Abbiamo aderito senza remora alcuna alla battaglia giusta, anzi doverosa, affinché la città Medaglia d’oro della Resistenza, Milano, avesse un museo degno di questo nome a serbare la memoria e la storia di chi ci ha liberati, anche con il sacrificio della vita, dal nazifascismo.

Lo abbiamo fatto senza se e senza ma, perché la Casa della Memoria ai piedi del Bosco Verticale, poco aveva a che fare con la monumentale storia che aveva a ricordare.
La Germania, che condivide con noi l’onta di aver dato i natali al nazifascismo, ha saputo affrancarsi da quella storia anche dando alla memoria spazi importanti e più importanti sono quelli dedicati alla Shoa, allo sterminio degli ebrei. Monumenti e musei si impongono come sentinelle non solo della storia che fu, ma anche monito di quello che non si vuole più che sia, quel che si vuole che non si ripeta.
Tra tanti pegni alla memoria, la conservazione dei campi di sterminio nazisti è sicuramente la più efficace. Camminare in quei luoghi che sono più che morte, obbliga a un’esperienza emotiva che vale mille e mille racconti e spiegazioni. Il turbamento che si prova tra le baracche di legno è un’impareggiabile lezione. E sicuramente non è un caso che la canaglia nazista, nell’abbandonare i luoghi del genocidio, li distruggeva, ne cancellava vergognosa le tracce, le responsabilità. Perché il luogo che non c’è più, è più facile da dimenticare, da negare. La strage che non lascia traccia, è una strage che può essere negata.
Le bombe, la volontà di dimenticare, talvolta la ricostruzione, cancella i luoghi della memoria. Man mano che nel tempo si allontanavano i fatti della Resistenza e della Seconda Guerra Mondiale, in tanti hanno sperato che fosse cancellato il ricordo della loro compromissione con il fascismo e i fascisti. E non sempre, troppo sicuri della forza e del ricordo delle imprese partigiane, la società è stata attenta nel serbare i luoghi del ricordo, ci si è come distratti e qualche lapide a ricordo di un nostro eroe liberatore, di un martire della nostra democrazia, si è smarrita tra le macerie di un qualche edificio.
Le lapidi che disseminano tante facciate dei palazzi di Milano sono tornate ora a essere un orgoglio per quei palazzi che le “indossano” e c’è una cura che non è affidata solo all’encomiabile ANPI, ma alla cittadinanza tutta e non può che essere rassicurante vedere la reazione della collettività quando qualcuna di quelle targhe marmoree viene oltraggiata da qualche anacronistico neo fascista o neo nazista che nella notte va vilmente a imbrattarle.
Il 27 gennaio del 2013, a Milano, è stato inaugurato il Memoriale della Shoa. Il binario 21, è uno dei luoghi reali di memoria delle deportazioni. È un reperto storico, un luogo fisico che risponde incontrovertibilmente a ogni tentativo negazionista dell’eccidio degli ebrei.
Per il Museo Nazionale della Resistenza, è stato invece scelto un luogo del capoluogo lombardo che ancora non esiste. La seconda piramide di Herzog in piazza Baiamonti a Milano. E questo ci convince meno, perché avremmo optato per luoghi più evocativi. Uno tra tutti, il Carcere di San Vittore.
Qui infatti è dove vennero rinchiusi tanti eroi e tanti martiri della nostra Resistenza e della nostra Repubblica. I registri italiani di questa prigione ottocentesca, sono veri e propri atti di accusa della marmaglia fascista. Tra queste mura li portarono i vigliacchi della Muti, i balordi della Guardia Nazionale Repubblicana, le conniventi squadracce delle guardie di frontiera e tutta quella costellazione di piccole e grandi formazioni protette dal dittatore Benito Mussolini. Qui si certifica senza scampo la malvagità del fascismo.
Tra i tanti che qui ‘passarono’, ci piace proprio oggi ricordare Liliana Segre, che qui è stata rinchiusa tredicenne, con il padre Alberto, tra il dicembre 1943 e il gennaio 1944, prima di essere deportata ad Auschwitz. Ma la lista dei nomi sarebbe infinita. Ma accanto ai tanti nomi illustri, tra i quali spicca senz’altro quello del martire del fascismo, il comunista Antonio Gramsci, si associano migliaia di nomi di eroi sconosciuti della Resistenza, ai quali ci piace affiancare anche quelli degli sconosciuti prelati, suore, infermieri e anche guardie carcerarie che si fecero staffette partigiane, portando dentro e fuori dalla prigione ordini e missive.
Riconvertire il carcere di San Vittore a luogo di memoria collettiva della lotta al fascismo, avrebbe poi l’indubbio pregio di chiudere questo carcere, che per le condizioni disumane dovute dal sovraffollamento e dalla vetustà dell’edificio, è il peggior sfregio all’opera di un altro milanese illustre, Cesare Beccaria, e al suo insuperato Dei delitti e delle pene.
Sarebbe poi un modo per salvare quella parte della città di Milano, da un segnato destino di speculazione edilizia, vizio meneghino sulla cui cifra, per altro, si è edificata la Piramide di Herzog e tutta l’area intorno
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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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