Ognuno ha le sue pipe, chi ha quella di Bearzot e dei mondiali di calcio dell’82 e chi quella del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, io, non fosse altro che per motivi anagrafici, ho quella di Piero Scaramucci.
Una pipa che era una camurria, come si dice in Sicilia. Non la pipa in sé, ma quelle briciole di tabacco che lasciava in ogni dove. “Ti spiace se l’accendo?”, mi chiedeva, fiammifero in mano già acceso, entrando nel mio minuscolo ufficio a Radio Popolare. Che già faceva ridere che lui, che Radio Popolare l’aveva fondata e inventata, chiedesse il permesso a casa sua. Certo in Radio non si può fumare, come non si può fumare in nessun ufficio o redazione in Italia, ma vuoi dire di no a Piero? A Piero Scaramucci? Io, che sono da sigaro, lo sfottevo per la pipa, per quei tabacchi dolci. Ma in realtà era lo sfottere di chi invidia. Ché la pipa profuma e il sigaro infesta, anche se comunista cubano. Ma lui, Piero, di certe cose se ne è sempre fregato perché chi ha fatto un pezzo di storia della sinistra, della storia del Paese, chi ha contribuito a raccontare la verità sul caso Pinelli, chi ha fondato la radio simbolo della difesa dei lavoratori, delle manifestazioni degli studenti, delle battaglie civili, della lotta al razzismo, chi ha contribuito a rendere più democratica la nostra Repubblica, dei simboli, soprattutto di quelli cubani e comunisti, giustamente, se ne sbatte e anzi li sbeffeggia.
La rivoluzione in Italia lui l’ha fatta per davvero e l’ha fatta con una radio. “Dare voce a chi non ce l’ha” e dirlo a metà degli anni settanta non era mica una cosa scontata e neppure dirlo oggi lo è poi così tanto scontato. Radio Popolare, un nome che è già tutto un manifesto. E popolare lo era, lo è davvero. Lo è perché ha un suo popolo che la sostiene, la finanza e la difende. Lo è perché chi ci lavora guadagna giusto quel che serve per vivere. Lo è perché ci si entra senza dover vantare un pedigree. Io, per esempio, figlio di un metalmeccanico e di un’impiegata, a Radio Popolare professionalmente ci sono nato e se oggi faccio quello che faccio e lo faccio come lo faccio, per tanta parte è grazie a lui, a Piero Scaramucci. “Diventerai un direttore”, mi aveva detto nel suo ufficio in via Stradella a metà degli anni novanta e poi è accaduto. Quando gli ho ricordato qualche hanno fa di questa sua previsione, con il sorriso mi disse che non se ne rammentava affatto. Smontandomi. E se lo racconto è solo perché credo che questa fosse una delle cifre di Piero. Sfottere, provocare, essere impertinente. E alla fine, lo amavi per forza, magari dopo averlo però odiato un po’.
Qualche mese fa, è squillato il telefono, ed era lui. Piero Scaramucci è stato il primo a chiamarmi alla notizia dei proiettili a Estreme Conseguenze. “Te l’ho detto che avevi la stoffa per fare il direttore”. Per me la stelletta più importante. Una telefonata lunga. Anche perché con i suoi ottanta suonati voleva sapere tutto. E io a dirgli che non potevo. Che gli inquirenti. Ma nulla, qualcosa gli ho detto e lui felice di sapere più di chiunque altro, mi ha rimandato a una birra a San Colombano, a settembre.

Ciao Piero e grazie.

William Beccaro, Direttore EstremeConseguenze

Condividi questo articolo:

Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

Commenta con Facebook