CRONISTORIA DI UN’EPIDEMIA

21 gennaio – il Ministro della Salute Roberto Speranza dichiara: “A partire da dopodomani, giovedì 23 gennaio, data in cui è previsto il prossimo volo diretto dalla città di Wuhan all’aeroporto di Roma Fiumicino, il Ministero ha predisposto l’attivazione di un canale sanitario con controllo della temperatura attraverso scanner”.

Venerdì 24 gennaio, The Lancet, una delle prime cinque riviste mediche internazionali, pubblica uno studio dal titolo: “A familial cluster of pneumonia associated with the 2019 novel coronavirus indicating person-to-person tramission: a study of a family cluster”.

Lo studio ha molta eco nel mondo scientifico, ma anche nei media tradizionali, compresi i nostri, tant’è che finisce nelle rassegne stampa, comprese quelle del Ministero della Salute. A firmarlo una marea di scienziati che, analizzando la propagazione del codiv-19 in un nucleo familiare, scoprono che il coronavirus può essere trasmesso anche da soggetti asintomatici. Detta terra terra: non hai la febbre, ma sei infettivo. Il Ministero tace, ma il 28 gennaio, passa alle agenzie il seguente comunicato: “Nello scalo di Roma Fiumicino sono stati istallati altri 4 scanner termici posizionati direttamente ai gate di arrivo che saranno operativi nelle prossime 48 ore”. Il 30 gennaio gli scanner si accendono. Il 5 febbraio il ministro Roberto Speranza dichiara: “Dobbiamo fidarci dei nostri scienziati che hanno già dimostrato di essere all’altezza della situzione”. E gli scienziati che cosa dicevano? Semplice, ribadivano quello che The Lancet aveva pubblicato: i termoscanner servono a capire se uno ha la febbre, non se ha contratto il coronavirus e soprattutto se è infettivo. Ecco a voi la “falla”.

Il 9 febbraio, sempre il Ministero della Salute, insiste: “Due bambini di 4 e di 8 anni, con solo alcune linee di febbre, accompagnati dal padre sono stati trasferiti a titolo puramente precauzionale, all’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani”.

I ragazzini tornavano da Whuan insieme ad altri 54, tornati regolarmente a casa. Non avevano la febbre.

Il 9 febbraio, un mese e mezzo dopo l’esplosione dell’emergenza sanitaria, esce il comunicato numero 58 dell’ufficio stampa di Speranza: “Nella riunione di oggi si è valutato il rafforzamento della formazione specifica per il nuovo coronavirus per medici, infermieri e professionisti sanitari”.

Il 9 febbraio, due settimane fa, si è deciso che bisognava attivare un processo formativo specifico per i camici bianchi. La nota stampa del Ministero della Salute numero 61, ci fa sapere invece che, l’11 febbraio, “sono state prese in considerazione le recenti evidenze fornite dall’Europea Centre for Disease Prevention and Control sui tempi di incubazione che delimitano il periodo di incubazione tra 2 e 12 giorni”. Cioè ci vogliono due settimane per sapere con sicurezza se si è contratto il Codiv-19.

Il 16 febbraio è tempo di bilanci e il Ministero fa sapere “abbiamo misurato la febbre a un milione e duecento mila passeggeri”. Un’impresa, però sostanzialmente inutile a fermare il contagio. Il 21 febbraio arriva invece la decisione per decreto ministeriale della quarantena, l’isolamento di due settimane, per i contatti stretti con un caso positivo.

Solamente il 21 febbraio, quindi, il Governo decide la quarantena di due settimane per chi ha avuto contatti con gli infettati. Il problema è che nessuno ha idea di chi sia il primo infettato. Il “paziente Zero”ancora non si trova.

Ecco perché tutto andava fermato subito: carnevali, scuole e via discorrendo. Perché se non sai chi sia il portatore del contagio, tutti sono potenziali portatori del contagio.

Scopriamo che anche il primo livello di assistenza sanitaria era scoperto. Medici e infermieri sono stati esposti per più di un mese al contagio senza che vi fossero precise istruzioni in merito: per esempio l’utilizzo obbligatorio, in tutti i casi e già da metà gennaio, di mascherine FFP1-FFP3 e guanti davanti a qualsiasi paziente. Se tali obblighi fossero in vigore non è chiaro e non era chiaro, evidentemente, nemmeno agli operatori sanitari di primo livello. 

Gli ospedali sono stati il primo focolaio. E un focolaio in un ospedale ha un effetto dirompente. Ecco qui la seconda falla.

Ma perché è così grave questo contagio? Perché tutte le stime ufficiali dicono che su 100 contagiati, 20 si fanno la polmonite, 5 finiscono in rianimazione e metà di questi muoiono. Mentre scriviamo, gli infettati da coronavirus sono poco meno di 250, i morti 7. I conti nella loro tragicità tornano. Tralasciamo, per buon gusto e pietà nei confronti degli autori, le valutazioni che ci sono arrivate che a morire alla fine sono i vecchi, “solo i vecchi”.

Non siamo tra coloro che urlano ‘vergogna’, ‘dimissioni’ e che tantomeno alimentano il panico. Ma non crediamo nemmeno che noi italiani si sia più bravi a ‘scovare’ il virus perché facciamo più tamponi degli altri.

In ogni caso, da qualsiasi parte la si guardi, la gestione di questa epidemia presenta diverse falle oggettive. Pensiamo per esempio che, passata la buriana, si debba ripensare nel nostro paese a ricostruire la medicina di base, gli ambulatori di quartiere e di paese, i piccoli ospedali. Per decenni le Regioni hanno puntato sulle patologie più remunerative e il livello assistenziale di base è stato abbandonato a se stesso. Non lo diciamo noi, ma i medici stessi.

Quanto ai tamponi faringei, quelli fatti a migliaia di sospetti infettati in Italia. Prendetene una scatola. Leggete le istruzioni. I falsi positivi sono uno su ventidue e i falsi negativi uno su dieci. Cioè neppure i tamponi sono affidabili al 100%. Per questo motivo la Francia, per esempio, ha deciso la quarantena di due settimane per chiunque sia stato in Italia, perché è il solo modo per essere sicuri che non ci si è ammalati, che non si farà ammalare nessuno, per tutelare la salute pubblica. Quello che in Italia, lo ribadiamo, purtroppo non è avvenuto per una “falla”, se la vogliamo dire con l’eufemismo del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

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