“Amos Spiazzi con quell’intervista pubblicata pochi giorni dopo la strage di Bologna indicò Francesco Mangiameli come l’anello debole, come quello che aveva parlato. Che aveva dato delle informazioni. Puntò il dito su Mangiameli indicando la necessità di eliminare un personaggio che poteva diventare scomodo”. Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna, ricorda l’omicidio di Francesco Mangiameli, dirigente siciliano di Terza Posizione, l’organizzazione di estrema destra che all’epoca faceva capo a Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi. “Fu ritrovato nei primi giorni di settembre, nel quartiere romano di Spinaceto ucciso da tre colpi d’arma da fuoco esplosi tra la palpebra e l’orecchio destro”. Non indossava vestiti ma due cinture piombate da circa 15 chili, fissate in vita: il suo corpo non doveva essere ritrovato. Non subito almeno: “Valerio mi disse che prima avremmo dovuto eliminare la moglie e la figlia”, dichiarerà Cristiano Fioravanti. Ma perché uccidere una vedova e una bambina di soli sette anni?  “Evidentemente avevano ascoltato discorsi compromettenti durante il soggiorno dei due Nar in Sicilia”. Negli ultimi giorni di luglio del 1980 Fioravanti e Mambro, entrambi latitanti, soggiornarono nella villa di Francesco Mangiameli a Tre Fontane, nei pressi di Mazara del Vallo, insieme a un altro ospite eccellente, Gaspare Cannizzo, politico siciliano e studioso dello spontaneismo armato dei legionari rumeni di Codreanu, assunto come riferimento dai Nar nelle loro rivendicazioni sin dal 1974. “I Nar non erano spontaneisti, come hanno voluto far credere. È sufficiente leggere gli atti per capirlo”, dice ancora Bolognesi. Non ci interessa, al momento, confermare con verbali e sentenze, che sopra all’apparente e sventolato spontaneismo armato ci fosse invece una strategia politica e un’azione decisa da altri. È importante far notare come quell’incontro in casa Mangiameli non fu occasionale come Fioravanti ha, da sempre, interesse a dichiarare: “rimasi per tre giorni chiuso nella mia stanza per non incontrare il Cannizzo”.

Con due latitanti in casa, Mangiameli avrebbe evitato di ospitare Gaspare Cannizzo se non si fosse trattato di un incontro a tre programmato da tempo. E, considerando le prime dichiarazioni di Cristiano Fioravanti sull’omicidio di Piersanti Mattarella (accusò il fratello Valerio e Gilberto Cavallini dell’omicidio del presidente della Regione Siciliana), è possibile anche ipotizzare i motivi di tale summit nonostante sia doveroso ricordare che il fratello pentito dei Fioravanti non fu creduto  e che, a dispetto del riconoscimento di Irma Chiazzese, vedova di Piersanti Mattarella, in auto col marito durante l’agguato, Valerio fu assolto, così come l’amico Cavallini.

Ma torniamo ai retroscena che costarono la vita a Francesco Mangiameli. Il colonnello Amos Spiazzi (accusato di aver fatto parte dell’associazione Rosa dei Venti, di aver partecipato al Golpe Borghese, di avere voluto ricostituire il Partito nazionale fascista, di avere fatto parte di Gladio, di avere contribuito alla strage della questura di Milano, di avere partecipato alla strage di piazza della Loggia a Brescia, e uscito indenne da tutto) dopo la strage e dopo l’identificazione di Sergio Picciafuoco, l’estremista di destra rimasto ferito alla stazione, proprio durante l’eccidio, rilasciò un’intervista a L’Espresso dove mostrò di conoscere “Ciccio” stabilendo una sostanziale relazione tra i Nar e la strage. Dichiarazioni che costituirono, evidentemente, per i Nar, la prova definitiva che Mangiameli si era trasformato in delatore. “Mangiameli era diventato pericoloso – ci dice ancora Paolo Bolognesi –  perché chiamato in causa dall’intervista di Amos Spiazzi all’Espresso e perché era intenzionato a prendere le distanze dalla strage del 2 agosto nella quale sapeva coinvolti il Fioravanti e la Mambro ma della quale non intendeva condividere le responsabilità”.

Dopo l’omicidio di Francesco Mangiameli fu diffuso un volantino di Terza Posizione nel quale esaltando la figura della vittima e proponendo l’interpretazione del delitto di Stato, si scriveva tra l’altro: “L’ignobile strage di Bologna ha forse fatto la sua 85esima vittima?”.  E ancora: “Francesco era da tempo tenuto sotto pressione da certe centrali palermitane del terrorismo di Stato… Hanno ucciso Francesco perché aveva avuto, come sempre, il coraggio di dire no ad ogni losco affare…”.  I leader di Terza Posizione sapevano che ad uccidere Mangiameli era stato Valerio Fioravanti. E questo è emerso subito: Roberto Fiore lo confermò alla vedova di Mangiameli il giorno stesso dell’omicidio. Fiore sapeva, come sapevano gli altri, e nel volantino, con quel dubbio sulla 85esima vittima, si insinua la certezza che indicassero come identica la matrice della strage e dell’omicidio.

