Luisi Caria è cittadino sardo, comunista, indipendentista. Rivendica con orgoglio la propria appartenenza a queste categorie. Luisi ha combattuto in Kurdistan con le Brigate Internazionali YPG, di cui EC si è già occupata in passato. Ne abbiamo scritto quando improvvisamente diverse procure hanno intentato dei procedimenti contro diversi giovani italiani che hanno scelto di combattere in prima fila contro il sedicente califfato di Daesh.

Luisi, su cui pendeva un procedimento per terrorismo, è stato prosciolto da ogni accusa così come è capitato per tutti gli altri accusati, in particolare per cinque giovani torinesi.

Per la prima volta Luisi rilascia una intervista a una testata giornalistica, Racconta in dettaglio la sua esperienza in Rojava, una testimonianza precisa. Dimentichiamo tutti troppo spesso che se oggi la minaccia di ISIS è stata congelata (non ancora del tutto sconfitta) lo si deve a migliaia di donne e uomini che hanno combattuto in prima fila, lontano dalle cronache dei media occidentali

Crediamo importante la sua testimonianza che pubblichiamo integralmente e che investe diverse questioni, anche gli aspetti legati all’utilizzo militare dell’isola come poligono a cielo aperto.

Diamo qui anche conto di un pensiero indipendentista sardo che, per quanto sicuramente minoritario, ha diritto di tribuna,

Vi abbiamo raccontato dei ‘veleni di Quirra’, abbiamo testimoniato l’abuso decennale dei territori sardi da parte del Ministero della Difesa e della NATO.

Le esercitazioni militari in Sardegna continuano e anzi avranno un nuovo impulso tra due settimane quando si svolgerà una nuova campagna di esercitazioni Nato con brillamenti, test missilistici, ampio uso di munizioni di ogni tipo ai bordi di quelle spiagge e di quei mari che solo fino a un paio di settimane fa erano circondate da turisti.

Torneremo a parlarne molto presto.

Intanto, lasciamo la parola a Luisi Caria che ringraziamo per la fiducia accordata a EstremeConseguenze.

“Di recente un giudice di Cagliari ha finalmente deciso di bocciare la richiesta della Questura di Nuoro di sottopormi ad un regime di sorveglianza speciale, che avrebbe comportato una forte limitazione della mia libertà personale. Ho deciso di rilasciare ora questa intervista per fare chiarezza sulla mia esperienza in Kurdistan, mettendo un po’ di ordine nella selva di ricostruzioni fantasiose che molti giornalisti hanno pubblicato fin ora. Quando ad ottobre, quasi un anno fa, il gip mi ha convocato per l’interrogatorio di garanzia ho confermato di essere stato in Siria insieme alle YPG e all’ IFB e di avere combattuto con essi nella città di Rakka. Ho affermato che le YPG sono una forza di autodifesa e non un’organizzazione terroristica e ho aggiunto di essere sicuro che la mia condotta non avesse comportato la violazione di nessuna legge dello stato italiano. Dopo queste mie dichiarazioni, molto chiare e la cui registrazione audio rimane agli atti, la fervida fantasia di un qualche giornalista ha partorito una storia inventata di sana pianta, attribuendomi dichiarazioni che non ho mai rilasciato. Per questo motivo penso che possa essere utile rilasciare questa intervista, per non dovermi giustificare in futuro di cose che altri mi hanno messo in bocca, travisando intercettazioni ambientali o inventandosele di sana pianta. Quindi a questo punto preferisco raccontare la mia esperienza”.

– Puoi raccontarci della tua esperienza in Siria?

