Centinaia di persone in Italia sono private della libertà senza aver commesso alcun reato se non per l’accusa di ‘immigrazione clandestina’. Sono i trattenuti nei CPR, i famigerati Centri per il Rimpatrio.

Sgombriamo il campo da ogni ambiguità: chi scrive pensa che la legge del 1998 che ha introdotto nel nostro paese il reato di ‘clandestinità’ sia non solo immorale ma anche antiCostituzionale.

La Corte costituzionale (sent. 78/2007) ha negato che la condizione di migrante irregolare possa costituire base di pericolosità sociale in sé. La Bossi-Fini del 1992 si connoterebbe pertanto come discriminazione ratione subiecti, in contrasto con la garanzia costituzionale di punibilità penale solo per fatti materiali e non per condizioni individuali.

È davvero incredibile che la legislazione nel nostro paese su una questione cosi centrale ed elettoralmente cosi rilevante come l’immigrazione e la politica nazionale di integrazione sia ferma a diciassette anni fa.

Immaginate se un migliaio di nostri concittadini si trovasse detenuto in un qualsiasi paese straniero solo perché ‘italiani senza permesso di soggiorno’ in luoghi che non sono carceri ma ibridi, in stanzoni sovraffollati con servizi igienici scarsi e nessuna possibilità di comunicare all’esterno.

Circa mille cittadini stranieri, in questo momento, sono detenuti in ‘non-luoghi’ che sembrano non interessare a nessuno. Del resto, se un paese può accettare il fatto di lasciar affogare dei bambini nel Mediterraneo piuttosto che offrire loro un porto d’approdo, il problema non si pone nemmeno.

Intanto il numero di stranieri ‘irregolari’ (concetto che ripudio come cittadino e come giornalista) continuano a crescere grazie ai ‘decreti sicurezza’ emanati dal precedente esecutivo.

Sembra un meccanismo, e forse lo è stato pensato davvero, che si autoalimenta.

Più irregolari sul territorio, meno integrazione, più emarginazione, meno controllo, più paura sociale.

Risultato finale: una campagna elettorale costante che trova benzina da far bruciare nelle urne.

Nel 2018 il numero delle persone ospitate nei diversi centri di accoglienza italiani è diminuito di 51.000 unità rispetto all’anno precedente, diminuendo ancora di altre 27.000 unità nei primi sei mesi del 2019. Dunque, in soli due anni, il numero delle persone accolte è calato quasi della metà, passando da quasi 200.000 tra richiedenti asilo e rifugiati a circa 108.000, e la metà di loro è ora presente nei centri di accoglienza straordinari. La sicurezza degli italiani non è certo aumentata (la relazione tra reati commessi e stranieri detenuti è smentita da tutte le statistiche) ma sono certamente cresciuti i disoccupati italiani tra professionisti, operatori sociali, psicologici, educatori, che a causa dei tagli indiscriminati all’accoglienza hanno perso il posto di lavoro. Le varie mafie e il lavoro in nero, invece, ringraziano.

La capienza dei Cpr ad oggi è di 1.085 posti e la media dei rimpatri annuali non supera le 5.600 unità, in leggera diminuzione nel 2019. Di questo passo, anche nell’ipotesi di nessun nuovo arrivo nei prossimi decenni (!!) occorrerà oltre un secolo e oltre 3,5 miliardi di euro (5.800 euro a rimpatrio) per rimpatriarli tutti.

Il Conte2 segue la stessa strada del precedente in tema di CPR e mancata politica nazionale di integrazione.

