Milano, 29/2/2020 ore 8.23

Se non ci sei passato, non lo puoi capire. Fra pochi giorni compio gli anni. Tanti o pochi che siano, 47. Però non conta. È una questione psicologica, da quando sono entrato negli anta, ogni tanto affiora il dubbio che stia invecchiando, male. Gli acciacchi, qualche performace fisica meno brillante, molto meno brillante. Ma quello che davvero mi spaventa è quando non ricordo una parola. Quella parola. È una paura stupida perché poi, a mente fredda, ricostruisco che è da quando ho memoria che uso l’espressione “ce l’ho sulla punta della lingua”. Ieri però quando l’operatrice del Numero Verde Coronavirus mi ha chiesto con tono allibito “non ha chiamato il medico curante?”, in quell’istante mi sono sentito un anziano indifeso, uno di quelli a cui fanno una di quelle frodi, apparentemente banali, ma che funzionano sempre. Il falso nipote, il falso operatore di qualcosa e via discorrendo. Questa cosa di non aver chiamato il mio medico, la donna che ogni tanto mi osculta e, quando serve, cura, mi ha fatto sentire uno sprovveduto. Perché non l’ho chiamata?!?! Sapevo che c’era un motivo. La questione è stata il retro pensiero di ieri. Perché? Perché? Perché? Perché l’operatore del numero verde, quello con cui avevo parlato martedì non me lo aveva detto? Perché come un burattino mi sono affidato a un anonimo interlocutore e quindi se mi avesse detto “stia in equilibrio su una gamba sola come un fenicottero rosa per una settimana” lo avrei fatto? Ho salvato in calcio d’angolo la mia autostima. Il motivo c’era. Un motivo che aveva un nome e cognome Silvestro Scotti e Claudio Cricelli, rispettivamente segretario generale di Fimmg (Federazione italiana medici di famiglia) e presidente di Simg (Società italiana di medicina generale e delle cure primarie), i due, a inizio emergenza conclamata coronavirus avevano dichiarato senza mezzi termini: “In caso di sintomi influenzali è bene che non ci si muova verso lo studio del medico di famiglia né verso l’ospedale se non dopo un contatto telefonico con i numeri di pubblica utilità creati a livello nazionale e regionale sulla infezione da coronavirus”. La testa ancora funziona. Evvai.

Indolenzita, ma funziona. Il termometro dichiara un 37 scarso. “Paracetamolo”, alla fine questa è la cura, mi ha scritto la medico. Sto a casa e ogni tanto pastigliona effervescente.

Il vero fastidio sono gli occhi gonfi, entrambi segnati da una lieve congiuntivite. Sono nato in campagna e lì si cura con l’olio, guardando nella bottiglia. Questa del ”guardare l’olio” quando si ha la congiuntivite è una cosa che mi porto dietro dall’infanzia. Ammetto che una volta ho comprato una crema, però il gesto fu dettato più dal fatto che non riuscivo ad avvicinare l’occhio alla bottiglia comprata al supermercato e che finiva con un coso di plastica nato per regolare il flusso “dell’erogazione” della ”spremuta di olive”, ma con un destino di arma contundente che attentava alla mia cornea.

Comunque l’olio l’ho guardato, ieri. Sta finendo.

La “tosse occasionale” è l’unico esercizio fisico che sto facendo, credo che il mio collo stia diventando quello di un pugile dei pesi massimi. L’effetto è quello del colpo di frusta dopo essere stato vittima di un tamponamento.

Ecco, giusto il “collare anti trauma” ci vorrebbe, penso mentre decido di avventurarmi nei siti di acquisto on line per capire quanto mi costerebbe e quando potrei avere in casa l’ “armamentario” che l’operatrice dell’ 800894545 mi ha consigliato di indossare per tornare a passeggiare nel mondo.

La mascherina è la prima cosa da acquistare. Ma quale? So che non sono tutte uguali. Il sito del Ministero della Salute, salute.gov.it, alla ricerca “mascherina” mi d dà 221 risultati. I primi riportano alle faq, le domande frequenti sul coronavirus. Mi avventuro. Sono 11 sezioni. Qua e là mi cade l’occhio su alcune “risposte”. “I sintomi più comuni includono febbre, tosse, difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte”. Va beh, esorcizziamo. “Quanto è pericoloso il nuovo virus?”. “Circa l’80% delle persone guarisce senza cure speciali. Circa 1 persona su 6 con covid-19 si ammala gravemente e sviluppa difficoltà respiratorie. Le persone più suscettibili sono gli anziani e quelle con malattie pre-esistenti, quali diabete e malattie cardiache”. La conclusione: “Al momento il tasso di mortalità è di circa il 2% (Fonte Organizzazione Mondiale della Sanità)”. C’è poi la risposta alla questione delle questioni, cioè se il coronavirus sia una normale influenza. La risposta è “no”: “I sintomi sono simili e consistono in tosse, febbre, raffreddore. Sono tuttavia causati da virus differenti, pertanto, in caso di sospetto di Coronavirus, è necessario effettuare esami di laboratorio per confermare la diagnosi”. “Quanto dura l’incubazione?” “Fino a un massimo di 14 giorni”. In queste pagine c’è tutto quello che c’è da sapere sul codiv-19, compresa l’asintomatologia. Il fatto che si è infettivi anche senza presentare i sintomi. C’è tutto. Tutto tranne la questione mascherina. Cioè, la mascherina c’è, ma non c’è scritto quale dovrei comprare. Niente su occhialini e guanti in lattice.