Si legge ancora nel volantino: “Certo è che l’obiettivo di chi ha organizzato la strage era il movimento rivoluzionario e segnatamente Terza Posizione. E chi poteva sapere prima, e con certezza, in che direzione si sarebbero cercati i colpevoli”. E poi una conclusione che rende ancora più esplicito il messaggio: “Onore a Francesco Mangiameli, combattente rivoluzionario, trucidato dagli sgherri della dittatura democratica”.

Sarebbe dunque Valerio Fioravanti – agli occhi di chi scrive e lo sa colpevole dell’omicidio Mangiameli –  uno “sgherro della dittatura democratica”.

Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini si sono sempre dichiarati innocenti…

“Ci sono stati polveroni che hanno depistato l’opinione pubblica. Polveroni che sono serviti ad offuscare la verità sui mandanti e a mettere in dubbio le sentenze che hanno condannato gli esecutori. L’analisi fatta in questi ultimi anni sulle stragi ha individuato il grande errore commesso nelle indagini, quello di aver trattato le stragi singolarmente. La sentenza di Cassazione di Brescia (sentenza del 22 luglio del 2015, ndr) sulla strage di Piazza della Loggia ha confermato quella che prima poteva essere solo un’intuizione: le stragi sono legate fra loro, fanno parte di una logica criminale che intendeva manovrare gli equilibri politici del nostro paese. La strategia della tensione nasce dalla volontà di non far avvicinare i comunisti al governo. Le stragi vanno studiate complessivamente.  Così come gli omicidi di Pier Paolo Pasolini, del magistrato Emilio Alessandrini, dei giudici Amato e Occorsio, il sequestro e la morte dello stesso Aldo Moro. Bisognerebbe analizzare questa scia di sangue. Ci sono personaggi e organizzazioni che ritroviamo sempre. L’analisi fatta sulla documentazione delle diverse stragi ha portato alla riapertura del processo Cavallini (accusato di concorso nella strage di Bologna, ndr) e dell’inchiesta sui mandanti che sta portando avanti la procura generale. C’è da capire perché l’onere della verità diventa un onere dei familiari delle vittime e non dello Stato”.

Si arriverà ai mandanti?

“Delle otto stragi succedutesi in Italia dal 1969 al 1984, quattro sono rimaste finora senza colpevoli. Per nessuna è mai stato celebrato un processo a carico di mandanti individuati come tali. Questo perché – e le vicende processuali lo dimostrano – pezzi di apparati dello Stato hanno occultato la verità utilizzando lo strumento del depistaggio. L’inchiesta sulla strage di Bologna ne è l’esempio: i vertici piduisti del Sismi, l’allora servizio segreto militare, per coprire i responsabili dell’eccidio fecero ritrovare una valigia con l’esplosivo utilizzato alla stazione, e inviarono ai magistrati false informative contenenti le più svariate piste internazionali indicate dal loro venerabile maestro Licio Gelli, capo della Loggia P2 a cui appartenevano. Per questo furono condannati in via definitiva”.

Lei prima ha parlato di polveroni. Di depistaggi. Qual è stato il primo depistaggio attuato per la strage alla stazione di Bologna?

“Il primo depistaggio della strage fu messo in atto già dal marzo del 1980. Sono i servizi che trovano il capro espiatorio, il mostro da sbattere in prima pagina… lo fanno a marzo e già qui compare la pista palestinese, poi ci sarà quella libanese”.

