E quindi l’amico si accosta e chiede: ma quindi che cos’è oggi l’antifascismo? Si capisce da come lo chiede che ha l’urgenza della risposta, si vede che la vorrebbe lapidaria, la verità da sbattere in faccia, l’indicazione da tramandare.

La tentazione è, ovviamente, la lunga digressione, l’analisi e il rammentare le parole degli uomini mogliori, di quelli che, parafrasando Prezzolini, “furono antifascisti quando c’era il fascismo”, pardon, quando c’era il fascismo al potere.

E non si tratta di una pruderie alla Giulio Andreotti che ironizzava sarcastico con  qualcosa che suonava più o meno così: “l’antifascismo è come il vino, bisogna vederne l’annata”. Fortunatamente ancora una volta ci troviamo su schieramenti opposti e differenti dal Divo democristiano. E quindi, restando nella metafora, preferiamo dire: vecchio o novello, l’antifascismo è sempre buono, il fascismo invece fa sempre male come tutti i vini andati a male, come le manganellate e come l’olio di ricino che erano soliti dare a bottigliate. E non faceva ridere, se non le camice nere, ma faceva cagare, cagare addosso come la paura, umiliare e talvolta morire.

Ricordate Hemingway in quel dialogo nel suo “Per chi suona la campana”?

“Sono un antifascista”.
“Da molto tempo?”
“Da quando ho capito il fascismo”.

Ecco, per dire dell’antifascismo, è il fascismo che andrebbe definito e non quello storico, ma quello di oggi. Primo Levi, l’autore impareggiabile di “Se questo un uomo”, disse a un interrogante Giorgio Bocca: “Che cos’è oggi l’antifascismo? È una cosa confusa. Non è come a quel tempo. Oggi la scelta e difficile, perché il fascismo lo ritroviamo intorno a noi annidato in dieci forme diverse… Mascherato, inserito in certi modi di vivere, inserito nei partiti, inserito in una forma immorale di vivere, quella di allora, insomma, inserito in un certo governo, in mille forme”

Il problema è che Levi era l’uomo delle riflessioni, più che degli aforismi, e infatti concludeva dicendo: “…per cui è a un tempo ovvio e inutile dire: io sono antifascista; va precisato”.

“Va precisato”, intendiamoci, non cosa sia l’antifascismo, ma cosa sia il fascismo.

Farebbe comodo a questo punto rifugiarsi in Antonio Gramsci che del fascismo, che, ricordiamolo, lo uccise, scrisse:  “Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano”.

E lo sappiamo che tra le labbra state masticando un “ah Gramsci, sempre attuale”. Ma forse è una mezza verità, forse il problema è che il pericolo fascista è sempre attuale ed è per questo che le parole del fondatore del Partito Comunista Italiano sembrano leggendole una camicia buona per essere indossata da più di un nostro attualissimo movimento politico.

D’altra parte non era la pungente Françoise Giroud che ammoniva: “Così inizia il fascismo. Non dice mai il suo nome, striscia, galleggia, quando mostra la punta del suo naso, diciamo: È lui? Ma no, dai! Non esageriamo! E poi un giorno l’abbiamo dentro di noi ed è troppo tardi per espellerlo”.

Il vocabolario traduce il fascismo così: “Dottrina e prassi politica fondata sulla violenta e indiscriminata affermazione di motivi nazionalistici e imperialistici, sulla presunta loro adeguatezza a superare e armonizzare i conflitti economici, politici e sociali, e sull’imposizione del principio gerarchico a tutti i livelli della vita nazionale; estensione: qualsiasi concezione della vita politica e dei rapporti umani e sociali basata sull’uso indiscriminato della forza e della sopraffazione”.

Quindi? Quindi crediamo che ognuno se la possa tradurre come crede questa dottrina fascista. Lo riconoscete nelle bombe di Piazza Fontana, Brescia, Bologna? Troppo lontane nel tempo? Noi questa dottrina fascista l’abbiamo vista nella casa di quella coppia gay cui hanno cercato di dare fuoco, alla coppia, non alla loro casa vicino a Verona poi imbrattata con svastiche e frasi nere. Ma non è sempre così è facile. Non è sempre così appariscente come i pestaggi dei bulletti fascistelli per le strade di Roma, come i vigliacchini che nelle notti senza luna imbrattano le lapidi dei partigiani.

Ma “impavide” le camice nere lo sono sempre state. Lo ricordava il Presidente Partigiano Sandro Pertini: “Aspettavano, erano degli eroi!, di essere in venti o in trenta per aggredire gli antifascisti quando si trovavano isolati. Se eravamo in tre, allora non ci aggredivano più!”.

Ma appunto, non è sempre così facile, così evidente. Lo scrittore assassinato a Ostia Pier Paolo Pasolini denunciava: “Il nuovo fascismo non distingue più: non è umanisticamente retorico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo”.

Non abbiamo scordato che l’autore di “Ragazzi di vita” scrisse quell’editoriale dal titolo, poi tante volte strumentalizzato, “Il fascismo degli antifascisti”. Testo che prima di essere usato qualunquisticamente in chiave, scusate il gioco di parole, anti-antifascista, andrebbe letto e assimilato perché ammonisce giustamente sulla questione culturale. Sulla necessità che l’antifascismo abbia radici solide e non sia una maglietta o una bandiera da chiunque indossabile come una griffe della moda di stagione.

La discussa Oriana Fallaci d’altra parte fu lapidaria nel vergare quel suo: “Insieme a oppressione e sangue, volgarità e cattivo gusto, la caratteristica principale di una dittatura fascista è l’ignoranza, il disprezzo per la cultura, l’analfabetismo”.

Quindi l’antifascismo? Quindi ci affidiamo e facciamo nostro quel pensiero di Umberto Eco: “Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!’. Ahimè, la vita non è così facile. …Il fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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