La stagione del raccolto 2019 è al via. Centinaia di giovani europei stanno partendo, o sono già partiti, verso gli Stati Uniti. Meta preferita, la California. Lavoratori stagionali, irregolari, per la raccolta e la lavorazione delle piante di marijuana. Due, tre mesi al massimo di lavoro per 10-12mila dollari di guadagno. Ma i più resistenti arrivano a 15K. Vi raccontiamo la storia di due ragazze italiane.

La coltivazione della canapa sta diventando una delle principali industrie a stelle e strisce. Con sempre più Stati che legalizzano la cannabis anche a scopo non terapeutico, l’industria statunitense della marijuana raggiungerà un fatturato di 25 miliardi di dollari entro il 2025, circa il triplo di quanto rende oggi (8,3miliardi).
Una crescita a doppia cifra ogni anno. A espandersi di più il mercato della marijuana a uso ricreativo, con una previsione di aumento del 18% annuo, mentre quella per uso terapeutico è previsto cresca dell’11%.
Al momento, permettono l’uso ludico Alaska, Colorado, Washington, California, Maine, Nevada, Oregon, Vermont, Massachusetts e District of Columbia (la capitale Washington). A consentire solo l’uso terapeutico sono invece altri 19 Stati.
Un altro mondo rispetto all’Italia dove l’ultima sentenza della Cassazione ha di fatto bloccato un mercato in rapidissima espansione, basti pensare che negli ultimi due anni nel nostro paese sono nate circa 2mila aziende agricole per almeno 4mila ettari coltivati a canapa con un giro di affari nel 2018 di 150 milioni di euro. La canapa per uso terapeutico viene prodotta dall’Istituto Farmacologico Militare di Firenze, circa 500kg all’anno, del tutto insufficiente per rispondere alla domanda interna e infatti ne importiamo diverse tonnellate da Canada e Olanda.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dagli analisti di Whitney Economics e dalla rivista di settore Leafly, negli Stati Uniti ad oggi la legalizzazione della cannabis ha creato oltre 200mila posti di lavoro a tempo pieno – il doppio di quelli attualmente impiegati dal settore tessile e 4 volte tanto degli impiegati nell’industria del carbone – e 300mila considerando tutto l’indotto, dei quali 64mila solo nel 2018. Secondo i dati pubblicati sul Marijuana Business Factbook 2018, i posti di lavoro a tempo pieno dovrebbero crescere fino a 340mila nel 2022 con un aumento del 21% ogni anno. In confronto, l’intero settore sanitario americano dovrebbe crescere del 2% all’anno.
Le grandi multinazionali hanno fiutato l’affare, specialmente dopo l’ultima legalizzazione canadese.
Canopy Growth, Aurora Cannabis, Tilray, Cronos, sono solo alcuni tra i grossi produttori che ora investono sulla marijuana a uso ricreativo. Un affare da oltre 140milioni di dollari al mese.
Davanti ai colossi farmaceutici e alle grandi aziende della coltivazione i piccoli produttori fanno sempre più fatica a stare sul mercato, nonostante i volumi in costante crescita così come la domanda.
Ma il fenomeno dei ‘trimmers’ resiste ancora. Chi sono i trimmers? Letteralmente ‘tagliatori’. Ovvero quelle centinaia (se non migliaia) di ragazzi europei e americani addetti alla cura delle piante, in particolare alla pulizia delle cime con un paio di forbici come strumento di lavoro.
Arrivano in California a inizio stagione, a settembre. E restano fino a Natale. Un lavoro molto ben pagato. In due mesi si possono fare anche undicimila dollari. Humboldt, Trinity, Tehama, Yuba, Plumas sono solo alcune delle contee a nord di San Francisco dove si trovano le fattorie private che coltivano marijuana. Legale ma anche, e soprattutto, illegale destinata al mercato nero.
EC ha intervistato due ‘trimmers’ italiane, Roberta e Chiara (nomi di fantasia).
Racconta Roberta: “Sono partita già sapendo dove rivolgermi grazie a una amica che lo aveva già fatto. Lei era andata e girando per le strade, spostandosi nelle cittadine di quelle contee, aveva trovato gli agganci. Vai lì, cerchi i coltivatori, che poi in realtà sono loro che cercano te, e speri che ti vada bene. Perché non tutti sono bravi. Tanti viaggiano armati anche dentro le loro fattorie perché c’è un giro di soldi non indifferente.. si parla anche di gente che sparisce.. queste fattorie sono case in mezzo al nulla, a chilometri dalle prime cittadine. Stai lì e devi trimmarla, cioè pulirla per bene, togliere le foglioline, oppure raccoglierla. Sono normalissimi contadini o gente che fa altri lavori che si butta nel business della ‘maria’.
La vendono a negozi, ad aziende farmaceutiche e in molta parte anche in nero. Per esempio dove lavoravo io la metà circa finiva in Canada, dove prima era illegale. Conta molto la qualità e c’è una grande attenzione su questo. Per esempio sono fissati con il ‘bio’, l’erba deve essere assolutamente bio. Organic, come dicono loro. Fanno anche delle gare tra di loro per stabilire la qualità migliore”.
-Com’era la tua vita quotidiana?
“Si vive proprio dentro la fattoria. Si dorme, si mangia, si sta lì 24 ore al giorno. Mi è capitato anche di stare in una roulotte. In un’altra farm avevo una piccola stanza tutta per me. Nei posti dove sono stata in genere eravamo io con le mie amiche, in 3 o 4. Ma ci sono fattorie dove c’è anche più gente. Ci sono un sacco di europei: spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi. Non prendono gente del posto perché non si fidano, non vogliono fare sapere che hanno un sacco di erba e gira un sacco di cash.. ci sono anche molti americani ma siccome è tutto in nero sono di meno perché se no uno potrebbe chiedere un contratto regolare.