Di questo depistaggio troviamo traccia nella Relazione Mandanti consegnata alla procura di Bologna. Si tratta di un depistaggio messo in atto dallo stesso Spiazzi, in collaborazione con l’ordinovista Marcello Soffiati e in piena armonia con la Cia, il Side e l’Ufficio affari riservati del ministero degli Interni, quello che faceva capo a Federico Umberto D’Amato, per intenderci. Attraverso Soffiati, il colonnello (che ha sempre negato e che è sempre stato assolto) avrebbe convinto il neofascista toscano Marco Affatigato, all’epoca stipendiato dai servizi americani, a redigere un documento che annunciava un golpe paramilitare (è lo stesso Affatigato a dichiararlo ai giudici di Bologna il 23 aprile del 1992).  Soffiati aveva iniziato a contattare Affatigato a Nizza già nel mese di marzo del 1980, a riprova di come il progetto stragista per Bologna fosse stato coltivato con cura e con largo anticipo. Due mesi prima, e sempre grazie alle informazioni fornite da Soffiati al Sisde, il nome di Affatigato era stato associato anche alla strage di Ustica. Una telefonata anonima a nome dei Nar fece intendere che a causare la caduta del Dc9 Itavia fosse stata una bomba che il toscano aveva portato con sé a bordo dell’aereo partito da Bologna e diretto a Palermo. Si trattò di una falsa telefonata per allontanare i sospetti dal coinvolgimento di aerei militari Nato nell’abbattimento dell’aereo civile con 81 persone a bordo. Ma al di là dei depistaggi c’è una telefonata che va ricordata: quella del 28 giugno al Corriere della Sera, fatta con informazioni fornite proprio da Marcello Soffiati, quindi, è chiaro, anche i veneti erano della partita.

Valerio Fioravanti può aver agito per conto di una qualche organizzazione? 

“Mambro e Fioravanti hanno ucciso 93 persone, sono stati condannati a una serie di ergastoli eppure sono fuori. È strano. Così come è strano che nessuno abbia mai indagato su quelle intercettazioni di Gennaro Mokbel.  Che nessuno abbia mai detto niente sulle frequentazioni dei Nar con esponenti della banda della Magliana”.

Mokbel, nel corso di una conversazione intercettata, avrebbe dichiarato di avere speso 1,2 milioni di euro per la liberazione di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Per quanto riguarda i rapporti di amicizia, Fioravanti li ha avuti con Domenico Magnetta e Mauro Addis, oltre che con esponenti della banda della Magliana. Una banda che era, a dispetto delle sentenze, un’associazione mafiosa. Rapporti che riportano a un vecchio verbale di Claudio Sicilia, uno dei primi pentiti della banda ucciso perché lasciato senza protezione. “Franco Giuseppucci faceva propaganda per il MSI. Era legato a Semerari e a tale Formisano. In cambio dell’attività di propaganda quelli della Magliana avevano l’appoggio incondizionato del criminologo Aldo Semerari per le varie perizie medico legali” (interrogatorio 19.11.1986).

Giuseppucci fu ucciso il 13 settembre 1980, quattro giorni dopo l’omicidio di Francesco Mangiameli. Ma nessuno ha mai messo in relazione l’omicidio di Franco Giuseppucci con la strage di Bologna. Eppure nella Relazione Mandanti, il capo della banda della Magliana viene indicato fra i personaggi che avrebbero potuto fornire informazioni per ricostruire il retroterra della strage: “Mangiameli e Giuseppucci furono eliminati perché erano i più esposti e per lanciare un messaggio di intimidazione in una fase delle indagini bolognesi che si presentava abbastanza rischiosa”. Dichiarazione che va a confermare i dubbi espressi da Maurizio Abbatino, amico di Giuseppucci e ultimo boss ancora in vita della banda, che in una lunga intervista diventata libro e rilasciata a chi scrive ha dichiarato di aver sempre avuto dubbi sulla morte dell’amico perché i Proietti, accusati dell’agguato, “mai si sarebbero esposti al rischio di essere sterminati se non fossero stati appoggiati da qualcuno. Quando ci avvisarono dell’agguato – dichiara Abbatino ne La Verità del Freddo –  arrivammo in pochi minuti al pronto soccorso, tutti insieme. Armati. Franco era sveglio, lucido. Accanto a lui c’era un medico. Fu lui a dirmi che la ferita non era grave. Che stavano preparando la sala operatoria per estrarre il proiettile. L’errore che abbiamo commesso è stato quello di lasciarlo da solo, in quell’ospedale. Perché è lì che Franco è stato ucciso”.

D’altronde chi rappresentava una minaccia per l’organizzazione veniva eliminato. Per questo Pierluigi Concutelli, amico fraterno di Francesco Mangiameli, mai cercò di vendicarlo, capì e approvò la decisione di Fioravanti. Lui fece lo stesso con Ermanno Buzzi e Carmine Palladino: erano diventati una minaccia e per questo li uccise con l’appoggio di chi poteva disporre delle complicità istituzionali necessarie ad ottenere il trasferimento dei due detenuti presso il carcere di Novara.  Una scia di sangue unisce stragi ed omicidi eccellenti ad altri delitti rimasti irrisolti, come la morte di Sergio Calore, ucciso a picconate nell’ottobre del 2010, a un anno di distanza dalla sua testimonianza davanti alla Corte d’Assise di Brescia. Omicidi rimasti nell’ombra. Dimenticati. Tanto, a morire, sono stati pentiti, detenuti o boss della Magliana.

 

 

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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