Scuole e università chiuse in tutta Italia. La notizia, per quanto attesa e tentennata, è arrivata. Aule di ogni ordine e grado serrate per coronavirus. È la resa dell’Italia, la resa del suo governo all’evidenza che l’emergenza covid-19 necessita di misure emergenziali. È la fine della filastrocca del “va tutto bene” e anche di quella “è una comune influenza, uguale uguale a quella stagionale”, in archivio è finita pure finalmente la cantilena macabra del “uccide solo i vecchi”. Tutte balle, bugie, fake news “tranquillizzanti” che si sono schiantate all’evidenza dei fatti.

Fatti non nuovi e noti da tempo. La sordina che tante testate giornalistiche si sono imposte o che si sono lasciate imporre, a nulla è servita. Il coronavirus non è una normale influenza stagionale. Non lo è mai stata. Non lo è per nessuno, giovane o vecchio che sia. Non lo è per il tasso di mortalità ufficialmente fissato ora al 3,4% degli infettati. Non lo è per quanti finiscono in rianimazione, almeno il 5% degli infettati. Non lo è per le polmoniti accertate, il 20% degli infettati. Questa è la verità. Punto.

Il contagio da covid-19, questa la catena che va interrotta. L’epidemia non deve diventare pandemia. Deve essere fermata. Le morti e i danni economici finora registrati sono blanda premessa di quel che sarebbe se la propagazione del coronavirus non venisse arrestata. Le scuole ferme? Chiuse? Era ora. Bene ha fatto chi le aveva già fermate, anche sfidando coraggiosamente le aspre critiche di eccessivo allarmismo. Bravi, probabilmente avete salvato delle vite.

E badate bene, non sottovalutiamo il costo sociale di questa scelta del governo. La resa ha un prezzo. Chiudere le aule di ogni ordine e grado vuol dire lasciare i più deboli tra noi, le bambine e i bambini, alla roulette del welfare familiare. Saranno le mamme, i padri, le nonne e i nonni, i nostri vecchi, a farsi carico di questa débâcle statale. È un lusso che non tutti hanno e non tutti possono permettersi. Quanti potranno fermarsi per accudire i figli? Quante donne e uomini potranno non andare in fabbrica o in ufficio, in officina, nelle strade o nei campi? Quanti potranno mancare dal lavoro?

E non fingiamo uno strabismo paritetico. In Italia non c’è uguaglianza tra i sessi. Ancora una volta saranno sicuramente le donne, le loro vite lavorative e carriere, le più sacrificabili, perché nel nostro Paese funziona così ed è illusione pensare che il coronavirus, l’emergenza, farà rima con emancipazione.

Anche la favoletta dello smart working, del connettersi con l’ufficio, è un privilegio di certi territori e di certi mestieri. Covid-19 sarà sinonimo di cassa integrazione per tante lavoratrici e lavoratori. Alla catena di montaggio non ci si può presentare con due click.

L’Italia in questa emergenza entra così come è arriva. Con gli stessi limiti infrastrutturali. Con le stesse arretratezze. Con le storiche debolezze. Entra in recessione, non ne uscirà più ricca. Il fantasmagorico debito dello Stato lì è e non solo resta, ma cresce, si moltiplica.

È il momento dell’emergenza e del sacrificio. Del guardare in faccia la realtà e accantonare facilonerie. Neppure gli struzzi si salvano con la testa nella sabbia. Sul Titanic che affondava si ballava al ritmo tranquillizzante di un’orchestrina, non danzeremo la marcetta de “l’Italia riparte” e, se vi fa star meglio, chiamateci pure guastafeste. L’ “iceberg coronavirus” è lì incagliato nella chiglia della nostra nave Italia, questo è il momento di fermare in ogni modo la “falla contagio”, per non affondare.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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