«Vincenzo Vinciguerra fu sentito. Furono fatte tutte le indagini che dovevano essere fatte su quella indicazione e se sarà necessario fare altro, lo faremo». Lo dice Giovanni Salvi, procuratore generale di Roma. Che dell’inchiesta Pecorelli preferisce non parlare. «Le indagini sono in corso». È la frase che gli inquirenti buttano lì per arginare la rituale ondata di domande a cui di solito non si vuole rispondere. Eppure, nonostante l’imposta discrezione, dai corridoi della procura filtra la notizia che da Perugia sono già arrivati i reperti del caso Pecorelli. Abbottonatissimi a Monza, dove dovrebbe trovarsi, nell’ufficio corpi di reato del tribunale, la pistola sequestrata a Domenico Magnetta nel 1995.

L’inchiesta sull’omicidio del giornalista è stata riaperta lo scorso gennaio sulla base di un verbale di Vincenzo Vinciguerra ritrovato da Estreme Conseguenze

Si tratta di dichiarazioni che Vinciguerra, neofascista di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, rilasciò, il 27 marzo del 1992, al giudice Guido Salvini. Durante l’interrogatorio parlò della pistola che uccise Pecorelli affermando che era nelle mani di Domenico Magnetta, avanguardista vicino a Massimo Carminati, l’ex Nar processato e assolto per l’omicidio del giornalista. Nel verbale di Vinciguerra leggiamo: «… tra il 10 e il 20 novembre del 1982 mi trovai per pochi giorni nel carcere di Rebibbia, reparto G11 (…) fui messo in cella con Adriano Tilgher e Silvano Falabella di Avanguardia Nazionale. Nel corso di una conversazione riguardante l’episodio dell’arresto di Domenico Magnetta, avvenuto nel 1981, il Tilgher mi disse che Magnetta si stava comportando male in quanto gli aveva fatto sapere che o veniva aiutato ad uscire dal carcere o lui avrebbe consegnato le armi in suo possesso fra cui la pistola che era stata utilizzata per uccidere il giornalista Pecorelli».

In procura si sta indagando: «Si farà tutto quello che è necessario», ha precisato Giovanni Salvi. E per questo da Perugia sono arrivati i reperti del caso Pecorelli, quelli manomessi all’epoca del processo, per intenderci. Reperti che saranno confrontati con la 7.65 con silenziatore sequestrata a Domenico Magnetta, una pistola dello stesso calibro dell’arma usata per uccidere il giornalista. Dopo quarant’anni potrebbe essere l’unica e l’ultima possibilità per fare chiarezza sull’omicidio di Carmine Pecorelli e allora val la pena chiedersi come Magnetta avrebbe potuto lasciare il carcere. Perché ricattare i vertici di Avanguardia Nazionale? Chi avrebbe potuto organizzare la sua evasione? Risposte che arrivano da una lettera di Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, a Giuseppe Dimitri. Perché Peppe Dimitri nel corso della sua detenzione a Rebibbia (primavera-estate del 1980), era in rapporti epistolari con Stefano Delle Chiaie. Lettere crittografate che Dimitri decifrava con una griglia che sovrapponeva al testo e che poi distruggeva. Nel corso di una perquisizione alle celle fu sequestrata l’ultima lettera. Delle Chiaie lo invitava a stare tranquillo e a non tentare la fuga in maniera azzardata, dato che avrebbe pensato lui a farlo evadere. «Se sarà necessario fare nuove indagini, le faremo», ha detto il procuratore capo Giovanni Salvi. Sarà il caso, a questo punto, di verificare il testo di quella missiva e le dichiarazioni di Sergio Calore, un collaboratore di giustizia, ucciso a picconate nel 2010. Un omicidio rimasto irrisolto, ma questa è un’altra storia. A noi interessano le dichiarazioni rilasciate da Sergio Calore il 15 febbraio 1985: «Durante una perquisizione nelle celle venimmo concentrati nella sala televisione. Qui Dimitri mi disse di essere molto preoccupato per non essere riuscito a distruggere una lettera speditagli da Delle Chiaie. Dimitri mi parlò della possibilità prospettatagli da Delle Chiaie di una fuga da effettuarsi a mezzo di un elicottero resa possibile dal fatto che Avanguardia poteva disporre di un elicotterista francese. Delle Chiaie si firmava come “Alfredo”».

Dimitri, morto nel 2006, a 49 anni, in un incidente stradale, era in carcere perché il 15 marzo del 1979  – quindi cinque giorni prima dell’omicidio Pecorelli – figurava fra i terroristi che per commemorare la ricorrenza della morte del neofascista Franco Anselmi, ucciso un anno prima nel corso di una rapina in un’armeria, rapinarono vestiti da carabinieri un’altra armeria, la Omnia Sport, a due passi dalla Questura di Roma. Bottino niente male: quindici carabine, munizioni a quantità e una sessantina di pistole. Inclusa una Beretta 7.65 silenziata. L’impresa fu rivendicata dai Nar ed ebbe infatti tra i partecipanti Giuseppe Valerio Fioravanti,Francesca Mambro e Alessandro Alibrandi. Il 14 dicembre 1979, in Via Alessandria, sempre a Roma, l’equipaggio di un’auto civetta della Polizia di Stato notò tre ragazzi che trasportavano alcuni scatoloni da un sottoscala a un’automobile. Uno di loro era ancora Peppe Dimitri, che fu bloccato dagli agenti mentre stava per aprire il fuoco. Negli anni del post-ideologico entrerà in Alleanza Nazionale, ricoprendo il ruolo di consulente di Gianni Alemanno, durante il suo incarico di Ministro alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Dimitri, negli  anni della corrispondenza con Delle Chiaie, fu detenuto proprio con Alemanno e con Andrea Munno, all’epoca arrestato per un’aggressione e anche lui militante dei Nar, come Dimitri. Munno lo ritroviamo nelle carte del processo Mafia Capitale, ma anche questa è un’altra storia. Per capire la storia che ci interessa abbiamo cercato Stefano Delle Chiaie, er Caccola, ma alle nostre domande non ha voluto rispondere. La lettera inviata a Dimitri merita attenzione e Mino Pecorelli, almeno questa volta, merita un’indagine che vada oltre una doverosa perizia

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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