Sono partito nella primavera del 2017 e sono arrivato in Siria attraversando il Kurdistan iracheno (Bashur, in lingua curda). Il governo autonomo curdo del Bashur è filo-turco, ostile alla federazione autonoma della Siria del Nord e impedisce alle persone e alle merci di transitare normalmente dai posti di frontiera. Inoltre gli occidentali sospettati di volersi unire alle YPG possono venire arrestati dal governo autonomo curdo di Erbil. Per questo motivo per passare il confine abbiamo dovuto attraversare in barca il fiume Tigri e camminare quasi tutta la notte fra distese desertiche e colline pietrose, fino a che non siamo arrivati in Rojava nel territorio curdo-siriano in cui vige la rivoluzione confederale.  I miei compagni di viaggio erano curdi e nonostante potessimo comunicare solo a gesti, mi hanno mostrato da subito il loro carattere generoso e la voglia di aiutarsi l’un l’altro.  Era la prima volta che vedevo il Kurdistan e rimasi molto colpito dalla fierezza di quella gente e da una cultura millenaria che mi è apparsa incredibilmente simile a quella del mio popolo.

Dopo il mio arrivo in Rojava ho passato un periodo all’Accademia delle YPG, in una scuola di formazione politica, linguistica e militare destinata ai volontari internazionalisti che da tutto il mondo vanno a difendere la rivoluzione nel Nord della Siria. Non parlavo una parola di curdo e avevo una scarsa conoscenza anche della lingua inglese che parlavano gli altri internazionalisti e che veniva usata durante le lezioni. Quindi dovetti mettermi a studiare contemporaneamente entrambe le lingue.

Dopo l’Accademia mi sono unito all’International Freedom Battalion: un’unità composta da volontari comunisti, anarchici ed apoisti (che seguono le idee di serok Apo, Abdullah Ocalan) provenienti da tutto il mondo.  Con l’IFB sono stato a Rakka, durante l’ultima fase dell’offensiva per liberare la città dallo stato islamico. I bombardamenti aerei e i colpi di mortaio erano costanti ogni giorno e ad ogni ora, in una città rasa al suolo per oltre il 70% e quasi completamente abbandonata dalla popolazione civile. Daesh controllava ancora più della metà della città. La nostra base era nella periferia sud, in una zona che era stata liberata diversi mesi prima, durante l’accerchiamento attuato dalle democratiche siriane, composte dalle ypg e ypj curde e da tantissimi combattenti arabi. Vicino alla nostra base c’erano quella delle YPJ, delle combattenti yezide di Shengal, delle YPG internazionali e la struttura medica in cui i feriti ricevevano un primo soccorso. Era molto vicino anche il media center: un luogo stranamente sereno e rilassato, frequentato dai giornalisti e dalle troupes presenti al fronte, ma dove di tanto in tanto andavano anche gli internazionalisti perché là era possibile collegarsi alla rete internet e comunicare con il resto del mondo. Il media center fu il bersaglio di un attacco di Daesh in cui morirono tanti compagni fra cui Mehmet Askoy, un giornalista inglese di origine curda, che mesi prima aveva scelto per me il mio nome curdo.

Quando heval Mehmet fu ucciso io ero al fronte, in un palazzo al centro della città che avevamo occupato, davanti alla zona che restava in mano allo stato islamico. Il territorio controllato da Daesh era ormai una porzione di pochi chilometri quadrati nel centro cittadino le cui strade e i cui palazzi erano letteralmente disseminati di trappole esplosive. Lì poche centinaia di miliziani islamisti si spostavano utilizzando tunnel sotterranei da un palazzo all’altro, i cui piani seminterrati erano stati rinforzati utilizzando ogni tipo di materiale per poter sopravvivere persino sotto i bombardamenti. Ogni tanto ne uscivano per tentare attacchi suicidi in altre zone della città.

La nostra unità difendeva l’edificio dall’alto potendo vigilare su una delle vie principali che attraversando il centro cittadino si dirigevano verso lo stadio che Daesh aveva trasformato in carcere e luogo per le esecuzioni. Il primo piano dell’edificio invece era occupato da un’unitàqàssede(sigla in arabo che significa forze democratiche siriane) composta da ragazzi arabi, molti dei quali giovanissimi che erano scappati con le loro famiglie verso nord quando Raqqa era stata conquistata da Daesh e che erano baldanzosi per essere potuti tornare da vincitori nella loro città e nelle loro terre. Insieme a noi per alcuni giorni ci furono anche gli sniper dell’unità 223 delle YPG, composta da volontari internazionali fra cui Soresh, un compagno inglese che fu ucciso a Rakka poco tempo dopo.

