Milano, 4/3/2020, ore 5.17

L’effetto placebo funziona così. Ti danno una cosa che credi un medicinale, lo butti giù e guarisci. Ma in realtà ti sei bevuto acqua fresca. A inizio di questo secolo, David Kallmes, il dottor Kallmes che operava in uno dei più prestigiosi ospedali statunitensi, finse di fare un’operazione chiamata verteroplastica. Dopo averla fatta per anni e anni era sorpreso che non fosse mai andata male. Quindi fece un esperimento. I pazienti venivano portati in sala operatoria. Anestesia. Rumori di ferri e “bling, bling” delle apparecchiature varie. Grandi pressioni sulla schiena. Beh, non ci crederete, ma un numero considerevole di pazienti poi stava bene. Il fenomeno, ripetuto in vari studi ed esperimenti, passa sotto il nome di “sham surgery”, “finta chirurgia”. Interventi che non vengono fatti, ma che “mimati” si rivelano curativi. Queste cose le scoprii quando tanti anni fa scrissi per La Repubblica di omeopatia e in particolare di omeopatia animale. Non avevo grandi risposte, ma solo molte domande dovute al fatto di aver scoperto che con “rimedi omeopatici” c’era chi curava le greggi e, finché si tratta di persone, passi l’autosuggestione, ma le pecore che prendono quella che molti chiamano “acqua fresca” e, poi, stanno meglio, qualche dubbio lo fanno venire. Studi più recenti hanno rivelato come, oltre all’autosuggestione, intervengano dei fattori biochimici e quindi una sorta di autoguarigione. Ma se tanti conoscono l’effetto placebo, pochi sanno cosa sia il nocebo, che è l’esatto contrario. Semplifico, dico che ti ho avvelenato, invece ti avevo solo dato un bicchiere d’acqua fresca e tu stai malissimo, come se fosse cicuta.

Sono vittima dell’effetto nocebo. Ieri avevo deciso che stavo bene. “Io sto bene, io sto bene” faceva eco a ogni mio pensiero. Quando la casa è stata invasa dalle campane del vespro, ormai da ore giravo ramingo con una coperta sulle spalle e in testa, al momento di andare a dormire ho dovuto cedere all’aspirina. Per darmi un tono di normalità e con una parverza di autoironia, per non ammettere il cedimento al farmaco, ho usato un calice. Uno di quelli da vino rosso, da barolo. Quelli ho. Con la complicità dell’effervescenza del pastiglione, ho finto champagne. Candele a fare atmosfera. Il bicchierone l’ho sorseggiato, meditativo, degustandolo. Era proprio tanta acqua. Forse troppa. Oggi l’effetto è quello post sbornia. Non reggo più l’alcol, ma anche con l’acetilsalicilico non sono messo granché. Già mi ci vedo a dire al medico, “no guardi, io niente aspirina effervescente, sa, sono astemio”.

Forse l’errore è stato “sorseggiare”, forse è come la spremuta, che mi è stato insegnato va buttata giù tutta d’un fiato. Come un chupito, quei bicchierini troppo alcolici che si trangugiano in un fiat. “Subito o si perdono le proprietà”, quante volte ho sorbito bicchieroni rossi del sangue delle “tarocco”. Dall’albero, l’arancio, al mio stomaco. Giù. “Fa bene così”, mi ripetevano e ripetevo. Non conto gli autogrill nei quali per esorcizzare l’influenza incipiente ho stupito bariste e baristi recitando questo rito ai limiti del waterboarding. Forse non dovevo sorseggiare l’aspirina.

Però ieri sera, la “bevuta riflessiva melanconica” ci stava. Ci stava perché mi avete lasciato solo. Non voi che mi riempite di affetto e messaggi. No, voialtri. Voialtri con l’influenza. Non il coronavirus. L’altra, quella stagionale. Dove siete finiti? Ho percorso la time line dei “miei” social. Da gennaio siete scomparsi. Nessuno ha più la febbre. Si chiama influenza stagionale, la stagione è questa, e nessuno ha più nulla. Tutti sanissimi. Non esistono più le stagioni di una volta.

Un amico mi ha raccontato che ha starnutito in un aperitivo, poco c’è mancato che uscisse dal pub, stanco degli sguardi indagatori, sospettosi, accusatori. E sempre ieri, una persona che mi chiedeva come stavo, ha sussurrato la parola quarantena, si è giustificato: “scusa, sai, sono su un autobus”.

La vergogna dell’influenza, che poi è la vergogna del coronavirus. Cosa sta accadendo? Ho letto che una ragazza malata di covid-19, intervistata in una qualche tv, ha detto che ora è stata isolata. Appestata. E di episodi analoghi me ne stanno raccontando a bizzeffe.

L’Italia ha convocato l’ambasciatore francese perché un programma satirico televisivo ha pubblicato uno sketch con la pizza covid-19. Un programma comico di Canal+. Siamo il Paese che ha svuotato i ristoranti cinesi perché a 8 mila chilometri di distanza, tanto è lontana da noi la città di Wuhan, c’era il focolaio di coronavirus, siamo la nazione dove un presidente di regione, Luca Zaia, non un comico, ha detto in un’intervista televisiva che “i cinesi mangiano topi vivi” e abbiamo il coraggio di censurare dei comici, dei buffoni, dei giullari d’oltralpe. È ormai psicosi.

Nel 1981 scoppiò l’epidemia di HIV, allora si chiamava l’AIDS. Chiunque l’avesse contratta passava attraverso un’occhiuta sentenza di amoralità. Era la malattia dei gay, che allora si chiamavano finocchi. Dei gay e dei tossicodipendenti, che allora e anche adesso si chiamano drogati. L’AIDS era una marchio infamante. Ci furono persone che la presero non perché si erano scambiati siringhe, perché avevano fatto l’amore o la scopata senza le giuste protezioni, ma per errori medici. Medici o dentisti che non seguivano i protocolli igienici. Alla fine, nonostante sentenze di tribunale, il dubbio della “perversione” restava. Il marchio dell’infamia. Tutto questo mi è venuto in mente alla parola “rispetto della privacy”. È questa la formula che mi è stata avanzata da più parti alla richiesta dei nomi e cognomi dei morti di coronavirus. Questo senso di colpa, oltre ad una mortalità che ora anche l’OMS dice essere del 3.4%, fa del coronavirus una cosa diversa dall’influenza stagionale, che uccide “solo” l’1% degli infetti”. Fonte Tedros Adhanom Ghebreyesus, presidente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Secondo l’ultimo il bollettino pubblicato dal sito salute.gov.it, in Italia i “Positivi sono 2.263”, i “Deceduti 79”, i “Guariti 160”. Tutti rigorosamente anonimi.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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