse Cavallini dovrebbe chiarire questo prima ancora che confermare il nome di un sommozzatore padovano mai identificato, ammesso che qualcuno, quel sommozzatore, lo abbia mai cercato.

di Raffaella Fanelli

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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