Il Tergola passa dietro casa, dove per casa intendo dove sono seppelliti i miei da secoli. È un rigagnolo che nella storia della mia famiglia ci è entrata per due motivi. Il primo è che lì tanti Beccaro hanno imparato a nuotare, un tuffo e via. Per la cronaca qualcuno ci ha pure lasciato le penne, ma è una mezza leggenda detta dai sopravvissuti. Il secondo motivo è che, di là dal Tergola inizia Venezia. E se c’è chi si imbarca per gli Stati Uniti così da poter avere il passaporto USA, c’è chi, pare, abbia superato quel piccolo Rubicone con il pancione così che il nuovo nato potesse dirsi veneziano.

Però, anche se Venezia per me è il luogo della gita delle domeniche buone, quelle dei Mori da guardare con il naso all’insù, anche se, diciamocelo, io faccio parte del campanile dei “gran dottori” e non quello dei dorati “gran signori”, per me Venezia è casa. Fa parte del panorama della mia infanzia. Mi spiego, non è che Venezia a un certo tempo sia entrata nella mia vita, Venezia nella mia esistenza c’è sempre stata. Come tutti ho in mente delle immagini, dei ricordi, che ero così piccolo da avere il dubbio che siano ricordi di altri.

Fatto sta che per me Venezia non è un luogo strano e sorprendente. Le calli, le case sulle palafitte di legno, i sontuosi palazzi sono una bellezza consueta. Così consueta da guardare con sospetto le orde di turisti. Così abituale da lamentarmi di tutti i negozi, pardon, le botteghe che sono diventate boutique e che ricordano ormai più una qualche via di una qualche capitale turistica del mondo irrispettose della città che fu Repubblica Marinara, la Repubblica Marinara.

“La città da vender ai turisti” è quella che ogni giorno si offre alle orde che sbarcano al Marco Polo, l’aeroporto, con voli low cost, migliaia e migliaia di turisti, che, mi dicono, guardano tanto e spendono sempre meno. Sicuramente quasi mai si fermano a dormire.

Ecco è proprio quando arriva il buio che Venezia, per me, diventa bellissima. È proprio quando, come una commessa di Murano, toglie le scarpe e si mette in ciabatte. Abbandona la tuta da lavoro e si mette comoda in vestiti larghi. È proprio quando si strucca e torna rughe, acqua e sapone, è proprio allora che la signora Venezia mi fa innamorare. È allora che a trattenere il fiato si sente lui, il silenzio. Un silenzio fatto di passi, di ticchettio di tacchi, tra le calli. Qualcuno dice di sentire lo sciabordio, ma non è vero, anche il mare tra queste strade d’acqua trattiene il fiato. Si ferma. Non sempre però. Ed è allora che si sente il rumore più spaventoso: Venezia, che affonda.

Venezia non è eterna, si sa. È nata già morta. Con un destino segnato. Ma è uno di quei destini che poi uno pensa non si avverino mai. Venezia è come tutti noi, invecchia. Pare che, i cambiamento climatico, quello che per alcuni è solo la speculazione di certi ambientalisti, la stia uccidendo più velocemente. E forse i fatti di queste ore questo ci stanno dicendo. Abbiamo speso tanti miliardi per creare una diga mobile per mitigare la marea sempre più arrogante e pericolosa.

Il Mose, nel nome ricorda ovviamente quel tale che nel Vecchio Testamento separò le acque del Mar Rosso. Il  MO.S.E. (MOdulo Sperimentale Elettromeccanico) costruito alle porte di Venezia dovrebbe separare quelli che subiscono l’erosione delle coste, gli tsunami e le violente mareggiate, da quelli, i ricchi, che vedranno gli altri annegare.

Venezia sarà presto come quelle sfere di cristallo vendute ai turisti con dentro un monumento e la neve finta, lo garantiscono i miliardi spesi per salvare la città che galleggia sul mare. Una boccia di vetro con San Marco e le gondole, destinata a sopravvivere a sé stessa mentre il resto intorno, tante e tante città del mondo verranno sommerse a causa di un cambiamento climatico che ovviamente non c’è, a meno che non vogliate dare retta alle Greta Thunberg e agli ambientalisti. Sono sicuro che nei prossimi giorni documenti e documenti saranno esposti per dimostrare che, “sì, sono eventi eccezionali, ma non è la prima volta”. A questo avviso ne suggerisco uno, lo si può trovare nel libro più venduto al mondo, e parla delle acque che salivano e salivano e poi di un tizio che a guardar quello che accadeva pensò che fosse il caso di costruire un’arca: Noè.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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