Facciamo così, non capiterà, ma capitasse, che morissi per mano fascista, che nessuno si svegli un giorno, seguendo qualche squallido calcoluccio politico, e si permetta di dire che la mia morte è uguale a quella di qualche camicia nera vecchia o nuova. Se la vigliacca marmaglia dei saluti romani e degli “eia eia alalà” mi uccidesse, io stavo dalla parte opposta da vivo come da morto. Perché i morti, sia ben chiaro, sono uguali solo e unicamente nelle fossi comuni, dove si mischiano ossa con ossa, viceversa ognuno ha le sue lapidi, i suoi fiori e le sue cerimonie.

Ecco, Sergio Ramelli è un morto “loro”. Rispetto il pianto e il dolore della famiglia, aborro i saluti romani, gli slogan razzisti, i manifesti con le celtiche e tutto il colorato circo macabro che intorno alla ricorrenza dell’omicidio del giovane fascista viene ogni anno, il 29 aprile, allestito.

Una cerimonia disgustosa, non solo perché approfitta del pretesto degli anniversari del brutale assassinio per manifestarsi, ma soprattutto per tutto quello che quei gesti platealmente esibiti significano, in poche parole: l’oltraggio alla democrazia e alla resistenza che alla repubblica ci ha portato.

Resistenza che di morti ne ha lasciati tanti sul campo e che, sempre seguendo calcolucci da sondaggi, qualcuno da qualche decennio, vorrebbe uguali ai “ragazzi morti in camicia nera”. Un daltonismo storico e politico che offende entrambe le parti, ugualmente.

C’è una bramosia di pacificazione buona solo per qualche salottino, social e talkshow: sommessamente vorrei infatti ricordare che non vi è alcuna necessità di pacificazione perché quella guerra civile è nei libri di storia e da lì non si muove, anche quella “anni ‘70”.

Verrò smentito domani, ma per quel che mi consta a morire oggi non sono i comunisti uccisi dai fascisti o viceversa. Certo le teste rasate ancora uccidono e pestano, ma se la prendono con migranti, gay e talvolta i tifosi di una qualche squadra di calcio, ma non esiste una lunga scia di sangue che continua a bagnare le opposte fazioni. E aggiungo un liberatorio “meno male”, al quale però non posso non associare il ricordo di quei ragazzi di sinistra che pestati sotto i colpi di barbari estremisti di destra hanno perso la vita. Uno tra tutti Dax, ovvero Davide Cesare, nato a Brescia il 7 novembre del 1976 e ucciso 16 marzo del 2003 a Milano in via Brioschi, pugnalato dai neofascisti Federico, Mattia e Giorgio Morbi.

Ramelli come Dax? Non scherziamo. Lasciamo a ognuno la sua storia. A ogni famiglia il proprio dolore. Non dimentichiamo però che il fascismo non è un’idea, ma un crimine, almeno così dice la Costituzione italiana, quella sulla quale giurano i ministri della nostra Repubblica, anche gli ex ministri, come Walter Veltroni, che oggi anelano una “memoria collettiva” per i morti “rossi” e “neri”, una memoria senza memoria, insomma.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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