Devo dire la verità, quando si sparò non ci fu meraviglia. Non perché qualcuno sapesse, qualcuno in realtà si scoprì sapeva, bensì perché era solo una cosa accaduta.
A ripensarci ora oltre trent’anni dopo, mi sembra un avvenimento fuori da ogni possibile realtà. Spararsi in terza media, inferiore. Forse perché ho dei figli di quell’età o forse perché poi di persone così vicine a me che si sono sparate non ce ne sono state.
Parlando con le ragazze e i ragazzi del Liceo Tito Livio di Milano, curiosi di giornalismo d’inchiesta, questo evento è venuto fuori sul finale di un bellissimo incontro, scambio, durante la loro cogestione.
Un momento di riflessione comune, perché quando le domande diventano spontanee, come con loro è stato, finiscono per indagarti e costringerti alla riflessione, nel rispondere loro, ti rispondi.
Io non volevo fare il giornalista. Detestavo i giornalisti. Questo perché il solo cronista che avevo conosciuto era quello che si era affacciato nella mia classe ai confini del Corvetto e, accompagnato da una preside ossequiosa, aveva violato la nostra giovane età con domande e supposizioni volgari fatte in mezzo a noi. Gli agenti di polizia erano stati delicati e rispettosi, lui giudice senza contraddittorio. Ero il più alto della classe e questo gli fece chiedere se io c’entrassi qualcosa.
Anni dopo, divenuto giornalista per lo stesso gruppo editoriale, lo incontrai e dissi quel che pensavo, la violenza delle sue parole, la prepotenza su quelle ragazzine e ragazzini, ogni regola deontologica cancellata. Tentò l’ammiccamento chiamandomi “collega”, non trovò riscontro nel me rimasto bambino.  La pensione gli evitò nuovi incontri.
Il mio compagno di classe si sparò. Sopravvisse per un banale colpo di fortuna. Pochi millimetri dal cuore. Aveva fumato qualche spinello, chi gli aveva venduto il fumo lo aveva ricattato per un po’, finiti i soldi, per non deludere la famiglia, aveva tentato il suicidio.
Il Corvetto era terra di frontiera. Piazza Gabriele Rosa era il centro di spaccio e malavita, tanto che in tanti ne storpiavano il nome in Piazza Pau Rosa. Al di là di quella piazza abitava un amico e attraversarla era una prova di coraggio che talvolta finiva in rapina di soldi, vestiti e sopraffazioni più varie.
Due decenni dopo in quella piazza ci ho preso casa. Era cambiata. Era solo il posto del macellaio, del lattaio, della farmacia, del bar e dell’edicola. La chiesa di Santa Rita a farle ombra.
La vita mi ha portato via da quel posto dove mi ci ha riportato la bicicletta. Da casa è percorso obbligato, la pista ciclabile l’attraversa.
Due ragazzi, due ragazzini dell’età dei miei figli, cartella Invicta che fa tanto anni novanta, si avvicinano spavaldamente timorosi. Allungano dei soldi. Ricevono in cambio qualcosa. Incuranti dell’uomo che gli sfila di fianco, attraversando la piazza ritornata Pau Rosa.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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