È nato, è nato, è nato. Sarà che Natale è alle porte, ma il giubilo di certe testate nostrane è pari a quello per la nascita del bambinello, se non che a nascere, in questo 18 dicembre 2019, è il secondo colosso mondiale della produzione delle automobili. Il primo è quello targato Volkswagen. Il nuovo gruppo, di cui non si conosce il nome, unirà Fiat-Chrysler e Peugeot-Citroën, in un’unica grande casa, in Olanda. Cioè, il gruppo della famiglia Agnelli, diciamo italo-americano, e quello della famiglia Peugeot, diciamo francese, avrà sede in Olanda, cioè non Roma o Parigi, non Torino o Sochaux, non Milano o Montbéliard, bensì Amsterdam. Lo sappiamo, lo sappiamo, che state pensando male, cose del genere “in Olanda si pagano meno tasse” oppure “la tassazione degli utili è quasi nulla” o, ancora, “il diritto societario olandese ha alcuni vantaggi non trascurabili”. Beh, se avete pensato tutte queste cose, tanto fuori strada probabilmente non siete. Ma, è giusto che ricordiate, che la FCA, cioè la famiglia Agnelli, è in terra di tulipani da mo’ e che è in ottima compagnia. Qui abitano le principali corporation mondiali, sia quelle old che quelle new economy. Mfe (famiglia Berlusconi), Exor (famiglia Agnelli), Uber, Ebay, Nike, Ikea e ci fermiamo solo per questione di sintesi. La tentazione di rifugiarsi in un mozartiano “così fan tutte” è tanta, però è sbagliata, perché non è che tutte tutte le società fan così, pensateci ogni qual volta andate in un ospedale pubblico, una scuola pubblica, chiamate la polizia, andate in tribunale, percepite la pensione o, imbucate un’autostrada.
La nostra A1, l’autostrada del Sole, quella che porta da Milano giù giù fino a Napoli, ebbe la posa della prima pietra il 19 maggio del 1956, il progetto era della SISI, Società Iniziative Stradali Italiane, cioè a dire Agip, Fiat, Italcementi e Pirelli. Ovvero Benzina, Autoveicoli, Costruttori e Pneumatici. Cioè chi aveva i massimi interessi nella realizzazione della prima autostrada italiana. Chiariamo. Quelli della SISI fecero e regalarono il progetto, ma mica pagarono loro la costruzione delle quattro corsie dal capoluogo lombardo al campano. I soldi per quei 759,4 chilometri li mise Autostrade per l’Italia, che allora era società pubblica e non dei Benetton, e ANAS, Azienda Nazionale Autonoma delle Strade Statali, che allora era pubblica e non del Gruppo Ferrovie dello Stato spa. Privata è rimasta invece la Fabbrica Italiana Automonili Torino, la Fiat, che, anche se adesso ha cambiato nome in FCA, resta di proprietà di EXOR N. V., la società, olandese dal 2016, controllata dalla famiglia Agnelli, e proprietaria, tra le altre cose di PartnerRe (riassicurazioni), la Juventus Football Club, The Economist e il Gruppo Gedi LaRepubblica-LaStampa-l’Espresso-Manzoni Advertising.

Se state guardando impressionati alle testate giornalistiche, vuol dire che non sapete bene cosa sia Manzoni Advertising. È la più antica concessionaria pubblicitaria italiana. È quella che, ovviamente, vende gli spazi pubblicitari per tutti i giornali, le radio e i settimanali della Famiglia Agnelli, ma anche per tantissime altre testate e mass media italiani. Cioè c’è una lista infinita di editori, radio, tv, periodici la cui sopravvivenza dipende di fatto da John Philip Jacob Elkan, l’erede Agnelli a capo di tutto per volontà del nonno Gianni, l’avvocato.

Sentite odore di conflitto di interessi. Fate bene, anche perché l’Italia è stabilmente oltre il quarantesimo posto nella libertà di stampa, anche per questo. Stiamo implicitamente dicendo che La Repubblica o La Stampa non avrebbero dovuto aprire, così come hanno scelto altre testate nazionali e internazionali on line, con la nascita del gruppo FCA-Peugeot? Assolutamente no, la notizia c’è eccome e non sta certo a noi, ma a ogni direttore di testata, stabilire che peso darle nella gerarchia del proprio sito o quotidiano. Però per trasparenza quelle stesse testate avrebbero dovuto, a nostro avviso, ricordare al lettore di chi sono proprietarie. Questo perché altrimenti può apparire sospetta l’apertura, ma anche la grande eco data alla notizia sul mantenimento del numero di dipendenti o della mobilità sostenibile o dell’assenza di commenti sulla scelta della sede societaria.

Sulla sede olandese, abbiamo già detto e aggiungiamo soltanto che è brutto vedere come un gruppo che così tanto ha beneficiato tutto il secolo scorso del sistema Italia sia finito, per evidenti convenienze, lontano dalla patria natia. Sul mancato taglio dei dipendenti, cioè sul fatto che FCA e Peugeot nel fondersi non lasceranno a casa nessuno, crediamo che il titolo dovrebbe essere “E ci mancherebbe pure”, ché la FIAT nel nostro Paese ha lasciato a casa talmente tanta gente che ci si potrebbe popolare una città di medie dimensioni. Infine questa grande attenzione alla mobilità sostenibile che, nella narrazione proposta, starebbe alla base della fusione dei due gruppi automobilistici, leggiamo infatti: “investire fortemente nelle tecnologie e nei servizi che definiranno la mobilità in futuro, contribuendo al raggiungimento degli stringenti requisiti normativi globali sulle emissioni di CO2”. Ebbene, su questo tema crediamo che non sia secondario ricordare che Fiat Chrysler è stata coinvolta, come del resto accaduto a Volkswagen, nel così detto dieselgate: rammenterete le centraline dei veicoli truccate con un software illegale per alterare i risultati dei test ambientali? È stata coinvolta e ne è uscita pagando centinaia di milioni di dollari di ammende, anche questo forse andrebbe ricordato. Ma prendiamo per buona una conversione alle istanze di Greta Thumberg del primo e del secondo produttore di automobili al mondo, allora sarebbe il caso di ricordare su tutti i giornali che la sola mobilità veramente sostenibile, quella che non ci riempie i polmoni di smog, quella che non ammazza solo in Italia  tremila persone all’anno e ne ferisce oltre duecentomila, è quella pubblica e collettiva, è quella non delle auto parcheggiate sotto casa, fossero pure ibride o elettriche, ma quella di treni, autobus e metropolitane. Quella pagata con le tasse?  Sì, proprio quella.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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