Milano, 1/3/2020, ore 8.41

Non ho resistito. L’ho fatto. Ma ormai erano sei giorni, diciamo sette. Non ce la facevo più a convivere con “l’umido”. Va bene la carta, va bene la plastica, va bene le bottiglie, sull’ “indifferenziato” qualcosina da dire l’avrei. Ma “l’umido”, “l’umido” andava eliminato. Ho scelto la notte, quasi fonda. Obiettivo disfarmi della monnezza e non contagiare nessuno. Non ho la mascherina, non ho gli occhiali protettivi e non ho i guanti sanitari che dovrei indossare secondo quanto mi ha intimato l’operatrice del 800.89.45.45, il Numero Verde emergenza coronavirus della Regione Lombardia. Mi sono affidato quindi al fai da te. L’unico passamontagna che possiedo è quello della moto ed è in box. Sciarpe però ne ho di ogni fattura. Quelle di lana grezza, grossa, che in realtà sembrano reti da pescatore. Direi inutili alla bisogna. Poi ho quelle “fighette”, con incroci così fini e fitti da fare invidia a un tappeto persiano. Probabilmente inutile, ma questo ho. Come mummia me la sono avvolta a coprire bocca e naso. Guanti in lattice ho quelli per lavare i piatti, quelli per fare le pulizie in casa, quelli che, con il loro giallo “elegante”, ti trasformano subito in un personaggio di topolinia. Occhiali, ne ho un paio, sicuramente inutile. Diciamo modello Gramsci. Tondi, le lenti delle dimensioni di una “due euro”, da lettura. Li indosso, meglio che niente.

In modalità Diabolik, ma forse visto l’effetto generale dovrei dire Cattivik, brancati tutti i sacchetti dell’immondizia rigorosamente differenziata, metto per la prima volta dopo giorni il piede sul ballatoio. Qui ai confini della campagna, di notte è il silenzio il rumore più forte. Ho solo due piani da fare, raggiungere il cortile, buttare e tornare su. Tutto senza mai incrociare nessuno. Sto per imbucare le scale quando un rumore mi sorprende. Qualcuno sale. Resto in allerta come un gatto. La persona si ferma al piano di sotto. Via libera. Corro. Una, due, tre, quattro rampe. Sono nell’ingresso del palazzo. Non ho incontrato nessuno. Meno male. E se lo incontrassi? Allora mi studio la frase da dire, rapida ed efficace. “Questa è una rapina” potrebbe andare, vista la mia mise. Dire: “forse ho il coronavirus, mi stia lontano”, mi sembra francamente melodrammatico. “Non incontrerò nessuno”, mi dico a ripetizione riuscendo a convincermi. La mano giallo lattice abbassa la maniglia e sono fuori. Come in una finale di pallacanestro, centro con tiri da tre ogni saccone con i miei sacchetti. L’umido è il primo. Poi l’Indifferenziato. La carta. Poi la plastica. Quindi quella cascata che è il vetro. Ed è in quel momento, proprio mentre le bottiglie non superano il crash test che sento il rumore di una porta finestra che si apre. È una di quelle al piano terra. Quelle che danno sul cortile. Capisco al volo. Alcune gocce d’acqua superano la coltre di strati che mi mascherano, facendomi da “mascherina”. Comincia a piovere e la signora si è accorda del bucato lasciato sullo stendino. Deve avermi visto con la cosa dell’occhio, perché sento l’incipit di un “buona…” e qualcosa che si perde nel “tlac” della porta dell’ingresso allo stabile, che si è chiusa alle mie spalle. È allora che sento chiaro il rumore di una chiave nella toppa. Qualcuno sta entrando. Mentre infilo la prima rampa di scale, scorgo alle mie spalle il muso bianco e nero di uno dei cani più simpatici dello stabile. So di non essere infettivo per lui, ma lo potrei essere per il suo padrone. Quindi mi do come gatto in fuga, deludendo le sue aspettative di coccole. Si fermerà al primo piano. Arrivo al mio. La porta di casa chiusa alle mie spalle. Libero dall’umido. Dal virus forse no. Mi addormento con il solito 37 e qualcosa. La tosse. Gli occhi cespi di congiuntivite.

 

Mentre scrivo questa pagina del “diario” i titoli dei giornali sono già recitati nelle varie rassegne stampa. Il contagio ha superato i mille, dicono i vari conduttori. Guardo fuori dalla finestra che dà sul parcheggio dell’abbazia alla cui ombra abito. È domenica, è vuoto. Da che abito qui, non era mai capitato. Oggi non c’è messa.

 

PS: il “contatore” sito del ministero della salute questa mattina dice: “Positivi 1049”, “Deceduti 29”, “Guariti 50”.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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