Una notte Daesh portò un attacco suicida contro una postazione qàssedevicino al nostro edificio. Non si poteva escludere che fossimo di fronte ad un contrattacco su scala più ampia e quindi il comandante dovette mettere tutti i compagni nelle postazioni di guardia e passammo tutta la notte svegli. Io passai molte ore nelle scale a puntare di sotto verso l’accesso alla scalinata, fissando il buio, esattamente come la sentinella araba che stava nel pianerottolo sottostante.

In quei giorni Daesh ci bersagliò con una decina di razzi, ma fortunatamente mancarono sempre il nostro edificio. Quando un’altra squadra dell’IFB ci diede il cambio, tornammo alla base senza che nessuno della nostra unità fosse stato ferito, neanche lievemente. Invece pochi giorni dopo due combattenti arabi che avevo conosciuto al fronte furono uccisi da una trappola esplosiva nei pressi di quello stesso edificio.

Dopo che i miliziani del Daesh si arresero e si ritirarono dalla città, restai ancora per poco tempo a Rakka e me ne andai dopo che la popolazione civile fece ritorno nella zona in cui si trovava la nostra base.

Sono stato in Kurdistan solamente sei mesi: un periodo breve rispetto a tanti altri volontari internazionali che ho conosciuto e certamente un’esperienza molto più tranquilla rispetto a quella che molti di essi hanno dovuto affrontare, soprattutto ad Afrin durante la disperata resistenza all’invasione turca.

Come tanti altri compagni avevo il desiderio di vedere il cantone di Afrin, che era famoso per essere il luogo in cui la rivoluzione confederale aveva raggiunto i migliori traguardi e per essere ricco di vegetazione (assente nel resto del Rojava). Pochissimo tempo dopo la mia partenza, la Turchia ha dato inizio all’invasione e moltissimi miei compagni e amici sono andati a combattere per difendere ancora quella terra: molti di essi come Sahin, Kendal e Baran sono caduti lì combattendo. Spero di poter andare a visitarli quando il cantone di Afrin sarà libero dall’occupazione turca e la guerra civile in Siria finirà.

Sono migliaia i compagni e le compagne che sono diventate shehìd (martiri) per distruggere lo stato islamico e per difendere la rivoluzione democratica-confederale nella Siria del Nord: molti di essi sono sconosciuti ai più, mentre altri sono diventati delle vere e proprie icone rivoluzionarie, come il comandante comunista armeno Ozanyan o il volontario anarchico italiano Lorenzo Orsetti, che io non ho mai avuto la fortuna di incontrare e che è caduto pochi mesi fa, combattendo nell’ultima zona che era ancora controllata dallo stato islamico nei pressi di Baghouz.

– Perché hai deciso di partire?

Ho deciso di partire dopo lo scioglimento di A Manca pro s’Indipendèntzia, un’organizzazione sarda indipendentista e comunista di cui sono stato dirigente e militante per quasi dieci anni. Abbiamo messo fine a quell’esperienza tentando di fare un’autocritica seria e sperando che questo passo potesse spingere al dialogo altre componenti che si riconoscono nella sinistra indipendentista, per arrivare ad una ricomposizione di questa area politica e alla costruzione di un nuovo progetto di liberazione nazionale e sociale del popolo sardo che rispondesse alle necessità della lotta in questa fase storica. Purtroppo questo progetto non si è concretizzato e ha reso ai miei occhi più evidente l’assenza di una concreta prospettiva politica della sinistra indipendentista: un problema che certamente non è solo sardo, ma comune a tutta la sinistra europea. In quel contesto avevo bisogno di cercare nuovi esempi positivi e da comunista ho trovato molti spunti interessanti nelle idee del confederalismo curdo. Sono partito perché volevo vedere con i miei occhi la loro applicazione pratica in Rojava, e conoscere le conquiste e i limiti di quel tentativo di costruire una società migliore. Quindi pensavo al mio viaggio sostanzialmente come una ricerca politica, ma poi per i casi del destino mi sono trovato ad unirmi alle YPG, nonostante non avessi nessun tipo di preparazione militare e nemmeno nessuna particolare inclinazione verso l’uso delle armi.

