Che cos’hanno in comune Daphne Caruana Galizia e Paolo Borrometi, la giornalista uccisa a Malta, e per l’omicidio della quale ora vacilla il governo di Joseph Muscat, e il giornalista siciliano sotto scorta? In comune hanno le bombe sotto le loro automobili. Nel caso della prima l’ordigno è esploso e la collega è morta, nel secondo caso l’“azione omicidiaria”, come si legge negli incartamenti, è stata sventata dal lavoro di intelligence delle forze di polizia italiane. La differenza è tutta qui. Se Paolo Borrometi è vivo, lo dobbiamo ai nostri investigatori. Viceversa staremmo piangendo la morte di un ottimo giornalista e degli agenti della sua scorta.
“Lo sai che ti dico? Ogni tanto un murticeddu vedi che serve… per dare una calmata a tutti. Un murticeddu, c’è bisogno, così si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli”. Il “morticeddu” di cui Peppe Marcuotto, al secolo Giuseppe Vizzini, parla è Paolo Borrometi. Giuseppe Vizzini, del clan di Pachino guidato dal boss Salvatore Giuliano, si abbandona a questa considerazione, intercettata dagli inquirenti catanesi, chiacchierando amenamente con i figli. Era il 10 aprile del 2018 quando è stato lanciato l’allarme.
Che tristezza dover oggi snocciolare tutti questi dettagli. Entrare nelle carte della Procura per dover provare che il collega, oggi trentaseienne, rischia la vita e per questo è costretto a una quotidianità menomata della libertà per motivi di sicurezza. Ma se siamo costretti a tutto questo inchiostro è solo perché c’è chi mette in dubbio che Paolo Borrometi abbia bisogno di una scorta. C’è chi tra i giornalisti sostiene che il collega siciliano, che è stato pestato e minacciato in tutti questi anni, non abbia bisogno di protezione. Potremmo aggiungere, anzi dobbiamo per completezza di informazione, che la stessa penna accusa gli antenati di Paolo Borrometi di usura e, per non farsi mancare nulla, che il cronista minacciato sia gay. Questo ovviamente è il corollario alla convinzione che il “progetto omicidiario” sia una bufala. Una fake news. Una balla.
La tristezza poi si trasforma in nostro sconcerto quando a mettere in dubbio la necessità di protezione a Paolo Borrometi sono dei deputati, nel resto d’Italia si chiamerebbero consiglieri regionali, del Parlamento della Regione Sicilia: Pippo Gennuso, Luigi Genovese, Gaetano Galvagno e Tony Rizzotto. Fermiamoci al primo, l’onorevole Pippo Gennuso, imprenditore di Rosolino, ha più o meno il doppio dell’età di Borometti. Politico navigato, arrestato negli scorsi mesi, nuovamente arrestato per dirla tutta, è tornato a sedersi nei banchi dell’Assemblea Regionale Siciliana dopo aver patteggiato, a metà luglio, una pena di un anno e due mesi di reclusione per traffico di influenze illecite.
La bestia nera di Pippo Gennuso, manco a dirlo, è Paolo Borrometi che nei suoi articoli ha anticipato un’inchiesta della magistratura sulla compravendita di voti. Il deputato regionale, tornato onorevole, ha subito sporto querela contro il giornalista. E adesso, non contento, gli vuole togliere la scorta.
E ora tutti vi starete chiedendo: chissà chi la spunterà? Chissà se il cronista siciliano si troverà improvvisamente senza i suoi angeli custodi che quotidianamente gli salvano la vita, anzi, salvano la vita a lui e alla sua famiglia? La risposta ovviamente è no. Però siate sinceri, di tutto quanto abbiamo scritto in una qualche parte del vostro cervello si è impigliata la parola “usurai” o, non vergognatevene, “gay” (che non è un insulto se non per chi lo lancia come tale)? E soprattutto, in quanti di voi alberga la convinzione che la scorta armata sia un bel vivere?
Tranquilli, non siamo in chiesa, non ci dovete nessuna risposta. Ma è bene sappiate che funziona così. Funziona così per Paolo Borrometi. Funziona così per Roberto Saviano. E funziona così per Federica Angeli e per tutti quei giornalisti che coraggiosamente portano la verità sui fatti di mafia. Si mina la loro onorabilità, li si infanga. E il modo più facile e ricorsivo è quello di farli passare per dei privilegiati. Quelli con le auto con i lampeggianti. Quelli che non restano imbottigliati nel traffico. Quelli che saltano le file. Fatevi un giro, anche solo di un’ora, nelle loro vite e poi ne riparliamo.
La scorta e le minacce rendono famosi? Saviano vende più copie per questo motivo? Andare in giro protetti è una strategia di marketing editoriale? Anche se ci avete pensato, siamo certi che nel leggerlo vi siate accorti di che castroneria mai sia. La scorta non è un mezzo di propaganda, è il riconoscimento di uno status di pericolo, della necessità di difendere delle persone che, spesso loro malgrado, sono diventate dei simboli e i simboli, soprattutto quelli della lotta alla criminalità, vanno tutelati, le loro vite vanno difese. Perché il “morticeddu darebbe una calmata a tutti gli sbarbati”. E noi tutti dobbiamo sperare che nessuno “sbarbato” si dia una calmata.
Chi sono gli “sbarbati”, è evidente che sono tutti quelli che combattono la criminalità organizzata. Sono tutti quelli che non si girano dall’altra parte e che non si adeguano al vivere mafioso, di qualsiasi mafia si tratti e di qualsiasi latitudine si stia dicendo.
Che cosa non hanno in comune Daphne Caruana Galizia e Paolo Borrometi? Non hanno avuto in comune uno Stato che li difendeva. E lo Stato, ci dice l’assedio di questi giorni dei manifestanti ai palazzi del governo di La Valletta, siamo noi, noi tutti. E Paolo Borrometti, e gli altri colleghi, quelli sotto scorta e quelli no, quelli che quotidianamente fanno il loro lavoro di ricerca della verità, sono persone, persone come voi, persone come noi, quelli che li infamano, invece, sono “gli altri”. E se “gli altri” siedono in un qualche Parlamento o consiglio regionale o comunale o anche di circoscrizione, forse vuol dire che Malta non è poi così lontana.
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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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