-E la polizia?
“Gli sbirri sanno tutto. Quando sono arrivata In aeroporto mi hanno bloccata. Mi hanno tenuta per quattro ore in una stanzetta tutta di metallo. Poi per fortuna mi hanno lasciata andare. Entri con il visto turistico e invece lavori, questo è il problema… Altri miei amici sono stati rimandati a casa senza nemmeno mettere piede in California. Quando inizia la stagione vedono arrivare tutti questi ragazzi con lo zaino e capiscono benissimo cosa vengono a fare.
-Quanto ti pagavano?
“Ti pagano a ore, per la raccolta, e per ogni pound raccolto. Per ogni pound 150 dollari. E poi tra i 10 e i 20 dollari l’ora a seconda delle mansioni. Quando ‘trimmi’ ti pagano a peso, il resto a ore. Si lavora 12-14 ore al giorno. Nessuno ti obbliga, se hai voglia fai. Facevamo anche 4 pound al giorno. Io in due mesi e mezzo di lavoro ho fatto 11mila dollari. Potevo farne anche di più. La stagione inizia a settembre e finisce a fine novembre. Una delle ragioni per cui preferiscono rivolgersi a giovani europei e non a gente locale è che i campi sono nascosti, non vogliono far sapere dove si trovano, hanno paura che glieli freghino o che possa intervenire qualche autorità. Infatti alcuni non mandano nessuno a raccogliere l’erba, fanno loro e tu devi solo pulirla. Può essere pericoloso perché girano tanti soldi, nessuno sa dove sei, sei completamente da solo in posti sperduti e se qualcuno ti vuole fare del male, specialmente a una ragazza, nessuno ti può difendere. Succede anche che non ti paghino. E allora ti puntano una pistola e ti dicono ‘ora te ne vai’ e non puoi fare nulla non puoi certo denunciarli alla polizia… a noi non è successo niente, è andata bene, abbiamo avuto a che fare con gente a posto ma storie del genere si sentono in giro. Sono stata contenta di averlo fatto. Non solo per i soldi, ovvio, ma non ero mai stata in America, ero curiosa, e vivendo tutto il giorno con loro ti accorgi anche di come vivano in un’altra dimensione… comunque prendono gente di ogni età, se può interessare a qualche pensionato.. (ride)”
Chiara ha lavorato per due stagioni.
“Ho saputo di questa cosa tramite amici, passaparola – dice a EC – a Torino c’è parecchia gente che lo fa.
La prima volta era nel 2016, arrivata diretta a San Francisco. Il secondo anno sono arrivata da Boston per evitare i controlli. Parliamo di un lavoro che non è legale, quindi bisogna stare un po’ attenti…
Il primo anno ho girato nelle contee, mi sono messa a campeggiare dietro un supermercato con dei ragazzi americani e ho cominciato a chiedere. Loro lo sanno. Non sono posti turistici, per esempio Williz, non c’è niente da vedere quando vedono un europeo con uno zaino in spalla che gira per il paese capiscono cosa cerchi e se hanno bisogno ti prendono”.
-Ma non è pericoloso?
“Diciamo che ci vuole anche un po’ di fortuna. Ti affidi a una persona che non sai chi è, ti prende e ti porta in macchina in un posto isolato lontano da tutto, dove non prende nemmeno il cellulare, e non sai cosa può succedere. Il primo anno ero da sola con un’altra ragazza. La prima esperienza non è stata il massimo… anzi.. ci ha contattato e ‘prelevato’ un tizio che poi si è rivelato essere un alcoolizzato con la fissa delle armi, ci obbligava a sparare con un fucile mitragliatore “perché se non lo fate siete delle fighette europee”.. passava il tempo a bere e fumare e non ci dava da lavorare quindi ce ne siamo andate… ci siamo fatte riaccompagnare in città per cercare ancora e alla fine ci è andata bene, abbiamo conosciuto una coppia di 60enni che potevano essere i miei genitori e che coltivavano marijuana da quaranta anni. Siamo arrivate prima che iniziasse il raccolto e per fortuna questa coppia coltivava anche altro, caso raro in California perché nessuno li ha l’orto o cose del genere, quindi abbiamo raccolto luppolo, aglio e altre cose e poi siamo passate alla lavorazione della ganja. Avevano una cinquantina di piante. La raccoglievamo e la preparavamo per l’essiccamento. Ci davano 20 dollari l’ora per raccoglierla e poi una volta essiccata ci davano 150 dollari a pound (un pound sono 420 grammi). Qualche anno prima pagavano anche di più, 200-250 dollari a pound. Da quando è passata la legge che la legalizza stanno subentrando le grandi industrie e quindi i piccoli produttori fanno più fatica, pagano di meno. Il mercato nero del raccolto sta sparendo, oggi si stanno regolarizzando tutti e i piccoli non riescono a tenere il passo delle grosse aziende. Resta sicuramente il mercato nero, quello illegale, la vendita in altri stati dove è ancora illegale.
Quando abbiamo finito con le loro 50 piante ci ha presentato un loro amico che invece aveva almeno 100 piante e siamo andate da lui. Il primo anno in due mesi di lavoro ho fatto 10mila euro. Lavoravamo tantissimo. Hai vitto e alloggio pagato quindi tutto quello che ti pagano te lo tieni . Lavoravo dalle 8 a mezzanotte tutti i giorni, per due mesi. Quando devi trimmarla devi stare seduto tutto il giorno con le forbicine quindi è pesante come lavoro.. è pieno di francesi, spagnoli, più degli italiani. Ci sono anche ragazzi e ragazze americane ma loro sanno già dove andare quindi li vedi meno in giro. Adesso il contratto mensile è di 1.800 dollari, regolare, tassato. Quindi vieni pagato molto meno”.

