La prima volta che mi hanno preso in giro perché gay avevo un cappellino a visiera viola e verde con scritto, al centro, “Boy”. Era il mio preferito e me lo ficcavo in testa ogni volta che giravo a piedi o in bicicletta. Mi è sempre piaciuto comunicare senza parlare: le magliette, i braccialetti, le spille. Gli occhi. Scrivere. Avevo forse dieci anni – in tivù passavano Ambra, Berlusconi e Pamela Anderson in costume rosso, Anno Domini 1993? – e ancora nessuna chiara idea di ricadere nella categoria di quelli da prendere per il culo. Si imparava dai grandi.

Ricordo il punto in cui successe, sul marciapiede dopo le bifamiliari, a fianco della siepe di piracanta, coi frutti piccoli da schiacciare. Le parole precise, no. Memoria solo fotografica. Il mio cervello è un flash, fa click, archivia i contorni. Lo pensavo un difetto, prima; a trent’anni una fortuna architettata dai miei neuroni resistenti. E perciò: “reciòn”, “rècia”, “recchia”, o varianti del genere. Le offese destinate a un bambino che gioca con le bambine, o a un ragazzino che si invaghisce del compagno di banco, se la prendono col corpo, perché il dolore inflitto sia tangibile e terreno. Pollice e medio si inarcano a cerchio e si toccano, caricano il colpo, zak. Il padiglione sfarfalla. Sulle orecchie ci si accanisce fino a farle diventare paonazze, perché si veda. “Cueatton”, “cuea”. Il dialetto veneto è musicale, addolcisce anche le parolacce. Le offese. Non sei abbastanza. Culo. Mezzo-uomo. Mi ricordo quello, che qualcuno mi disse in faccia che non ero proprio un maschio, insomma c’era qualcosa che non andava. In tivù c’era anche Bossi, che diceva lo stesso. A un certo punto lo avevo capito anch’io, che si prendevano in giro quelli così. Si faceva un segnale toccandosi l’orecchio, e giù di risate.

Le sparate del genere sono come inchiostro, disegnano un’ombra; e se non la cancelli, fa marcire tutto; non passa il sole, si crea la muffa; nel cervello l’ossigeno finisce. Del paese dove sono nato e cresciuto, provincia del nordest, la cosa più bella che ricordo sono i campi di maggio e giugno, pieni di fiordalisi; e la sera, le lucciole chiuse fra le mani, come in una piccola grotta. Quel senso di stupore per la meraviglia della vita lo devo, forse, a queste immagini; ai miei genitori, che di quel mio spazio di stupore e creatività si sono fatti custodi quando ero senza corazza. “Tu sei un maschio. Più di loro. Ehi, cosa c’è scritto sul tuo cappello? Diglielo”, disse mamma quando le raccontai triste cosa era successo, a fianco della siepe di piracanta. La ricerca di meraviglia mi ha salvato dall’omofobia, ha cancellato le ombre, mi ha portato a essere curioso, irrequieto, a voler cercare, a mangiarmi la vita. Atavica fame di pensieri e cuori. Mi ha portato a Milano, che ha fatto di me un adulto; mi ha nutrito di esperienze incredibili, di cui sarò sempre grato.

Ieri ero sul palco del Milano Pride a costruire con altri e altre un momento di comunità storico, cinquant’anni dopo “la prima volta”. Vite una in fila all’altra, un mare di storie. Si è riso, si è pianto. A un certo punto il cielo era pieno di coriandoli colorati. Ho fatto una fotografia. Ho pensato: che meraviglia.

 

Alessio Baù

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La redazione di Estreme Conseguenze.

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