Recentemente il Ministro degli Interni Lamorgese ha precisato i nuovi Centri per il rimpatrio (Cpr) verranno messi in funzione quanto prima, non appena saranno terminate le procedure in corso per l’aggiudicazione dei servizi. In merito al Cpr di via Corelli a Milano, il ministro ha osservato che è in fase di aggiudicazione la gara per la gestione servizi e quando si giungerà alla conclusione di tali procedure si arriverà anche all’apertura. Inoltre il ministro ha rivelato che è in via di definizione la procedura aggiudicazione dei servizi del Cpr di Macomer, mentre i lavori di adeguamento del Cpr Gradisca d’Isonzo sono terminati e anche in questo caso è stata aggiudicata la gara per i servizi, che è stata però impugnata davanti al Tar. Il ministro ha inoltre riferito che sono state avviate le attività di realizzazione di un centro a Oppido Mamertina.

Attualmente, dunque i CPR operativi sono 7, situati in 5 regioni. Sono previsti 1.035 posti complessivi, di cui effettivamente disponibili 715.

I CPR operativi sono:

Torino (Piemonte);

Roma (Lazio);

Bari e Brindisi (Puglia);

Palazzo San Gervasio, Potenza (Basilicata)

Caltanissetta e Trapani (Sicilia).

Per legge i centri devono essere strutturati in modo da garantire l’erogazione dei servizi stabiliti nel capitolato di appalto, quali la fornitura di vitto e l’alloggio, la cura dell’igiene, l’assistenza generica alla persona (compresa la tutela psicologica), la tutela sanitaria (con l’allestimento di un presidio medico fisso neri centri di capienza superiore a 50 posti).

Nei fatti la situazione è molto diversa.

Il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personali, Mauro Palma

in seguito alle visite tematiche effettuate nel corso del 2018 in quattro strutture (i CPR di Brindisi, Bari, Palazzo San Gervasio e Torino) segnala diversi punti critici concernenti la gestione e l’organizzazione dei Centri. Sono assenti, nella maggior parte dei casi, spazi comuni destinati al consumo dei pasti e ad attività ricreative e aggregative (gli ospiti trascorrono la maggior parte del tempo nelle camere da letto). Non sono assicurati spazi dedicati al culto, alla preghiera e ad attività di carattere religioso. Di frequente non vengono considerate le diverse posizioni giuridiche delle persone trattenute (in diversi casi non viene favorita la separazione tra i migranti provenienti dal circuito penale e coloro che si trovano soltanto in una posizione di irregolarità amministrativa o che sono richiedenti asilo), né si tiene conto delle differenti necessità individuali. I locali destinati all’isolamento sanitario all’interno dei centri non vengono sempre utilizzati a tale scopo: nel 2017, nel centro maschile di Brindisi-Restinco, una persona transessuale è stata collocata in una stanza adibita all’isolamento sanitario.

 

Nel dicembre del 2018 la Human Rights and Migration Law Clinic, in collaborazione con l’International University College di Torino, i Dipartimenti di Giurisprudenza dell’Università di Torino e l’Università del Piemonte Orientale di Alessandria, ha realizzato il rapporto “Uscita d’emergenza“, in cui si esamina la situazione della tutela della salute dei trattenuti all’interno del CPR di Torino.

 

Il quadro descritto è allarmante. La politica sanitaria all’interno del Centro è caratterizzata da un approccio informale, poiché non è previsto alcun tipo di preventiva valutazione tecnica circa la compatibilità tra lo stato di salute del migrante e la misura restrittiva. Né, ed è altrettanto grave, si garantisce la continuità terapeutica.

 

Emerge, inoltre, la non adeguatezza del numero del personale medico e del numero di ospiti all’interno della struttura torinese.

 

In ultimo, si è osservato come “la condizione di grave afflizione in cui versano molti dei detenuti, aggiunta alla concreta improbabilità di essere rilasciati dal Centro a seguito di un provvedimento giudiziario di non convalida o non proroga del trasferimento – ipotesi statisticamente inferiore al 5% dei casi nel CPR di Torino – esponga gli stranieri alla tentazione dell’autolesionismo, sacrificando il proprio benessere ed utilizzando il corpo come arma di negoziazione per la liberazione”.

