Il più grande poligono militare di Europa è anche abitato. Il 12 ottobre migliaia di sardi riuniti intorno a più di 60 sigle di associazioni e movimenti diranno no all’ingombrante presenza militare nell’isola. Per quel giorno è convocata una grande manifestazione a Capo Frasca, il secondo poligono più grande dell’isola dopo quello di Quirra di cui EC ha dato conto con un ampio reportage.

https://estremeconseguenze.it/2019/04/03/sardegna-linferno-in-paradiso/amp/

Da martedì 1 ottobre a Teulada ricominceranno le attività di tiro a fuoco nel poligono per un nuovo round di esercitazioni di aeronautica e marina militare. Di conseguenza, come da prassi consolidata, la Capitaneria di Porto di Oristano ha emanato una ordinanza che dispone l’interdizione nell’area denominata Nuova Tango 812 di tutte le attività connesse agli usi pubblici del mare e in particolare navigazione, pesca e mestieri relativi, sosta di navi e natanti di qualsiasi genere e tipo, turismo nautico e balneazione.
I divieti resteranno in vigore fino a venerdì 26 ottobre dalle 7,30 alle 17,30 tutti i giorni della settimana esclusi il sabato e la domenica. Sono divieti di routine ma questa meno ‘innocui’ del solito vista la manifestazione del 12.
Intanto il processo per i veleni di Quirra è fermo. Le prossime udienze riprenderanno solo nell’aprile del 2020. La prescrizione per tutti e sette gli imputati è sempre più vicina. Lo Stato si auto-assolve. Decine di vittime che attendono giustizia, tra cui militari gravemente malati che da anni combattono una battaglia solitaria, rischiano di non vedere mai la parola fine alla vicenda o peggio di vederla archiviata per sempre. Anni di brillamenti incontrollati, di inquinamento ambientale, di omicidi colposi che andranno in soffitta per sempre. Non è la prima volta nel nostro paese, probabilmente non sarà nemmeno l’ultima.
Nel poligono di Quirra le aziende private continuano i loro esperimenti, in particolare nel settore sempre più remunerativo e strategico dell’aerospazio. Per esempio Avio, che a Quirra sta sperimentando nuovi propellenti liquidi per razzi. Tutto il poligono è ormai da tempo il paradiso per diverse aziende del settore bellico, un ‘bengodi’ per quei privati consorziati che hanno a disposizione canoni, volumetrie e decine di chilometri quadrati introvabili in qualsiasi altro paese europeo. Il problema è che la ricaduta in termini di posti di lavoro per i cittadini sardi o anche solo come prospettiva di sviluppo per le università isolane nei settori della ricerca e delle nuove tecnologie è sostanzialmente pari a zero. I poligoni e l’industria bellica in Sardegna, storicamente, non hanno mai creato benessere. E nei pochi casi in cui questo è successo e succede, vedi la vicenda tutt’altro che risolta della RWM di Domusnovas che fabbrica bombe destinate alle forze aeree saudite (e alle teste dei civili yemeniti) viene a crearsi un circuito vizioso di ricatti, omissioni, occasioni di riconversione perdute. Non è solo un problema dell’industria bellica, per inciso: anche per i petrolchimici o chimici sardi il problema è analogo…

 

Alle promesse di bonifiche e riconversioni fatte in questi anni nelle aree militari non è seguito sostanzialmente nulla, se non qualche apertura temporanea di qualche spiaggia, con il benestare dei governi regionali che da questo punto di vista si sono dimostrati dei ‘monocolori’ grigioverdi: un ‘obbedisco’ dopo l’altro.
La Commissione Difesa alla Camera dei Deputati, che abbiamo sentito nella persona di Emanuela Corda, deputata M5S, così rispondeva a EC qualche settimana fa: “Il 4 aprile 2019 la Commissione difesa ha approvato una sua risoluzione dove si impegna il governo ad adottare concrete iniziative dirette all’adempimento degli obblighi di tracciabilità dei dati relativi alle attività addestrative svolte nei poligoni e basi militari situati sul territorio sardo e all’istituzione di osservatori ambientali. In più si chiede al Governo di assumere iniziative per garantire la tutela del diritto alla salute dei militari e dei cittadini residenti in prossimità dei poligoni oltre che adottare iniziative a garanzia del tempestivo e sistematico adempimento dell’obbligo di recupero dei residuati del munizionamento impiegato nel corso delle esercitazioni, grazie anche all’impiego di risorse messe a disposizione dalla difesa”.
E ancora:
“Oggi i controlli e i monitoraggi in tutte le aree militari interessate dai poligoni sono molto più efficaci e puntuali. Le esercitazioni che si svolgono nei nostri territori sono seguite dalle opportune bonifiche rese ancora più efficaci da nuove strumentazioni e tecnologie di verifica; quindi rispetto al passato sono stati fatti molti passi avanti sul piano della tutela dell’ambiente e della salute pubblica e dei militari stessi che operano nei siti militari.”

