Castiglione d’Adda è un comune di 4600 anime in provincia di Lodi che ha avuto la sfortuna di arrivare secondo nella schizofrenica timeline mediatica del contagio. E come tutti i secondi è rimasto fuori dai riflettori, tutti puntati su Codogno, suo malgrado al centro di un’attenzione che avrebbe evitato volentieri. Castiglione, invece, neanche quella. Dimenticato da Dio e dai media, ma non dal coronavirus, che qui sguazza felice e indisturbato perché non ci sono nemmeno più medici che possono prestare cure. Tutti messi knockout dal virus cinese: dei tre, uno è ricoverato a Milano, gli altri due sono in quarantena. Il sostituto, che dovrebbe occuparsi di due paesi, Castiglione e Bertonico, risponde solo alle chiamate più urgenti. E così il padre e la madre di Gianluca D., entrambi influenzati e febbricitanti, devono aspettare.

– “Quanto ha di febbre?”
– “38”
– “Non è alta, se peggiora richiami”

E passa un altro giorno. “Non ti fanno tamponi – dice Gianluca – devi essere quasi in punto di morte per avere un tampone”. La prima volta che chiami il numero verde ti fanno domande come “Ha incontrato qualche contagiato?” Considerando che buona parte sono asintomatici, dare una risposta è impossibile. “Come facciamo a sapere se abbiamo incontrato asintomatici – dice Gianluca – siamo un paesino di 4500 persone di cui ne stanno male 150…beh sì, probabilmente un contagiato l’avremo incontrato”.

Sono le domande che ti fregano, anzi le risposte che dai a quelle domande a cui non puoi rispondere. Come quella fatta a Mattia, il 38enne di Castiglione che è ancora in terapia intensiva, il “paziente 1”, com’è passato alla storia: “Sei stato a Wuhan?”, “Vieni dalla Cina?” Domande che nelle intenzioni del Ministero della Sanità avrebbero dovuto prevenire un rischio di contagio. E invece, è proprio rispondendo ingenuamente “no” che Mattia è precipitato in un incubo che ancora deve trovare una fine per lui, per il suo paese, e ormai per il mondo intero. “Lo conosco bene Mattia – dice Antonio D. – è assurdo pensare che sia venuto fuori tutto da lui, tra l’altro c’erano già state diverse polmoniti anomale nel mese precedente, il virus era già tra noi”. Con il contagio dell’ospedale la situazione è precipitata: “Mattia potrebbe essere entrato per un’influenza e uscito col coronavirus, difficile da dire se non si riesce a risalire al primo contagiato. Purtroppo nessuno poteva pensare che una tosse secca potesse nascondere un virus che al momento si trovava solo in Cina”. Già.

Antonio deve tornare a Milano, dove vive. Qui ha la famiglia, due genitori 80enni, quindi a rischio. “Ma lo siamo un po’ tutti, non si può sapere – dice. Non muoiono solo gli anziani, l’ultimo aveva 55 anni, non lo conoscevo bene ma mi sembrava in salute, forte”. Come in una roulette russa spietata, dopo tanti positivi il paese ne perde uno. Il conto è arrivato a 15.

“Chissà quando ne usciremo – dice Antonio, che seguendo l’ordinanza esce poco, se non per fare la spesa. L’ultima volta ha voluto cambiare posto, è anziché al market sotto casa ha preso la macchina ed è arrivato…a Codogno. “Non pensavo si potesse lasciare il paese, invece nei confini della zona rossa puoi muoverti liberamente, i posti di blocco sono solo in prossimità dell’autostrada. Come a dire, “fate quello che volete, mischiatevi tra di voi, contagiatevi, basta che non lo portate fuori”. Già perché il virus si esporta dalla zona rossa. Intanto, da tutta la Lombardia – zona gialla – da quella Milano in cui molti cittadini stranieri sembrano avere contratto il virus https://estremeconseguenze.it/2020/03/01/milano-infetta-ma-non-si-infetta/ la gente si muove, andando a trovare parenti al centro e al sud. Questa settimana sarà decisiva per capire se le misure di contenimento sono state efficaci.

 

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Giornalista

Marco Romandini collabora con numerose testate online e cartacee, tra cui il mensile di inchieste “Millennium”, Il Fatto Quotidiano, Wired, Vanity Fair, National Geographic.

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