Il mio avvocato, in altre cose affaccendate, me lo ha detto chiaramente: “non si fa o almeno”, ha chiarito duro, “io non le faccio”. Cosa? Un’azione penale per chiuderne una civile. Devo essere più chiaro? Fare una querela qualsiasi, che so, “appropriazione indebita” o “attentato all’economia nazionale”, per avere in cambio un risarcimento economico o la continuazione di un’attività industriale. Risarcimento dovuto, beninteso, ma da ottenere in un’aula di tribunale, sempre sperando che, ottenuta la sentenza sperata, il bottino indebitamente sottratto non sia, nel frattempo, in altri lidi irraggiungibili volato via. “Tintinnar di manette” o, se siete più “tradizionali”, “il bastone e la carota”.

Il mio avvocato non lo farebbe mai, ma è netta la sensazione che un altro avvocato questo stia facendo. Il premier Conte, pardon Conte2, sulla questione Ilva ha messo la toga e si è subito mosso, nei consigli elargiti apertis verbis, come il manzoniano azzecca garbugli. Ricordate? “Occorre ripristinare lo scudo penale per non dare alibi ad ArcelorMittal”.  “Risarcimento”, “Risarcimento”.

In quello che il Presidente del Consiglio ha già pomposamente definito “il processo del secolo”, da una parte c’è l’interesse nazionale e dall’altro c’è la cattiva ArcelorMittal, da sconfiggere in ogni modo. La questione è così rilevante che pure il Presidente della Repubblica si è mosso, concedendo un inedito incontro alla triplice sindacale. L’altoforno non si deve spegnere, l’acciaio deve continuare a essere prodotto a Taranto e l’occupazione deve essere mantenuta.

Ormai la narrazione è questa e si guarda alla fiamma del comignolo dell’ILVA, quasi fosse quella del milite ignoto. Non si deve spegnere. Costi quel che costi. Vita o morte. E già, perché dalle cronache la morte è scomparsa. Il Presidente della Repubblica bene avrebbe fatto a vedere i leader sindacali e magari subito dopo, se non insieme, le mamme e i padri che sotto le polveri dell’acciaieria più grande d’Europa hanno seppellito i loro figli. Così come bene avrebbe fatto il capo del governo ad andare a mettere i fiori su quelle tombe, anche di quelle sulle quali non si può perché la zona è sotto sequestro per motivi di salute. Perché su quelle lapidi ci sono strati di quella dannata polvere rossa che ha ucciso e che uccide.

Nimby è un acronimo, sta per Not in my backyard, che è come dire: fatelo perché serve, ma non nel giardino di casa mia. Questa espressione è spesso usata per le centrali eoliche, per quelle nucleari, per gli inceneritori. “Va bene farli, ma non a casa mia”. L’interesse nazionale e quello locale o personale. A Taranto stiamo assistendo alla stessa dinamica? I dannati tarantini non si stanno sacrificando però l’interesse nazionale. Accettare di morire per garantire il primato italiano nella produzione dell’acciaio e posti di lavoro dell’ILVA e dell’indotto. Questi sono i diversi piatti della bilancia? Secondo noi no. L’inquinamento di Taranto è un problema nazionale. È un problema di salute pubblica nazionale. Se pensate che l’inquinamento dell’acciaieria, la polvere rossa, si fermi lì, siete degli illusi.

L’Ilva non inquina da quando è arrivata ArcelorMittal. L’Ilva inquina da sempre. Inquina dal 1905, inquinava quando era proprietà dello Stato, inquinava quando è stata privatizzata. L’Ilva ha la coscienza sporca. L’Ilva puzza di morte.

Eccoli qui i piatti della bilancia. La vita e la morte. L’interesse nazionale, i posti di lavoro, etc etc, ognuno di noi li può mettere sull’uno o sull’altro piatto. La giustizia, a ricordo delle antiche divinità, è tradizionalmente rappresentata con una bilancia in una mano, ci permettiamo però di ricordare che nell’altra, la stessa divinità, ha una spada, una spada che non può essere sguainata o ringuainata alla bisogna.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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