8/9 milioni di metri cubi di alberi abbattuti, sette volte la quantità di tronchi da sega che vengono lavorati ogni anno in Italia. Più altri 5 milioni sparsi, per un totale di quasi 15 milioni di m/c.  È il bilancio della tempesta ‘Vaia’ (o Adrian) che colpì il Nord Est tra il 28 e il 29 ottobre di un anno fa. Più che tempesta, meglio chiamarlo ciclone. Un fenomeno meteorologico mai visto sulle nostre Alpi.

A un anno di distanza si fanno i conti. Non solo la verifica di quanto ancora è rimasto a terra, dei danni subiti dai boschi secolari ma per cercare di mettere insieme centinaia di dati e di analisi scientifiche.

Perché la vera preoccupazione di studiosi e scienziati è che Vaia abbia segnato un punto di svolta nell’assetto climatico del sistema alpino e che possa non trattarsi di un evento eccezionale. Venti a oltre 140km orari con punte anche di 200-230 in alcune valli. È il futuro che aspetta le Alpi?

E come intervenire sui boschi abbattuti?

La ‘pulizia’ delle piante schiantate procede a macchia di leopardo. Buoni risultati in Trentino e Friuli, molto più indietro in Veneto dove in alcune zone è rimasto tutto come 12 mesi fa. In diversi casi le pendenze dove poter operare con macchine da taglio e recupero superano l’85% e l’intervento risulta impossibile, in altri casi le condizioni di strade e carrabili non permettono l’utilizzo dei camion, in tanti casi si preferisce che il bosco faccia da solo il suo corso e avvii un naturale lungo processo di rimboscamento.

Dove invece si riesce a intervenire si punta a differenziare le specie arboree presenti, innestando piante dimostratesi più resistenti come i faggi.

Perché che il clima sulle Alpi sia cambiato è un dato di fatto. Dove prima un faggio non riusciva a crescere per altitudine troppo elevata oggi invece può soppiantare zone fino a ieri coperte dall’abete bianco. E dove cresceva il larice può insediarsi l’abete rosso mentre il larice riesce a svilupparsi a quote più elevate.

Le nostre Alpi sono un laboratorio climatico unico. Le risposte che saremo in grado di dare a Vaia potranno incidere sull’assetto di flora e fauna di centinaia di chilometri quadrati di aree alpine per i prossimi decenni.

È una scommessa, una sfida al mutamento climatico che è già iniziata.

Di fondamentale lettura per capire cosa è successo un anno fa, cosa potrebbe ancora succedere e come si potrebbe agire è il libro “C’era una volta il Bosco” di Paola Favero e Sandro Carniel edito da Hoepli.

 

Un viaggio minuzioso e documentatissimo non solo su Vaia ma sull’esistenza stessa delle foreste italiane e del loro destino.

La Favero, forestale, scrittrice, alpinista, racconta il bosco riuscendo a far parlare le piante che lo abitano.

Se un merito Vaia può averlo avuto è quello di mettere di fronte la contemporaneità con il mistero di forme di vita antiche milioni di anni che da pochissimo abbiamo imparato a conoscere meglio.

Ci sono alcuni punti fondamentali del volume (278 pagine, 19,90 euro) su cui è bene fermarsi brevemente.

Per prima cosa gli autori si sono chiesti se davvero Vaia avesse segnato un ‘unicum’ assoluto nella storia dei boschi dolomitici. Hanno ricostruito, letto, spulciato archivi fino all’epoca medievale e sono arrivati alla conclusione che sì, venti di quella potenza e da quella direzione non si sono mai verificati a memoria d’uomo.

Hanno ricostruito gli elementi meteo e climatici che hanno portato alla formazione del ciclone nell’alto Mediterraneo e dell’Adriatico poi, perché Vaia ha iniziato la sua corsa davanti al golfo del Leone colpendo prima Sardegna e regioni dell’Ovest per poi riprendere fiato ed energia nel bacino Adriatico scaricandosi con una violenza inaudita da sud verso nord. Tutti fenomeni nuovi per proporzioni e intensità e strettamente legati al surriscaldamento dei mari. Impariamo quindi che il legame tra il mare e il bosco è molto più stretto di quanto immaginiamo.

Impariamo a conoscere gli alberi uno per uno, le loro caratteristiche, la loro storia, il loro legame con la cultura delle genti e dei popoli alpini di cui sono stati, per secoli, alleati indispensabili.

Torniamo, quindi, a conoscere la foresta come un insieme di forme di vita capaci di adattarsi, mischiarsi.

Il bosco è un macro-organismo simbiotico dove nulla è per caso, dove ‘ogni albero ha un senso’.

Scopriamo che quanto accaduto sul nostro arco alpino è un evento estremo solo per noi perchè

tempeste potenti come veri e propri uragani come Vaia sono una novità sul nostro versante ma non in Europa.

Un caso per tutti l’uragano Lothar del 1999 che causò l’abbattimento di circa 246milioni di alberi in centro Europa con venti a 234 km/h e un bilancio in vite umane di 140 vittime. Lothar colpì Francia, Germania, Svizzera, Svezia, Danimarca, Polonia. Solo in Francia 139milioni di metri cubi di foreste abbattute, diciassette volte più di Vaia.

Come riparare ai danni creati da Vaia? “Per il rimboschimento – dice a EC Paola Favero – la scelta corretta è lasciare alla natura ovunque si può. Ci sono anche prove sperimentali già fatte all’estero. Interventi solo dove indispensabile e versanti completamente disboscati dove pericolosi per case o strade.

Conservare il più possibile i boschi, soprattutto quelli vetusti e combattere la falsa ideologia che i boschi vadano ringiovaniti e per forza gestiti. Serve solo alla produzione di legna. Abbiamo avuto per esempio una massiccia esportazione di alberi in Cina, sono arrivati e hanno comprato tutto a prezzi di mercato bassissimi perché in molti casi non siamo stati in grado noi di gestire l’emergenza. L’attenzione al cambiamento climatico è ancora troppo bassa. Pensiamo che le grandi città non abbiano nulla a che vedere con i boschi. Falso. Nelle città virtuose serve grande attenzione a piantare e creare verde”.

Grazie a ‘C’era una volta il Bosco’ impariamo ancora una volta che tutto è connesso: aria, umidità, vento, insetti, animali, alberi.

Quello che davvero resta dopo la lettura di questo libro è la voglia di dare un nome a ogni albero pensando di poterlo leggere dentro, guardandolo dalle radici, lì dove ‘pensa’.

 

 

 

Condividi questo articolo:

Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

ARTICOLO PRECEDENTE

PARLA LA GUERRA

Commenta con Facebook