Mi soffermo però su una cosa che è esplicitata in maniera incontrovertibile. La mascherina è più in generale il “travestimento da palombaro” di cui mi si chiede di dotarmi per andare a fare la spesa, per tornare a vedere la luce, va indossato solo da coloro che hanno il coronavirus. Quindi non ho il codiv-19, ma devo indossare mascherina, guanti, occhialini e pinne. La butto in caciara perché mi faccio ridere da solo alle prese con questo cortocircuito continuo che arriva dalle istituzioni, dai numeri verdi e via discorrendo. Nel dubbio e apparentemente senza un motivo, anche oggi me ne sto a casa. Mi farò i popcorn e mi metterò davanti alla televisione, chissà, dopo il “Presidente regionale mascherato” Attilio Fontana, dopo il “Presidente regionale magnagatti” Zaia che se la prende con i cinesi che ha accusato di mangiare i topi vivi, chissà oggi che “perla” arriverà dalla zona gialla.

 

Post scriptum.

Per gioco e per memoria, qui di seguito la ricetta del “gatto alla vicentina”. Gatto si intende quello che fa miao, le fusa e tutto il resto. È tratto da un bel libro “La Cucina Vicentina” di Amedeo Sandri e Maurizio Fallopi. Per “cucina alla vicentina” si intende Veneto, quello governato da Zaia e che mi ha dato i natali. Per la cronaca, ricette di “topi vivi alla cinese” non ne ho trovate.

 

L’ARTE DE METER SU’ EL GATO

Voialtri giovani non conossì il signifato de la parola fame ‘desso ndè magnare da mecdonal….ghe xè i tramezzini el fasfud….quando che mi avevo la vostra età e la fame bateva non ghe gera santi! Bisognava indistriarse….e tuto quelo de commestibile che capitava a tiro….. finiva in tecia. Dimostrassione la riceta che segue, e…..

NON STE’ FARE I MONE”…..el xè solo un esempio.

Noaltri Vicentini semo ciamà “magnagati”, ma la stragrande majoransa, sopratuto voialtri giovani, no ga mai vudo el piasser de sajare sto “felino tanto gustoso.
Se sa che d’inverno el zè pi’ grasso ch’in tutte le altre stajon de l’ano, e se dise che questo sia el momento pi propissio par meterlo in tecia.
Serta zente la dise ch’el ghe fa stomaco, e serta altra, che no la sa cossa fare tuto el tempo, che zè da barbari magnare ste creature.
In efeti le ze bestie pitosto birbe; tuti i dise che i ciapa i sorzi, gnente vero: sti lazaroni i ronfa di e note e con te giri l’ocio zè zà spario el polastro curà e pronto da meter in tecia.
Sensa parlare dei pori oseleti e dee risardole che i brincà in primavera e d’istà, tute pore bestiole che magna bai e che ghe fa ben ala campagna.
I sorzi ormai no se preocupa pi’ dei gati nostrani, i pole nare in giro dove che i vole stasendo solo tenti ale machine che core in strada che zè l’unica roba che podaria coparli.
Ma tornemo al nostro “sogeto” che gavemo lassà pojeare on fiatin massa.