– Cosa ti ha lasciato quella esperienza?

La cosa più bella che mi ha insegnato è saper apprezzare la vita collettiva e ad affrontare autocriticamente le scorie di individualismo che si nascondono nel mio carattere. Per tutto il tempo che sono rimasto in Siria la mia vita si è svolta insieme a quella di tanti altri compagni uniti da una forte comunanza ideale, condividendo lo studio, l’esercizio, il lavoro, la disciplina, il riposo e ogni altro aspetto che scandiva le nostre giornate. Dopo ogni giornata e spesso dopo ogni singola mansione portata a termine, era d’obbligo metterci in cerchio per il Tekmil, che è una sessione-lampo di critica e autocritica in cui tutti sono tenuti a parlare subito delle proprie e delle altrui mancanze. Il tutto deve terminare in una manciata di minuti e non è concessa facoltà di replica a chi è oggetto di una critica. Si tratta di un’istituzionedavvero utile perché facilita la composizione di potenziali dissidi fra tutti i compagni.

L’esperienza in Rojava ha contribuito molto alla mia formazione personale, anche grazie ai corsi che ho potuto frequentare sull’apoismo con le YPG e quelli che ho potuto seguire sulla dottrina maoista nell’IFB, grazie ai compagni turchi del TKP-ML. Inoltre ha aumentato la mia capacità di adattarmi a situazioni e realtà diverse da quella a cui sono abituato.

– Ci racconti un paio di ricordi che ti sono rimasti impressi?

Mi ricorderò per sempre il momento quando, appena giunti in territorio siriano, trovammo un passaggio per raggiungere la nostra prima destinazione. Montato sopra il cassone alzai gli occhi per la prima volta dall’inizio del viaggio, scoprendo delle stelle grandissime ma familiari, che mi trasmisero una bellissima sensazione: avevo ritrovato lo stesso cielo che avevo sempre visto in Sardegna fin da quando ero bambino. Mi tornarono in mente le sere della mia infanzia passate a guardare le stelle con i miei nonni paterni, che mi avevano insegnato il nome in italiano e in sardo di molte di esse. Questa mia “scoperta” in terra siriana, che ripensandoci oggi mi sembra piuttosto banale e scontata, mi ha dato molta sicurezza nelle veglie notturne dei mesi successivi.  

Uno dei momenti più forti fu poi quando, il primo giorno del corso, ci hanno portato a vedere un cimitero dei martiri. Ci sono centinaia di tombe bianche che contengono le salme dei compagni caduti nella guerra contro lo stato islamico, curdi, arabi e anche diversi internazionali che hanno espresso il desiderio di essere sepolti in Rojava. Il motivo di quella gita era evidentemente quello di abituare ciascuno di noi all’idea della morte come una possibilità che deve mettere in conto ogni compagno che decida di prendere le armi per difendere la rivoluzione. Uno degli istruttori mi chiese di fargli una foto davanti alla tomba del fratello. Era un ragazzo giovanissimo, come la maggior parte dei combattenti in quella terra dove si invecchia molto presto, ed era morto combattendo lo stato islamico qualche centinaio di chilometri più a sud: una storia che purtroppo deve essere molto comune fra le famiglie curde nel nord della Siria.

