Se la busta che ci hanno recapitato con i proiettili non fosse stata consegnata a mano, ci si aspetterebbe che fosse affrancata con un francobollo di poche lire e che avesse un timbro postale vecchio di quarant’anni. Diciamo 1979 o giù di lì. Un’epoca in cui noi di EstremeConseguenze andavano sereni al nido e all’asilo. Essendo stata consegnata a mano, sarebbe lecito aspettarsi che a portarcela sia stata una qualche badante. Perché le minacce ci sono arrivate per le nostre indagini sull’uccisione, il 20 marzo del ‘79, del giornalista di inchiesta Mino Pecorelli, Carmine al secolo. Omicidio che dovrebbe avere per protagonisti persone ormai condannate a miglior vita dall’anagrafe, dell’età, per intenderci, di Giulio Andreotti o giù di lì.

Purtroppo, però, i proiettili che ci sono stati recapitati qualche mese fa non sono affatto ossidati dal passare del tempo. Belli e lucidi dimostrano la loro giovane età e, soprattutto, la loro micidialità. Lo scriviamo solo perché, quel che è accaduto a noi, le minacce e tutto il resto, pongono alcuni interrogativi sull’uccisione del direttore di OP, soprattutto lo tolgono dalla naftalina della storia e, nessuno me ne voglia, lo pone fuori da quella narrazione che relega questo omicidio a una cosa di quei tempi lì. Se la vogliamo scrivere diversamente, i “giovani” proiettili a noi recapitati, dicono che quei tempi lì, sono anche questi tempi qui.

Raffaella Fanelli mi ha chiesto di partecipare con lei a un coraggioso incontro organizzato dal Rotary Bitonto Terre dell’Olio, proprio a parlare di questo assassinio. Sala della scuderia di Villa Romanazzi gremita, gente in piedi, ad ascoltare oltre a noi di Estreme Conseguenze, la combattiva Rosita Pecorelli, una sorella che nulla ha da invidiare all’ottima Ilaria Cucchi, l’avvocato Giovanni Cassano, padrone di casa, l’avvocato Claudio Ferrara,  storico legale della famiglia Pecorelli, l’onorevole Gero Grassi, componente della “Commissione Bicamerale di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro”. Ne è uscita una ricostruzione che vede Mino Pecorelli vittima, di fatto, del “compromesso storico”, le sue inchieste potevano far vincere il PCI e per questo, lui, visceralmente anticomunista, fu ucciso.

Si chiamano teorie o teoremi, se si vuole loro dare una connotazione di inverosimiglianza, comunque sia, noi di EstremeConseguenze, da sempre, abbiamo adottato il motto “solo notizie”. E qui la notizia, la sola vera cosa nota e incontrovertibile, è che il 20 marzo del 1979 è stato ucciso un giornalista. Lo scriviamo subito, uno dei migliori giornalisti di inchiesta che il nostro Paese abbia avuto. Aggiungiamo che non solo è stato ucciso, ma continua a essere ucciso da uno Stato Italiano che non ne scopre gli assassini, da uno Stato Italiano che, con i soliti suoi apparati deviati, ne ha infangato il ricordo, da uno Stato italiano che ha contribuito a cancellarne la memoria, così come si fa con certa polvere che finisce sotto i tappeti.

I martiri di questa nostra democrazia sono ricordati nei famedi di stato, sono a loro dedicati edifici pubblici, giardini, piazze e vie. Prendete uno stradario: quante vie Aldo Moro, parchi Peppino Impastato, giardini Indro Montanelli, vie Walter Tobagi trovate, giustamente, nelle vostre città? Via Mino Percorelli si trova alla fine di via Aldo Moro a Spoleto e, dal 2011, una piazza a Sessano del Molise, sua città natale. Altre noi non ne abbiamo trovate. Non abbiamo trovato scuole. Non abbiamo trovato parchi.

Non ci siamo limitati a dimenticarlo, ci siamo anche premurati di infangarlo. Esiste una locuzione: “pecorellismo”. È il peggiore insulto che si possa fare a un giornalista, definisce chi pubblica notizie non verificate e usate come manganelli, come minacce, come avvertimento di un ricatto.

Ogni volta che questa parola, “pecorellismo”, viene scritta, si insulta la memoria di Mino Pecorelli, di chi venne ucciso con quattro colpi di pistola, di cui uno alla bocca. Un monito, il solito, a un giornalista di stare zitto. A noi, per ora, i proiettili sono arrivati solo per busta, ci hanno spaventati, terrorizzati, ma, pur rispettosi e fiduciosi nel lavoro degli inquirenti, noi stiamo andando avanti per la nostra strada. Malati di pecorellismo, orgogliosamente malati.

“Notizie, si sa, ad un certo livello non esistono. Esistono invece fughe di notizie. Cioè quelle soffiate, quelle indiscrezioni con cui ciascun centro di potere in questa Repubblica pluralistica cerca di condizionare, ammonire, minacciare altri centri di potere. In questo senso, parlare di “giornalisti spia” è parlare di acqua fresca. Il giornalista è insieme una spia e il suo contrario. Spia in quanto per accedere a certe informazioni deve stabilire dei contatti con determinati centri di potere, magari tappandosi il naso, ma senza timori virginali sul candore delle proprie mani. Antispia, perché offre subito al suo pubblico ogni indiscrezione della quale entra in possesso. Il giornalista, insomma, può correre il rischio di diventare uno strumento altrui, può non comprendere subito dove andranno a sfociare iniziative determinate alle sue spalle, ma certo mai e poi mai uno che ha il vizio della penna potrà prestarsi alle clandestine omertà del mondo spionistico”. Lo ha scritto Mino Pecorelli per raccontare il suo lavoro, per noi questo è il “pecorellismo”.

L’esercizio di infangare Pecorelli non è purtroppo finito, come la voglia che la sua vicenda sia relegata alla Notte della nostra Repubblica. Se questa notte è finita, se si è finalmente fatto giorno sulle nostre istituzioni democratiche, crediamo che doverosamente la sua memoria, la memoria delle inchieste di OP, dovrebbe essere riabilitata; che in tanti ci si dovrebbe trovare a vivere o a darci un appuntamento in una delle tante vie e piazze Mino Pecorelli; che tutti quanti ne hanno titolo, ma l’opinione pubblica in primis, si schierassero al fianco dell’ottuagenaria Rosita Pecorelli, costituendosi parte offesa di questo assassino; che ogni sforzo dovrebbe essere fatto per individuare i colpevoli e fare luce sull’omicidio di questo nostro eroe italiano.

Condividi questo articolo:

Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

Commenta con Facebook