Se gavì deciso de farlo in tecia, ocore prima de tuto che serchè de vedare qualo ch’el zè quelo pi’ in carne, sperando de intivarghene uno che n’ol gà superà i do ani de età e che la so parona ve gabia fato un dispeto tempo indrio.
Na bona matina tolì su el sc-iopo e vè fora bonora, disendo in casa che ‘ndè a ciapre un bigolo di aria fina.
Mejo de tuto saria che avesse fato ‘na nevegada de quee che resta par tera quindase dì.
Apena ca lo ociè fè finta de non vedarlo, scondive de drio un canton, carcghè el sc-iopo e fè queo che gavì da fare.
Portevelo casa dentro ‘na sporta, par strada saudè tuti par no’ destar sospeti.
Na volta casa ndè in tel l’orto tachè el “sogeto” a un palo verzighe la panza tirè fora le buelè tenendo da parte el figà. Tajeghè la testa e deghea al can.
Scavè ‘na busa nea neve, metigheo dentro e po’ coversila de novo.
Metì in giassara el figà dentro ‘na scuela e po’ laveve ‘e man come Ponsio Pilato e po’ da l’osto a bèvarve un goto.
Al sabo confession e la domenega a messa a tore la Comunion !
Lassè el nostro soto ‘a neve par oto giorni, stasendo tenti che el sia ben coverto e el can sia sempre ligà ala cadena.
Dodase ora prima di meterlo in tecia, tiralo fora dala busa e dopo che l’è diventà tenero, pelélo, lavélo puito, lassàndolo po’ tacà a sgiossàrse.
Félo a tocheti e metili in te ‘na piana co ‘na siola, ‘na carota, ‘na gamba de seino, on spigo o do de ajo, el tuto trità,trèghe drento anche do foje de doraro qualche gran de pévare e quatro-cinque de denévre, on spisegon de droghe e quanto sale che basta.
Neghélo de vin bianco pitosto seco e metilo soto la moscarola in caneva a marinarse par tuta la note.
La matina drio scolè i tochi de carne dal vin, sughéli puito e féli rosolare in un antian co’n poco de ojo.
Co’ i gà ciapà colore cavèli via da l’onto e vodè fora quelo che zè restà, pestè fina na siòla, un pugneto de parsimolo e un spigo de ajo, po’ metì tuto in te l’antian co’ na s-cianta de buro e ojo zòntandoghe dele fojete de salvia e un rameto de rosmarin. Lassè sfritegare e po metì dentro i tòchi.
Dopo diese minuti butéghe insima quatro-sinque pomodori pelà o se no un poca de conserva.
Missiè col scudiero de legno, zontéghe un bicere de vin bianco e uno de rosso, metighe su el covercio e fè cusinare par un’ora e mesa, bagnando col brodo se se dovesse sugare massa.
Ala fine uniche el figà trità, metì tuto sol paito col so pocieto e portè el piato in tola co’ la polenta calda.

IN  QUASI VERONESE

Se gavi deciso de farlo in tecia, ocore prima de tute che serche’ de vedare  qualo ch’el ze’ quelo pi’ in carne, sperando de intivarghene uni che nol gai  superà i do ani de età e che la so parona la ve gabia fato on dispeto tempo  indrio.

Na bona matina tolì su el s-ciopo e ve’ fora bonora, disendo in casa  ca ve ciapare on bigolo de aria fina. Mejo de tuto saria ch’el di prima avesse fato na bela nevegà da quela che resta par tera quindase dì.

Apena ca ociè el gato in parola fe finta de gnan vedarlo; scondive de drio on canton, carghè el s-ciopo e fe quelo che gavi da fare. Portevelo casa rento la sporta de la spesa, par strada saludè tuti e a chi che ve domanda cossa ca gh’in fe’ del s-ciopo, disighe ca si na’ a trarghe a on pantegan.

Na volta riva’ casa sare’ ben el cancelo, ne’ in te l’orto e pichè su s’on palo el gato, verzighela pansa cofa’ on conejo e tireghe fora tute le buele teghendo da parte el figà. Tajeghe via la testa e deghela al can.

Scavè desso na busa ne la neve, metive rento el gato e po coersila da novo. Ve’ in casa, metì in giassara el figà del gato in na scudela e ve’ in seciaro a lavarve le man fa Ponsio Pilatoe po da l’osto a bevarve un goto.  Al sabo ve confessarve e la domenega a tore la Comunion!

Lasse’ el gato soto la neve par oto giorni, stasendo sempre tentich’el sia ben coerto e ch’el can resta ligà a caena.
Dodase ore prima de metarlo su in tecia tirelo fora da la busa e ch’ol ze’ deventa’ tenaro, pelelo e lavelo puito, lassandolo po’ taca’ a sgiossarse. Felo a tochiti e metili in ona piana co na siola, na carota, na gamba de seino, on spigolo o do de ajo, el tuto trità, treghe rento anca do foje de doraro qualche gran de pevare e quatro-sinque de denevre, on spisigon de droghe e quanto sale ch’el basta. Neghelo de vin bianco pitosto seco e desso metilo in te la moscarola in caneva a marinarse par tuta la note.

