Ottantacinque morti, 218 feriti, un Paese in ginocchio: è la strage di Bologna del 2 agosto 1980, la più devastante nella storia della nostra Repubblica. Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, già liberi, sono stati condannati come esecutori mentre si sta processando, a distanza di 39 anni e con l’accusa di concorso in strage, Gilberto Cavallini. L’ex Nar, all’epoca protetto dall’ordinovismo veneto, è anche il killer del giudice Mario Amato, ucciso pochi mesi prima dell’eccidio alla stazione. In che misura quell’omicidio è legato alla preparazione della strage?. Il corpo senza vita di Mario Amato a terra, immobile e insanguinato, vicino alla fermata di viale Jonio dell’autobus 391 con cui sarebbe andato a lavoro, in tribunale, fotografa la violenza di quegli anni e le connivenze dei Nar: i Nuclei armati rivoluzionari sapevano delle indagini del giudice sul terrorismo nero.

Fioravanti e Mambro, condannati all’ergastolo dopo cinque gradi di giudizio, continuano a dichiarare la loro innocenza con l’avallo di politici e intellettuali sia di destra sia di sinistra: non sarebbero stati loro a commettere quell’eccidio. Contestano le dichiarazioni del testimone chiave, quel Massimo Sparti a cui il 4 agosto avrebbero chiesto nuovi documenti, ma niente dicono di Luigi Vettore Presilio, detenuto nel carcere padovano di Due Palazzi, legato all’eversione nera veneta che nel luglio del 1980 rivelò al giudice Giovanni Tamburino di un attentato previsto per inizio agosto. “Un attentato straordinario di cui avrebbero parlato i giornali di tutto il mondo”. Il giudice Tamburrino ha testimoniato al processo in corso a Bologna con imputato Cavallini, ha ricordato di aver spedito il verbale di Vettore Presilio a carabinieri, questura e al capocentro dei Sisde. Nei polveroni innocentisti vengono dimenticati anche gli atti processuali, gli interrogatori, l’appunto datato 22 marzo 1984 (ore 18.50) dell’allora vice capo della Digos di Bologna, l’omicidio di Francesco Mangiameli, la presenza a Bologna di Sergio Picciafuoco (Clicca qui per vedere il video della strage proiettato al processo). Anche gli ex vertici di Terza Posizione si sono esposti per difendere i Nar.

Segreti inconfessabili che partono da lontano. E portano a ricostruzioni che spesso stridono con i riscontri. Per questo piovono querele: perché un giornalista deve capire cosa scrivere. Deve capire quando tacere.

Una querela per calunnia l’annuncia pure l’imputato, l’ex Nar Cavallini che durante la sua testimonianza dichiara di sentirsi vittima delle falsità prodotte dagli estensori della cosiddetta scheda Cavallini datata 22 maggio 2014.

Una difesa studiata a tavolino. E una strage organizzata. Con un esplosivo ripescato dai laghetti di Mantova, come rivelato da Carlo Digilio. Il pentito sapeva che la maggior parte dell’esplosivo utilizzato per attentati e stragi era stato ricavato dallo svuotamento di ordigni militari e sapeva anche che a recuperarlo era stato un camerata esperto sommozzatore. Mai è stato identificato il Sub e mai sono stati approfonditi i rapporti “riservati” di Gilberto Cavallini con il gruppo veneto, quindi con Massimiliano Fachini, con Maggi, Raho e lo stesso Digilio

Ma a dispetto dei polveroni innocentisti, i magistrati indagano ancora. Anche sui mandanti.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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