Grafite è parola ingannevole, perché ricorda il graffiare e quindi si finisce con il pensare che la matita, la cui mina di grafite è fatta, graffi e, invece, la matita scrive come dice il suo etimo, gráph?.

Di matita sono i segni di “Pino. Vita accidentale di un anarchico”. È il titolo del bello e commovente film animato della regista Claudia Cipriani, che abbiamo avuto il privilegio di vedere in anteprima all’Arci Bellezza di Milano. Il titolo inganna, nel senso che somiglia così tanto all’opera di Dario Fo, “Morte accidentale di un anarchico”, che potreste pensare di sapere già tutto, di non avere nulla da vedere, ma non è così. Anzi è il contrario di ciò che avete visto finora o meglio, è tutto ciò che non vi hanno mai raccontato: la vita, il vivere di Pino, di Giuseppe Pinelli. A prendervi per mano, sin dai primi fotogrammi, ma bisognerebbe dire tavole disegnate, sono Claudia e Silvia, le figlie dell’anarchico suicidato alla Questura di Milano, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre di mezzo secolo fa, il 1969.

E la grafite del cartone animato  scrive la Storia e, a dispetto della ripetizione, la anima. Così vi trovate con Claudia e Silvia a correre per chi arriva primo a casa. Entrati nel bilocale di via Preneste 2 ne conosciamo la folla e la vita. Licia, la moglie, che batte a macchina. Una studentessa le detta la sua tesi. E Bruno, un compagno, appena arrivato dalla Sicilia. La tavolata in cui cocciano piatti troppo vicini. Sentiamo il rumore delle stoviglie che si toccano. E siccome la matita è mossa con maestria, ci sediamo a quella gioiosa tavolata e assaggiamo con gli altri un risotto fatto “dal Pinelli”, come diranno i rapporti sgrammaticati di polizia, bagnato da un vino semplice, quasi da osteria, di quello che lascia l’ombra rossa nel bicchiere. La pentola torna sui fornelli, ostacolando, ma non troppo, la scritta sfidante, il manifesto ostentato di Pino: “io sono un anarchico”. E lì ci scontriamo con il sorriso del ferroviere anarchico e ci ritroviamo già pronti a chiedere, ad argomentare.

Ma la graffite, a discapito della sua etimologia, assume la zampata della Storia, lacera di colpo ogni tempo quando arriviamo a quel 12 dicembre, quello della bomba, quello del 1969. L’anno che segna un prima e un dopo nella cronaca della nostra Repubblica. E Pino, passate poche ore dalla strage fascista, lo ritroviamo, strappato dai topolini letti alle figlie in via Preneste, nei locali della Questura da dove uscirà, dopo essere stato trattenuto illegalmente tre lunghi giorni, gettato da una finestra del quarto piano.

Il “malore attivo”, cioè il fatto che il 41enne Pino Pinelli, sentitosi male, invece che accasciarsi al suolo abbia avuto un movimento che lo ha precipitato dalla finestra, è una verità giudiziaria, giustamente sbeffeggiata nel documentario animato. L’anarchico è stato ammazzato e, considerando chi c’era nell’ufficio della Questura da cui è stato defenestrato, è stato ammazzato dallo Stato, che poi lo ha riammazzato non dandogli giustizia nei suoi tribunali. Giorgio Napolitano, allora Presidente della Repubblica, a Licia Pinelli chiese perdono e disse di suo marito che era la diciottesima vittima della Strage di Piazza Fontana. Che anche se non si è detto di chi fosse vittima, anche se non si è detto chi lo ha barbaramente ucciso, è già qualcosa.

Il documentario è, giustamente, impietoso nei confronti della stampa che, con le sue testate più celebri, condannarono, senza farsi troppe domande, dalle loro prime pagine Pinelli e poi Valpreda. Anarchici e innocenti entrambi. E non gli fa certo onore a Bruno Vespa, essere ricordato mentre si faceva acritico megafono di verità dettate dalle veline di Ministero dell’Interno e servizi segreti. Fortunatamente per la categoria cui apparteniamo, ai Vespa e ai fotografi cinicamente appostati a rubare scatti di Licia e delle bambine Pinelli, vengono affiancate penne di tutt’altra pasta: Camilla Cederna e Corrado Stajano.

C’è poi una terza penna, quella di Piero Scaramucci, che, da pochi mesi scomparso, con Licia Pinelli scrisse “Una storia quasi soltanto mia”, il coraggioso libro intervista che portò a termine il lavoro di controinformazione, o meglio di informazione libera, che  era cominciato quasi dieci anni prima (1970/1) con la pubblicazione “La Stage di Stato”, cui lo stesso Scaramucci aveva contribuito.

Chi sta scrivendo queste righe, ricevette quel volume dallo stesso Scaramucci, nel 1994, appena entrato a Radio Popolare, che Piero aveva fondato nel 1976. Scaramucci non era mai timido, ma quel libro lo trattava con un’attenzione reverenziale. In quel libro c’era la Storia e quando raccontava la genesi di quel volume, sembrava quasi che di quella “Una storia quasi soltanto mia” lui non fosse, come era, il coautore, ma “solo” il testimone.

Ed è forse colpa del ricordo che abbiamo di Scaramucci, ma non ci è stato difficile immaginare la nascita di “Pino. Vita accidentale di un anarchico”. È successo tutto qui, all’Arci Bellezza di Milano. Pochi mesi fa Scaramucci e le Pinelli erano a un tavolo. Si è avvicinata la regista Claudia Cipriani e ha raccontato quell’audace progetto che da “impossibile che ci riuscite a farlo”, anche grazie a un generoso crowdfunding, è diventato questo bellissimo e imperdibile documentario animato adatto a noi che sappiamo e alle ragazze e ai ragazzi che di questa storia sanno poco o niente.

Sappiamo che la rete si sta interrogando sull’opportunità della proposta lanciata da Paolo Limonta di dedicare una via a “Pino Pinelli, partigiano anarchico”, proposta alla quale aderiamo con entusiasmo e se volete sapere perché, questo documentario animato, incarna  indubbiamente la più esauriente delle risposte. Buona visione.

 

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Direttore

William Beccaro, 45 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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