Il movimento antimilitarista sardo arriva alla manifestazione del 12 in un clima reso difficile da alcuni provvedimenti della magistratura cagliaritana che difficilmente possono essere letti come casuali.
È infatti di due settimane fa la chiusura dell’inchiesta sulle manifestazioni contro le basi militari in Sardegna organizzate tra il 2014 e 2017, con cinque giovani accusati di associazione con finalità di terrorismo e 40 attivisti che dovranno rispondere di reati come danneggiamenti, resistenza, lesioni, partecipazione a manifestazione non autorizzata e imbrattamento.
Secondo i legali degli indagati le accuse riguardano l’organizzazione di “manifestazioni che si svolsero in maniera assolutamente pacifica farebbero riferimento a fatti come aver organizzato campeggi definiti antimilitaristi, nei quali vengono svolte attività di informazione e approfondimento del tema; di resistenza ai pubblici ufficiali, benchè sia noto che in quelle occasioni furono le forze dell’ordine a rinchiudere i manifestanti, tra cui donne e bambini, all’interno di cordoni ingiustificati”.

“Impossibile non notare che l’apertura di procedimenti penali relativi a fatti di quattro anni fa arrivi a pochi giorni dalla nuova manifestazione di Capo Frasca – sottolinea l’avvocata Giulia Lai, dell’associazione Libertade -I 45 indagati appartengono a sigle e gruppi diversi nel variegato mondo di chi si oppone alla presenza delle basi militari in Sardegna, difficile capire come nel provvedimento che li riguarda si voglia pensare a un’organizzazione comune. Crediamo che l’intento sia quello di cercare di frenare le persone coinvolte nell’inchiesta e magari di spingere le famiglie a non partecipare per paura di ripercussioni”.

Intanto esponenti della cultura, della letteratura, dell’arte e dello spettacolo hanno firmato un appello in sostegno alla manifestazione del 12. Ecco il testo:
In Sardegna è ubicata la maggior parte del territorio italiano sottoposto ad attività militari. Sono decine di migliaia di ettari, in terra e in mare, su cui, tutti gli anni, da più di settant’anni, vengono svolte esercitazioni e sperimentazioni di vario tipo. Decine di migliaia di ettari sottratti all’uso civile, alle attività economiche e alle comunità locali per molti mesi all’anno e in certi casi permanentemente.
Nessuno ha mai chiesto il permesso o il consenso di chi in Sardegna vive, lavora, produce, ha i propri interessi e i propri affetti. Mai, né in passato, né oggi.
La Sardegna è stata trattata come una pedina di scambio, un mero oggetto storico, nel grande gioco delle relazioni di potere della geo-politica, senza alcun riguardo per la sua popolazione, la sua storia, la sua bellezza.
Le servitù militari in Sardegna servono a tenere in esercizio le forze armate italiane e dei paesi alleati (NATO in primis), e non solo. Ma soprattutto sono una condizione necessaria al giro di affari che l’industria degli armamenti muove da sempre.
Per altro le aree sarde adibite a sperimentazioni belliche sono affittate dal Ministero della Difesa italiano anche ad aziende private, non necessariamente legate all’apparato militare e non necessariamente italiane.
Un giro di soldi impressionante, che ha in Sardegna solo la sede operativa, ma per tutto il resto fa capo al Ministero e al Governo. Nell’isola arrivano, quando arrivano, le briciole, sotto forma di “compensazioni”, “indennizzi”, usati per lo più come strumento di persuasione e di controllo sociale.
Le popolazioni locali sono state persuase che le attività militari sono la loro unica possibile fonte di reddito in quello che altrimenti sarebbe un deserto.
Questo non è vero. Esistono le alternative. La nostra terra stessa ci offre mille opportunità diverse dalle esplosioni, dalle esercitazioni, dai test di materiali pericolosi, dalle polveri velenose e dalle conseguenze che esse hanno sulla natura e sulla salute umana”
Per tutte le informazioni sulla manifestazione del 12:

https://www.facebook.com/aforas2016/

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Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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