“Non conosco nessun civile, nessun oppositore politico, né un oppositore politico rivoluzionario, come diceva di essere Paolo Signorelli, che potesse conoscere dodici nomi di ufficiali del Sid residenti ed operanti nella stessa zona del Paese. Non conosco nessun oppositore politico che possa far arruolare nei servizi segreti un militante di Ordine Nuovo, e mi riferisco a Cesare Turco”. Vincenzo Vinciguerra conferma: Paolo Signorelli era un uomo dei servizi. Lo ribadisce non a noi di Estreme Conseguenze, bensì all’avvocato Gabriele Bordoni, legale di Gilberto Cavallini imputato a Bologna con l’accusa di concorso nella strage del 2 agosto del 1980. Gabriele Bordoni è anche il legale di Silvia Signorelli, la figlia dell’ideologo della destra radicale Paolo Signorelli, che ha chiesto e ottenuto il sequestro della nostra intervista a Vincenzo Vinciguerra. Un’intervista pubblicata lo scorso giugno, oscurata il 24 ottobre e dissequestrata il 14 novembre. Per quell’intervista Vinciguerra è stato chiamato a testimoniare il 16 ottobre a Bologna e in quella sede ha ribadito: “Paolo Signorelli era un uomo dei servizi”. E a dimostrarlo ci sarebbe un documento sequestrato in casa di Signorelli –  che ricordiamo è stato condannato in via definitiva per associazione sovversiva e banda armata – nel novembre del 1980 e depositato nel processo in corso a Bologna. Si tratta di un elenco decriptato che riporta un elenco di nomi di ufficiali dell’arma dei carabinieri.  Un elenco che va a supportare (se mai ce ne fosse bisogno) la dichiarazione di Vinciguerra.

“Quando si parla di estrema destra – precisa Vincenzo Vinciguerra durante la sua testimonianza davanti ai giudici di Bologna – si parla di Stato e delle sue istituzioni.  Di uomini e gruppi che agivano per lo Stato con il compito di portare questo Paese a una svolta autoritaria in funzione anticomunista. Ordine nuovo era una struttura paramilitare che operava con armi fornite dalla Nato. Era una struttura appoggiata e sostenuta dalla Nato”. Già nel 1984 Vinciguerra fornì un elenco di militanti di Ordine nuovo in contatto con i servizi segreti militari. E a pagina 10 di quel verbale redatto 35 anni fa figura il nome di Paolo Signorelli: “…in contatto con i servizi, a Padova, c’era l’intero gruppo di Freda con Massimiliano Fachini. A Roma Amos Spiazzi e a Tivoli il gruppo di Paolo Signorelli”. Un lungo elenco di nomi che Vinciguerra conferma a distanza di 35 anni. Perché Vinciguerra, una delle figure più emblematiche del neofascismo italiano, non ha mai fatto un passo indietro. Mai ha ritrattato da quando decise di costituirsi quale responsabile dell’attentato di Peteano. E mai ha accettato né la qualifica, né i benefici spettanti ad un collaboratore di giustizia e soprattutto mai ha rinunciato alla sua identità. Davanti alla Corte di Assise di Bologna che sta processando Gilberto Cavallini, Vinciguerra ha ricostruito l’ambiente e i legami che sono all’origine dello stragismo italiano. È stato lo stesso presidente Michele Leoni a chiedere della volontà di Signorelli di uccidere Carlo Cicuttini. “Confermo. Signorelli voleva eliminarlo perché se fosse stato arrestato una perizia fonica l’avrebbe identificato come autore della telefonata che portò i carabinieri a Peteano”.

Cicuttini fu, infatti, chiamato in causa nella strage di Peteano, in cui persero la vita tre carabinieri, da una perizia compiuta sulla telefonata anonima che trascinò i militari della tenenza di Gradisca sul luogo dell’attentato.  “Abitavo a Udine – ha continuato Vinciguerra –  e Paolo Signorelli a Roma.  Nei primi mesi del 1973 mi avvertirono della sua decisione di uccidere Carlo Cicuttini, all’epoca latitante in Spagna, per eliminare la prova vivente della nostra responsabilità a Peteano. Raggiunsi Signorelli a Roma poche settimane dopo perché Cicuttini non andava toccato”.

