Ce l’ho sicuramente ancora da qualche parte, il copione de Il Partigiano Jonny. Il film di Guido Chiesa che nel 2000 riportò su grande schermo lo scritto di Beppe Fenoglio. Passai una giornata intera sul set dalle parti di Alba e da lì feci un collegamento per Caterpillar, era il 1999. È tra ciak e camere di ripresa, che mi raccontarono delle scritte del Duce, le scritte con i motti del dittatore fascista. “Vengono cancellate, coperte, ma poi risaltano fuori”, mi riferirono. I “credere, obbedire, combattere” e le altre boiate della propaganda del ventennio, erano spesso dipinte con imperiosi e cubici “caratteri romani”, sulle facciate delle case di confine dei paesi. Le prime che si incontravano arrivando da fuori.

Il motivo è tecnico, mi spiegarono, e, curiosità per curiosità, non riguardano solo le assurdità fasciste, ma pure le
più prammatiche insegne dipinte “pane”, “drogheria”, “ristorante” e via di seguito. Colorate di rosso o di nero, per motivi che hanno a che fare con chimica e alchimia, quando coperte da pittura, complice pioggia e sole, ricompaiono.

Qualcuno attribuisce a queste scritte un valore storico e ci sono municipalità che, invece che rasare l’intonaco, hanno usato soldi pubblici per restaurare e ripristinare disgustosi aratri che tracciano solchi e spade che li difendono. Cercando di dare dignità a dei motti che erano ridicoli già “quando c’era Lui” e che nessuna cittadinanza dovrebbero avere nella Repubblica Italiana e antifascista del 2020.

Altre scritte, purtroppo stanno comparendo sempre più spesso sui muri delle nostre case, e che di storico non hanno nulla, se non l’odore putrido e stantio del fascismo, del nazismo. A Milano, città medaglia d’oro della resistenza, quest’anno gli episodi di vandalismo e imbrattamento firmati da vigliacchi camerati hanno superato le dita di una mano.

Vigliacchi è il termine più volte evocato e che non possiamo che fare nostro, che meglio qualifica questa gentaglia che con il favore delle tenebre pasticcia pareti e lapidi, magari brucia corone di fiori dedicate ai partigiani. I martiri della dittatura di Benito Mussolini.

Sabato scorso c’era un presidio laddove sono comparse svastiche e croci celtiche. Rinelli Giuseppe, era un operaio, è stato strappato dalla fabbrica bellica Magnaghi e portato a Mathausen dove è morto il 15 aprile del 1945. Agli oppositori del fascismo succedeva. È morto due settimane prima che il campo di sterminio fosse liberato.

La lapide che questo ricorda è in via Rovetta 6, nel quartiere Turro, del capoluogo meneghino. È lì che il partigiano viveva. È un quartiere denso di lapidi, questo qui. Orgoglio quindi di Milano.

Qualche fascistello, armato di bomboletta spray, ha deciso di imbrattare questa memoria e lo ha fatto con i segni della vergongna. Svastiche e la doppia SS.

Una mano pietosa, su iniziativa dell’ANPI, ha coperto queste scritte nere, con altro nero. Purtroppo però, come le scritte DUX o i motti con gli aratri, queste scritte sono lì. Emergono con arroganza, nero su nero, nonostante il tentativo di cancellarle.

Sarebbe facile dire che in fondo gli italiani un po’ sono fascisti e quindi ‘a volte ritornano’, per alchimia dei pigmenti, ma, forse, di più per alchimia sociale. Ma un po’ è un’autoassoluzione che dichiara una ineluttabilità.

Le bombolette non sono cose da vecchietti in camicia nera e fa impressione pensare che il nostalgico imbrattatore sia sicuramente un figlio della Repubblica Italiana e antifascista.

Abbiamo e stiamo sbagliando qualcosa, è evidente. Perché vedete, quelle scritte sottendono che non c’è vergogna. Non c’è una vergogna collettiva per il fascismo. Questo passato che riemerge dai muri, quello fascista e quello neofascista, ci dovrebbe solo imbarazzare. Dovremmo correre a coprirle sperando che nessuno si ricordi che siamo quello del ventennio. Il ventennio è stata una sciagura per l’Italia e per il mondo. Mussolini e Hitler sono sinonimo di morte, di stragi, del sangue di milioni di donne, uomini, bambine e bambini. Di fronte agli altri popoli e alla storia noi, noi italiani, dobbiamo e dovremmo solo chiedere scusa. E la resistenza, i partigiani, le lapidi degli eroi della resistenza, sono il solo alibi che abbiamo per non dire che siamo stati un popolo in camicia nera, che siamo stati tutti complici del male, partecipi alla banalità del male.

Svastiche e croci celtiche sono un brutto intercalare tra i graffiti sui muri delle nostre città. Se si guardano gli intonaci in Francia, in Spagna o in Germania, non se ne trovano. Ma del resto anche ascoltando le parole dette in strada, nei bar, sui social e talvolta, ahinoi, pure in Parlamento, l’Italia sta facendo sempre più eccezione e sempre più spesso non si capisce se i muri sono eco delle parole urlate ai microfoni reali e virtuali o viceversa.

La Storia non si ripete, ma nulla ci garantisce che l’Italia non potrebbe essere ancora una volta autrice di una brutta storia, debole di anticorpi, vittima di scritte che non sbiadiscono mai abbastanza.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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