I bravi colleghi de Il Messaggero, Italo Carmignani e Alvaro Fiorucci, raccontano oggi sulle pagine del foglio romano che da mesi funzionari della Digos vanno a giro per ogni dove cercando i proiettili che hanno ucciso il 20 marzo del 1979 il giornalista investigativo e direttore di OP, Mino Pecorelli.

I due cronisti romani, tanto di cappello, raccontano sul giornale capitolino dell’inchiesta di EstremeConseguenze e di come il lavoro della nostra Raffaella Fanelli abbia fatto sì che il Procuratore Aggiunto di Roma, Francesco Caporale, abbia chiesto gli venissero consegnati i proiettili che uccisero il fondatore dell’Osservatorio Politico per confrontarli con la pistola sequestrata, insieme a tante altre armi, nel 1995 all’ex Nar Domenico Magnetta, amico fidato di Massimo Carminati e oggi speaker radiofonico di Radio Padania.

Il pezzo su Il Messaggero è ben fatto, rende omaggio a tutto il nostro lavoro e anche al coraggio del terrorista nero Vincenzo Vinciguerra che, nonostante i tentati subiti omicidi in carcere, non avendo la possibilità di raccontare nella radio del partito di Matteo Salvini le sue verità, continua a ripeterle da fine anni settanta “solo” ai magistrati e nelle aule di tribunali.

C’è solo un neo, se ci possiamo umilmente permettere, nell’articolo di Carmignani e Alvaro Fiorucci, ed è il titolo: “Pecorelli, sparite le prove per la nuova inchiesta”. L’occhiello poi rafforza con un “Spariti i proiettili”. I colleghi non ce ne vogliano e i lettori non imputino loro alcun fine terzo, però non possiamo non annotare che le prove e i proiettili non “spariscono”. I proiettili li fa sempre sparire qualcuno. La storia di questi quattro proiettili, per altro, è ben “strana” e già ne abbiamo dato conto nella nostra inchiesta: furono manomessi già al primo processo. Più chiaro? Non erano già più quelli giusti, quelli che ammazzarono Mino Pecorelli, al processo di Perugia. Come denunciò in aula allora il perito Antonio Ugolini e come poi ribadì qualche mese fa a Raffaella Fanelli: “La busta non era sigillata e i bossoli erano diversi. Lo dissi in aula che erano stati sostituiti”.

“Ma non rivanghi tante cose, per carità – continuò rispondendo alla giornalista di Estreme Conseguenze – perché andiamo a finire male. Si rischia brutto. Perché con Pecorelli scappano fuori Moro e altre storie, ed è meglio lasciar stare”. “Voglio morire nel mio letto”.

Quindi, per ricapitolare, i proiettili che hanno ucciso il giornalista il 20 marzo del 1979 e che i solerti funzionari della Digos stanno cercando, non sono più quelli. Per intenderci, come abbiamo già scritto: se li trovassero non aiuterebbero a fare alcun passo in avanti. Chiunque li abbia fatti sparire, ha sbagliato, perché avrebbero messo gli inquirenti davanti all’evidenza che non c’erano più le prove necessarie per risalire ai colpevoli dell’assassinio del direttore di OP.

Lo stesso “manovratore” che ha fatto sparire i proiettili è però lo stesso “manovratore” che noi, con il nostro lavoro, abbiamo disturbato. Abbiamo “disturbato” e continuiamo a “disturbare” così tanto da obbligarlo a prendersi la briga di recapitarci dei proiettili. Proiettili che ci sono ancora e sono ovviamente nelle mani delle forze di polizia. Il nostro consiglio, è quello di seguire i proiettili, non quelli manomessi, ma quelli arrivati a noi e chissà mai che così sveleremo il volto o i volti dei manovratori. Per parte nostra, pur rispettosi del lavoro degli inquirenti e della giustizia, stiamo seguendo la pista che ci porterà all’identikit del “manovratore”, un po’ per amore della verità e un po’ per, permetteci la nota involontariamente melodrammatica, salvarci da quei proiettili che il “manovratore” potrebbe decidere di non mandarci più in busta chiusa.

Torna alla Home Page di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al gruppo Whatsapp di Estreme Conseguenze

Clicca qui per iscriverti al canale Telegram di Estreme Conseguenze

Condividi questo articolo:

Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

ARTICOLO PRECEDENTE

EDITORIA DELLE BANANE

PROSSIMO ARTICOLO

UNA MEMORIA SENZA STORIA

Commenta con Facebook