“Salve è il Comune di Milano, abbiamo letto la Sua lettera, mi dica dove e quando e sarà per me un piacere incontrarla”. Chiara Bisconti, l’assessora con un mare di deleghe che andavano dallo sport al verde passando per il personale, mi aveva detto “proviamo” e io avevo alzato il telefono. Era la giunta Pisapia e, ma sono di parte, Chiara era la più colorata tra i più stretti collaboratori di Giuliano Pisapia, il primo sindaco di sinistra dopo Formentini, Albertini e Letizia Moratti. Ho lavorato per lei per un anno e nell’ufficio che si affacciava su Piazza Duomo Milano – The Duomo Square Milan ho oggettivamente imparato molto e, tra le tante cose, che Chiara Bisconti non si spaventava, tanto più di fronte a proposte inusuali.

Quanto si è alla guida di una città come Milano è scontato che si deluda qualcuno e questo valeva ancora di più per la Giunta Arancione, quella del cambiamento, per tanti, della rivoluzione. Fatto sta che, complice pure che “a scrivere una mail cosa ci vuole?”, non era così raro che capitasse una lettera di un cittadino densa di critiche e quelle critiche venivano vagliate da ufficio stampa e staff dell’assessore competente.

La lettera che era appena arrivata era stata segnalata dagli ottimi Paola Bonini e Alessio Baù, i guardiani o forse sarebbe meglio dire ‘gli inventori’ dei social di Palazzo Marino. Era una brutta lettera perché non grondava critiche, ma odio. La Giunta Pisapia e sicuramente Chiara Bisconti al rapporto con i cittadini teneva molto. Una lettera di insulti era di difficile gestione. Da qui l’idea, da lei assecondata, di contattare l’autrice di quella missiva.

Non dirò il nome di chi quelle parole, brutte parole, aveva messo in fila, ma dirò la sua prima reazione che fu: “mi scusi”. Un “mi scusi” che poi replicò quando ci vedemmo. Le offrii un caffè. Ci risentimmo più volte, perché si era aperta un’interlocuzione. Lei, se oggi mi legge, scoprirà da queste righe che nella memoria del mio cellulare, alla voce azienda, in calce al suo nome, c’è “hater”.

Hater lo è stata, il tempo di una mail, poi è diventata una cittadina al servizio della comunità, ché un paio di segnalazioni utili all’amministrazione le fece e ne facemmo tesoro. Era una persona “normale”, anzi qualcosa di più una volta che trovò il modo per spendere energie per la comunità, invece che a scrivere insulti.

Semplificare dicendo che gli haters sono questa cosa qui, brave persone che perdono la trebisonda dietro a una tastiera, sarebbe stupido e ingenuo. Però confesso che, per vicissitudini varie, tanti odiatori via mail li ho incontrati e, nella realtà, perdevano ogni aspetto minaccioso e diventavano dei “normali”.

Il mio amico Claudio Michelizza, il fondatore di Bufale, il più importante sito di debunking italiano, insomma il portale web che sbugiarda le fake news, di insulti e minacce ne riceve parecchie. Quasi quotidianamente. Lui scrive e chiama, ore e ore dedicate a parlare con gli haters e, finora, ha disinnescato un sacco di brutte lettere.

Tutto questo mi è venuto in mente durante la manifestazione di solidarietà a Liliana Segre, Milano non odia.

Credo che gli haters siano un prodotto immateriale, un brutto prodotto della rete che spesso si scioglie come neve al sole della realtà. Credo che i duecento che quotidianamente pappagallescamente insultano Liliana Segre andrebbero contattati e qualcuno, non l’eroica senatrice a vita, alla quale già è toccato o toccherà qualche analogo incontro ministeriale, ma qualcuno, qualcun altro dovrebbe parlare con questi dispensatori d’odio. Credo che avrebbe senso farlo al bar quando si sente la battuta sbagliata. Credo che andrebbe fatto in ufficio o nelle chat sceme di whatsapp. In tanti casi, sono sicuro, si scoprirebbero delle persone normali, ragionevoli, in altri, fortunatamente ben più rari, dei pericolosi criminali, ai quali, però, sarebbe cosa buona e giusta togliere la eco web di tanti utili idioti da tastiera.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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