 

Qui il rapporto

https://openmigration.org/wp-content/uploads/2019/06/Uscita-di-Emergenza-Rapporto-CPR-Torino-HRMLC-2018-Final.pdf

 

 

A Torino, tra il 7 e l’8 luglio di quest’anno, è morto un cittadino bengalese. Sono scoppiate rivolte. Ci sono stati feriti anche tra gli agenti in servizio.

https://ildubbio.news/ildubbio/2019/09/03/cpr-di-torino-e-rivolta-contro-il-degrado/

 

EstremeConseguenze ha intervistato il Garante Mauro Palma.

 

“La motivazione giuridica dei CPR è tutta dentro la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’articolo 5 comma 1 prevede che tra le forme privative della libertà possa esserci il trattenimento di una persona illegalmente presente nel territorio al fine di provvedere al suo rimpatrio. La convenzione è del 1950 ed era nata in base alle esigenze di allora, quando potevano esserci ancora, per esempio, criminali di guerra in fuga. Che oggi quella stessa convenzione sia utilizzata come strumento principale nella gestione delle politiche migratorie non era certamente nello spirito della convenzione.

Lo spirito di quella norma era di intervenire nei casi del singolo individuo, oggi è diventato uno strumento di controllo di massa.

Si è passati via via nel tempo da un periodo consentito di ‘detenzione’ in questi luoghi da 30 giorni a 18 mesi e ora si torna a 180 giorni. Ma indipendentemente dal periodo di tempo massimo di detenzione previsto, l’obiettivo primario di questa misura, ovvero far rimpatriare nel loro paese queste persone, è variata negli anni dal 48% al 53 %.

Il che dimostra che la relazione tra tempi di detenzione e possibilità di rimpatrio è falsa. Non è vero che più tempo c’è a disposizione per verificare lo ‘status’ del singolo tante più possibilità avrò di rimpatriarla.

Questa percentuale ci dice una cosa sola: che ne è stato della metà, costante, di coloro che non sono stati rimpatriati? Ma soprattutto, con quale legittimità coloro che non sono stati rimpatriati sono stati privati della libertà per un tempo indefinito?

Facciamo l’esempio di Ponte Galeria, l’unico CPR tutto al femminile d’Italia; nel 2018 di quelle donne sono state rimpatriate solo il 13%. E il restante 87%? Per loro solo una sofferenza aggiuntiva inflitta, senza alcuna giustificazione giuridica.

Aggiungo un altro elemento. Anche se i tempi di permanenza vengono raddoppiati, da 90 a 180 giorni, non c’è stata alcuna riflessione sull’adeguamento degli spazi in cui queste persone devono stare.

Quindi, diverse situazioni che , tra mille virgolette, potrebbero essere accettabili come condizioni di vita e privazione della libertà per un periodo di tempo molto breve sono totalmente inaccettabili se parliamo di sei mesi di detenzione. Non è accettabile che una persona possa vivere sei mesi un uno spazio angusto, senza mobilio, con un solo piano di appoggio e un letto e un piccolo spazio esterno per prendere aria. Questo fatto che si raddoppi il tempo di detenzione e non si intervenga in alcun mondo sullo spazio destinato a queste persone, sugli ambienti dove dormire e passare le giornate, dimostra che si tratta di mero contenimento e di nessun investimento sulle persone e sulla loro dignità in quanto tali.

Nei CPR persone che non hanno commesso alcun reato, o che hanno già scontato un reato in carcere, hanno condizioni di vita molto peggiori di quelle in carcere. Nei CPR il controllo del giudice di pace, che già è una figura più debole di un giudice ordinario, ha la competenza per stabilire solo se il cittadino possa o non possa essere trattenuto ma non per verificare le condizioni di vita cui si è sottoposti.

Sostanzialmente parliamo di un ‘non luogo’, senza alcuna preoccupazione per le condizioni di detenzione delle persone, senza alcun tipo di accompagnamento legale o informativo”.

Interessa a qualcuno?

 

Condividi questo articolo:

Giornalista

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

Commenta con Facebook