Della mia breve permanenza sul fronte di Rakka mi è rimasto impresso quando un palazzo di otto piani lontano da noi circa ottanta metri fu distrutto da un bombardamento americano. Il rumore dei bombardamenti era diventato familiare da quando ero arrivato a Rakka, dove di norma si susseguivano ogni pochi minuti, facendo vibrare le case anche a diversi chilometri di distanza. In quell’occasione facevo la sentinella sulla terrazza quando all’improvviso i compagni si misero ad urlare il mio nome dicendomi di correre subito a rifugiarmi nelle scale. Dopo un paio di minuti dentro le scale sentii l’esplosione più forte che abbia mai sentito, che scosse il nostro palazzo dalle fondamenta. Subito dopo si alzò una nuvola densissima che si diradò dopo molto tempo, lasciando tre dita di polvere sulla terrazza dove dormivamo. Era già sera e ci mettemmo al lavoro spazzando la terrazza, per poterci mettere a dormire. Durante la mia permanenza a Rakka ho pensato spessissimo a quelle bombe e a quegli aeroplani, che probabilmente sono dello stesso tipo che gli eserciti della Nato sperimentano nella mia terra, avvelenandola e contribuendo a tenerla nell’ignoranza, povera e improduttiva.

– In Sardegna c’è chi parla di occupazione militare riguardo alla forte presenza delle basi e dei poligoni. Che effetti ha avuto questa presenza sull’isola e quale è stata la risposta della popolazione?

In Sardegna abbiamo un problema di occupazione militare dagli anni ’50, quando lo stato italiano ha deciso di scaricare sulla nostra isola gli obblighi derivanti dalla sua partecipazione alla NATO. I due poligoni maggiori di Quirra e Teulada, nel Sud dell’isola, sono per estensione i più grandi d’Europa e complessivamente sono stati sottratti oltre 35.000 ettari di terra al libero utilizzo delle comunità sarde. Nel corso di questi 70 anni l’esercito italiano e gli altri eserciti occidentali hanno utilizzato bombe e armi molto dannose, contenenti anche torio ed uranio impoverito, causando danni gravissimi per l’ambiente e per la salute della popolazione civile e degli stessi soldati. Probabilmente sono state ancora più gravi le ripercussioni sul tessuto socio-economico sardo, causando sottosviluppo e spopolamento dei paesi circostanti. Negli anni ’50 e ’60 la popolazione si è spesso opposta agli sgomberi e all’esproprio delle loro terre, ma poi nel tempo è stata spesso anestetizzata dalla propaganda e da un sistema assistenzialista che in cambio di pochi stipendi da inservienti e impiegati civili riesce a creare un clima favorevole all’esercito.

–  Cosa fanno riguardo a questo problema le istituzioni locali e i movimenti?

Negli ultimi anni il movimento contro l’occupazione militare ha vissuto una forte maturazione, acquisendo un carattere più popolare e meno ideologico ha contribuito a diffondere la conoscenza di questa problematica in tutta la popolazione sarda. Purtroppo a livello istituzionale non esiste nessuna reale opposizione. Negli scorsi anni il comitato misto paritetico con funzioni consultive è stato esautorato perché si rifiutava di avallare il calendario delle esercitazioni militari. Il processo in corso a Lanusei contro i generali per i veleni di Quirra probabilmente si concluderà senza che venga individuato nessun responsabile. La giunta regionale attuale non ha dato segni di vita riuguardo a questo tema, mentre quella precedente era pervenuta ad un accordo-beffa con il Ministero della Difesa che è servito solo a legittimare la situazione esistente. Lo stato italiano ha pensato di poter mettere a tacere l’opposizione alle basi interrompendo le esercitazioni militari per 4 mesi all’anno durante la stagione estiva, in modo che non possano arrecare disturbo ai turisti, mentre nulla importa dei danni arrecati alla popolazione residente. In teoria prima del mese di giugno dovrebbero essere effettuate le bonifiche delle spiagge confinanti ai poligoni che vengono aperte al pubblico, ma spesso avvengono ritrovamenti di residuati bellici e ordigni inesplosi da parte dei bagnanti. Il prossimo 1 ottobre gli eserciti NATO torneranno a bombardare la Sardegna e decine di movimenti e associazioni hanno deciso insieme che non intendono più permetterglielo restando in silenzio. Per questo motivo il 12 ottobre si terrà una importante manifestazione davanti al poligono militare di Capo Frasca per chiedere il blocco delle esercitazioni, che sia un primo passo verso la dismissione delle basi, la bonifica e la liberazione di quei territori.  