La matina scole’ i tochi de carne dal vin, sugheli puito e feli rosolare in onantian co’n poco de ojo.  Co’ i ga’ ciapa’ a colore caveli via da l’onto e vode’ fora quelo che ze resta’, peste’ fina na siola, on pugneto de parsimolo e on spigolo de ajo, po meti’ tuto ne l’antian co’ na s-cianta de buro e ojo zontandoghe dele fojete de salvia e on rameto derosmarin.
Lasse’ sfritegare e po meti’ rento i tochi de gato. Dopo diese minutibuteghe insima anca quatro-sinque pomodori pela’ pena verti, o se no on poca  de conserva.
Missie’ col guciaro de legno, zonteghe on biciere de vin bianco e uno de rosso.
Metighe su el coercio e fe’ cusinare par on’ora e mesa  do’, bagnando co del brodo se se suga massa. A la fine unighe el figa’ trita’, meti’ i tochi de gato col so pocieto sol piato e porteli in tola compagnandoli co’ lapolenta calda.

Disighe ch’el ze conejo nostran, sleva’ a erba e farinasso e vedari’ che rassa de figuron che fari’.
Co’ i ga ben magna’ e bevu’, servighe, insieme co la graspeta, la novita’…..

PER GLI ITALIANI  ECCO LA TRADUZIONE IN TALE LINGUA

Se avete deciso di farvi un buon gatto alla vicentina, occorre che nel vicinato ve ne sia uno  bello grasso, e non più vecchio di due anni, ma sopratutto che la sua padrona via abbia fatto un bel dispetto tempo addietro

Un buon mattino prendete il fucile e andate fuori presto, dicendo a casa che andate a prendere un poco d’aria. Meglio sarebbe che il giorno prima ci avesse fatto una bella nevicata, di quelle che rimangono per terra per quindici giorni.

Appena vedete il gatto in questione, fatte finta di non vederlo; nascondetevi dietro a un angolo, caricate il fucile, e fatte quel che dovete fare. Portatevelo a casa dentro la borsa della spesa; per strada salutate tutti, e a chi vi domanda cosa fatte col fucile, ditegli che andate a tirare a un topo.

Una volta arrivato a casa, chiudete bene il cancello, andate nell’orto e appendete il gatto su di un palo. Apriteli la pancia come si fa a un coniglio, e tirategli fuori tutte le budella, tenendo da parte il fegato. Tagliategli via la testa e datela al cane.

Scavate adesso una buca nella neve, mettetevi dentro il gatto e poi copritela di nuovo. Andate in casa, mettete nel frigo il fegato del gatto in una scodella, e andate in gabinetto a lavarvi le mani come Ponzio Pilato; e poi in osteria a beverci un bicchiere. Sabato andate a confessarvi, e domenica andate a prendere la Communione!

Lasciate il gatto sotto la neve per otto giorni, stando sempre attento che sia ben coperto e che il cane resti legato alla catena. Dodici ore prima di metterlo in padella, tiratelo fuori dalla buca; e, quando sará tenero, pelatelo e lavatelo bene, lasciandolo un poco appeso a sgocciolare.

Fatelo in pezzetti e metteteli in una padella con una cipolla, una carota, una gamba di sedano, uno spigolo o due di aglio, tutto tritato. Aggiungete anche  due foglie di alloro, qualche grano di pepe e quattro, cinque di ginepro, un pizzico di spezie e quanto sale che basta.
Annegatelo nell’ vino bianco piuttosto secco, e poi mettetelo in una moscarola in cantina a marinarsi per tutta la notte.

Al  mattino scolate i pezzi di carne dal vino, asciugateli bene, e fateli rosolare in un tegame con un poco d’olio.
Quando avranno preso colore, tirateli fuori dal unto e vuotate fuori quel che resta. Pestate finamente una cipolla, un pugnetto di prezzemolo e un spigolo d’aglio, poi mettete tutto nel tegame con un poco di burro e olio, aggiungendovi delle foglioline di salvia e un rametto di rosmarino. Lasciate sofriggere e poi mettetevi dentro i pezzi del gatto.

Dopo dieci minuti buttategli sopra anche quattro, cinque pomodori pelati appena aperti, oppure un poco di conserva. Mescolate con il cucchiaio di legno, e aggiungetevi un bicchiere di vino bianco e uno di rosso. Metteteci sopra il coperchio e fate cucinare per un ora e mezza o due, bagnando con del brodo se si asciuga troppo.

Alla fine, uniteci il fegato tritato. Mettete i pezzi di gatto nel piatto, con il suo sugo, e portateli a tavola accompagnatoli con polenta calda.
Dite  che é coniglio nostrano, allevato a erba e farinaccio, e vedrai che razza di figura che ci farai.
Quando avranno ben mangiato e bevuto, servitegli, assieme col grappino,  LA NOVITA’…..

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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