Ma c’è un’altra dichiarazione importante di Vinciguerra che riguarda la strage di Bologna e i Nar: “Durante la mia detenzione a Volterra, il mio compagno di cella, tal Johann Hirsch mi disse che a fare la strage erano stati Fioravanti, Mambro e i loro amici”.  Una dichiarazione forte e perentoria che la difesa di Cavallini non apprezza e mette in dubbio, d’altronde Hirsch era solo un trafficante di droga – come giustamente ha ricordato il bravo avvocato Gabriele Bordoni – e mai avrebbe potuto sapere dei Nar e della strage. Ma così non è, perché Hirsch sapeva. Non era solo un trafficante o uno spacciatore di droga. Il suo nome figura accanto a quello di Gilberto Cavallini, Francesca Mambro, Giuseppe Di Girolamo, Dario Mariani, Valerio Fioravanti, Mauro Addis, Pasquale Belsito, insomma nella crème della destra eversiva in un procedimento per banda armata, traffico d’armi ed esplosivi con finalità di terrorismo. Insomma Hirsch conosceva i Nar, e stando a una sentenza di condanna emessa dal tribunale di Milano nel 1984 (nr. 390/81F) Hirsh forniva armi al gruppo di Valerio Fioravanti. Nei verbali del procedimento leggiamo:  “Hirsch in Nigeria aveva contatti con quel Danilo Abbruciati delinquente politico/comune romano, rimasto ucciso da una guardia giurata mentre attentava alla vita di Rosone, vice presidente del banco Ambrosiano”. E ancora: “…dal carcere sono state intercettate lettere dal contenuto enigmatico e una minuta indirizzata alla moglie sul suo coinvolgimento in un grosso affare”. Johann Hirsch dichiarò a Vinciguerra che “a Bologna, a fare la strage, erano stati Fioravanti e i Nar”. Ed è chiaro dalla sentenza riportata sopra che Johann Hirsch non era solo un trafficante di droga e di armi.  Che era vicino a Cavallini e ai Nar. Che li conosceva.

Il 7 novembre Vinciguerra viene risentito, non in tribunale ma nel carcere di Opera dove è detenuto. Viene interrogato ancora. Le domande tornano sui Nar, su Hirsch, sulla strage alla stazione e sull’omicidio di Mino Pecorelli. Già nell’udienza del 16 ottobre il presidente Michele Leoni chiede del giornalista. Della pistola custodita da Domenico Magnetta. Del ricatto ad Adriano Tilgher: “Se non mi aiutate ad uscire dal carcere tiro fuori la pistola che uccise Pecorelli”. Perché nel processo a Gilberto Cavallini, imputato di concorso nella strage di Bologna, viene chiesto di Pecorelli? Cosa e chi collega Pecorelli a quegli 85 morti?

Una pistola dello stesso calibro di quella utilizzata per eliminare il giornalista fu sequestrata a Domenico Magnetta nel 1995 quando era ancora in corso il processo per l’omicidio di Pecorelli, con Massimo Carminati imputato. Di quel ricatto Vinciguerra aveva già parlato. Eppure nessuno riprese quel verbale. Nessuno chiese una perizia sui bossoli ritrovati in via Tacito e la pistola sequestrata a Magnetta. Avrebbero potuto e dovuto farlo. Perché oggi quella pistola risulta distrutta. E i bossoli scomparsi.

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Giornalista e scrittrice

Raffaella Fanelli ha collaborato con numerose testate, tra le quali La Repubblica, Sette, Panorama, Oggi, e altrettante trasmissioni televisive, da Chi l'ha visto? a Quarto Grado a Lineagialla. Con Aliberti ha pubblicato Al di là di ogni ragionevole dubbio, il delitto di Via Poma, con EdizioniANordest Intervista a Cosa Nostra e con Chiarelettere La Verità del Freddo. Al libro intervista a Maurizio Abbatino è stato assegnato il premio internazionale al giornalismo d'inchiesta "Javier Valdez" 2018.

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