 

 

Ma il sistema sta cambiando velocemente. Gli stagionali che rimpiazzano i ‘trimmigrants’ per un lavoro regolare non mancano e in molte fattorie si stanno già sperimentando macchinari automatici sia per il raccolto che per il taglio dei fiori. È un mercato in rapidissima espansione e dai guadagni sicuri. Si stima che siano tra i 200 e i 250mila ad oggi i lavoratori regolari della canapa negli Stati Uniti per un affare che vale oltre dieci miliardi di dollari e solo per il 2021 la stima è che gli addetti arrivino a 325mila. Non c’è nessun altro comparto economico che vede una crescita del genere. Tanto che in alcuni campus (pochi, Stockton University, Denver University) iniziano i primi corsi universitari legati alla cannabis: come coltivarla, come raccoglierla, come utilizzare gli scarti etc
Ma le fattorie illegali ancora resistono e le autorità californiane hanno iniziato una guerra tutta nuova. Perché ora che è legale il problema è la truffa al fisco, cosa su cui negli USA non si scherza mai.
Uno dei protagonisti di questa ‘guerra’ è lo sceriffo della contea di Humboldt, Billy Honsal, emerso recentemente alle cronache locali per aver invocato in un video l’aiuto della Guardia Nazionale per trovare e sopprimere i coltivatori illegali. È un caso molto interessante, perché si inserisce in una battaglia alla produzione illegale in uno stato dove invece è stata legalizzata del tutto. Ma per essere dei coltivatori legali, oltre al fatto di dover pagare le tasse e subire una serie di controlli, è necessario anche rispettare tutta una serie di norme igienico-sanitarie. E qui sta il vero problema per i piccoli coltivatori.
Lo Stato della California stimava per il 2018 una entrata vicina al miliardo di dollari per le tasse ricavate dai ‘farmers’ di cannabis: ha intascato 345milioni di dollari.
Insomma, è evidente che il commercio illegale garantisce più incassi.

Resta ancora, specialmente in California, un grosso problema di crimine legato al commercio illegale di cannabis.
Grazie a due ‘depenalizzazioni’ di reato, negli ultimi anni gli arresti sono diminuiti di quasi il 20% (non si arrestano più persone per possesso di illegale, vengono multate; anche per lo spaccio si attuano misure cautelari diverse dalla prigione statale) https://goldrushcam.com/sierrasuntimes/index.php/news/local-news/20089-new-ppic-report-finds-decline-in-california-statewide-arrest-rate-driven-by-lower-crime-rates-and-criminal-justice-reforms-arrest-rates-highest-in-poorer-counties-racial-disparities-highest-in-affluent-counties E in generale i reati sono in calo.
Ma dopo alcuni di ‘stallo’ gli omicidi sono tornati a crescere. Secondo alcuni osservatori la causa è proprio il cospicuo flusso di denaro ‘cash’ frutto della coltivazione illegale.
C’è poi un ampio dibattito sulla ‘sicurezza stradale’ legato al consumo di ganja. Da anni le statistiche cercano di capire se un possibile abuso di ganja possa comportare una crescita dei morti sulle strade.
Secondo diversi studi, esiste una relazione: negli stati dove la marijuana per uso ricreativo è stata legalizzata si è verificato un aumento degli incidenti mortali. Ma pare che a distanza di un anno dalla legalizzazione il numero delle vittime sulla strada torni a normalizzarsi: insomma, come se ci fosse un ‘effetto euforia’ (in tutti i sensi) nei primi tempi di legalizzazione e che poi invece anche l’assunzione di sostanze psicotrope venga assimilato dagli stessi consumatori alla guida.
https://www.theverge.com/2019/2/5/18210827/marijuana-traffic-fatality-deaths-transportation-public-health

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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