– Tornando alla tua vicenda, puoi raccontarci cosa ti è successo quando sei tornato dalla Siria?

Mi sono riabituato alla mia vita e le cose sono tornate più o meno come prima che partissi. Sapevo benissimo di non aver fatto nulla di sbagliato e neppure nulla che violasse una qualche legge dello stato italiano. La polizia non mi ha dato nessuna noia e per molto tempo non mi sono accorto di essere spiato. Il 14 settembre dello scorso anno invece la polizia si è presentata a casa di mia madre perquisendola, notificandomi l’accusa di terrorismo e sequestrandomi il passaporto. La stessa accusa è stata fatta ad altri 2 compagni sardi e in seguito è stata richiesta la sorveglianza speciale contro altri 5 compagni torinesi che avevano combattuto con le YPG o erano stati in Siria come volontari civili. Per fortuna a nessuno di essi è stata applicata tale misura di prevenzione, che avrebbe costituito un gravissimo precedente per chiunque solidarizzi con in popoli in lotta.

– Ritieni che ci sia un accanimento nei tuoi confronti?

Mi sembra molto probabile. A dicembre, pochi giorni dopo che il giudice mi aveva restituito il passaporto, la questura di Nuoro ha chiesto per me la misura della sorveglianza, che è rimasta in sospeso fino a pronunciamento del giudice di Cagliari. Ora aspetto di vedere se i solerti funzionari della Digos avranno meglio da fare che continuare ad interessarsi di cose che non gli competono e di comportamenti che non hanno violato nessuna legge.

– Come ha reagito la comunità in cui vivi alla richieste di procedimento nei tuoi confronti?

Ho ricevuto moltissimi attestati di stima e di solidarietà sia nella città in cui vivo che in tutta la Sardegna. Penso che questa indagine si sia rivelata un autogol per le forze repressive perché ha portato un’ondata di simpatia popolare sia verso la causa curda che verso tutti i compagni colpiti.

– La lotta dei curdi: una tua opinione

Dagli anni ’80 ad oggi il movimento rivoluzionario curdo ha rappresentato un esempio per tanti rivoluzionari in Medioriente e non solo. In tanti anni la loro lotta e la loro ideologia hanno vissuto grandi cambiamenti, passando dal marxismo-leninismo al confederalismo democratico, che è una teoria che basa la stessa lotta rivoluzionaria sull’autogoverno delle comunità, senza rinviare ciò ad una fase successiva in cui la rivoluzione sia già consolidata. Il movimento curdo è diventato famoso perché si è dimostrato l’unica forza capace di opporsi all’ avanzata dello stato islamico. Alcune aree della sinistra antimperialista europea hanno criticato il movimento curdo per l’appoggio ricevuto dai bombardamenti americani e per la scelta di stabilire un’alleanza tattica con l’esercito statunitense. Io penso che sia stata una scelta giusta che ha permesso alla rivoluzione di sopravvivere e ha permesso di liberare la popolazione civile dalle bande dei tagliagole islamisti. Ciò non toglie che tutto questo orrore ha avuto origine per colpa degli americani stessi, che hanno foraggiato diverse bande islamiste per combattere Assad, prima che questo gioco gli sfuggisse di mano. Le uniche forze realmente interessate alla pace e alla pacifica convivenza fra i popoli della Siria sono i curdi e le altre componenti delle forze democratiche siriane, ma io spero che riusciranno ad ottenere un buon accordo con il regime di Damasco che garantisca l’autonomia e li metta al riparo da un’invasione turca.

– Infine, se vuoi lanciare un ‘appello’ o una tua considerazione

Penso che tutti abbiamo forte un debito di gratitudine verso i compagni e le compagne curde che con il loro sacrificio hanno contribuito a sconfiggere la minaccia dello stato islamico. Anche per questo non possiamo permettere che lo stato fascista turco soffochi nel sangue la loro rivoluzione. Dobbiamo contribuire a fare pressione contro ogni ipotesi di invasione turca e per legittimare a livello internazionale la federazione democratica della Siria del Nord.

 

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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