Milano, 5/3/2020, ore 6.23

Questo tampone non s’ha da fare. Anzi, questo tampone, non si farà. “Ho il coronavirus” o “non ho il coronavirus”, non lo saprò e non lo sapremo mai. Con i nipoti si inventerà una scusa o una balla di un qualche genere di quelle che raccontano i nonni ai nipoti o che si sciorinano per rimorchiare. Curiosa similitudine, devo parlarne con uno psicologo bravo. Tornando a noi, è come la Spagnola, non quella, quell’altra. L’influenza intendo. Quella che, mentre il pianeta terra era intento a contare i quasi 25 milioni di morti della Prima Guerra Mondiale, decise di dare un’altra “botta” agli eredi di “homo” e “femina sapiens” ammazzandone un altro po’. A dirla tutta ne uccise proprio un bel po’. Le stime più recenti dicono 100 milioni di vittime. La Spagnola portò al cimitero in 24 mesi, 1918-1920, più persone di quante ne aveva portate la Peste Nera in cento anni, l’HIV in 24. Una mattanza. Lo so che le date vi sono saltate all’occhio. 1920 la Spagnola, 2020 il Coronavirus. Ma le similitudini finiscono lì, anzi c’è una differenza che non da poco, morivano i giovani, gli under 65, e non i “vecchi”. Gli anziani, si dicono convinti gli storici delle epidemie, erano immunizzati da una qualche precedente ondata influenzale. Perché morirono in così tanti? Perché fu pandemia. Perché si ammalò metà della popolazione mondiale. Talmente tanti che oggi non si contano i figli, i nipoti e i pro-nipoti, che dalle pagine dei giornali, dagli schermi dei talk show, dalle tastiere dei loro smartphone, non rivendichino che il loro antenato si fece la Spagnola e sopravvisse.

Lo scrivo a scanso di equivoci e a futura memoria mia e delle mie e dei mie eredi. Che io sappia, nessun mio avo e nessuna mia ava ha avuto l’influenza Spagnola e, soprattutto, io non ho avuto il coronavirus. Anzi cambio la altisonante e definitiva dichiarazione. Non abbiamo prove certe che bisnonni e bisnonne si siano fatti l’influenza Spagnola, così come non abbiamo prove che io mi sia fatto il coronavirus.

Nel caso dei “ragazzi del ‘99” non lo sappiamo. Quando ottuagenari li ho conosciuti io, parlavano di guerre mondiali, anarchia, mondine e lotte operaie, anziché di influenza. Nel mio caso, non ho fatto, né mai farò il tampone. Non farò quello faringeo perché ho fatto quell’altro tampone, il “tampone telefonico” e ha dato esito negativo.

Prendendomi il rischio di un’accusa per stalking, per il decimo giorno di seguito, ho tentato la chiamata al 1500, il numero di pubblica utilità coronavirus istituito dal Ministro della Salute. Non era per vedere se continuavano a non rispondere, ma perché avevo una notizia, una quasi notizia come si dice di quelle che vanno ancora verificate. Dovevo cambiare una risposta, quella alla domanda, in realtà fattami dagli operatori del Numero Verde Coronavirus della Regione Lombardia e non da quelli mai sentiti del 1500, se avessi avuto rapporti con un contagiato accertato di covid-19. Ora la risposta non era più “no”, ma un “ditemelo voi”. Perché tra privacy e segreti di pulcinella, non ho idea di chi sia il malato, ma so se siamo stati nello stesso posto.

Fatto il 1500, è partito immediatamente il disco registrato. Apparentemente, pur restando l’accento romano, l’operatrice che aveva prestato la sua voce era cambiata. Il messaggio era diverso. Curioso e emozionato mi sono messo in religioso ascolto. Stava per avvenire. Stavo per parlare con un operatore del 1500. La mia prima volta. “Il servizio 1500 fornisce informazioni da Nuovo Coronavirus in Cina. Il servizio sarà attivo tutti i giorni. Ventiquattro ore su ventiquattro. Ai sensi della normativa vigente in senso di privacy, la telefonata verrà registrata e i dati personali raccolti saranno trattati esclusivamente per le finalità di interesse pubblico perseguite dal presente servizio e saranno conservati nel pieno rispetto delle disposizioni in materia di protezione dei dati personali. Titolare del trattamento il Ministero della Salute. La prosecuzione della telefonata sarà intesa quale consenso al trattamento dei dati personali. Tutti gli operatori sono al momento occupati. La preghiamo di attendere in linea per non perdere la priorità acquisita”. Tre secondi di musichetta che ricorda quella della sigla delle edizioni fine secolo scorso del programma televisivo Quark di Piero Angela e poi la linea, inesorabilmente, cade. Riprovo. Stessa dinamica. Svanisce così la mia speranza di parlare con il 1500, ma ho maturato due consapevolezze. La prima è che il Ministero della Salute ha scoperto la privacy, tanto che su quasi un minuto di messaggio pre-registrato, al Coronavirus sono dedicati 10 secondi. Il resto è normativa della protezione dei dati personali. La seconda consapevolezza mi genera scoramento. Il messaggio non dice che il 1500 informa sull’infezione di Coronavirus, ma sull’ “infezione di Nuovo Coronavirus in Cina”, ne desumo che se in questi dieci giorni avessi mai parlato con un’operatrice o un operatore del numero di pubblica utilità, mi avrebbe parlato dell’andamento del covid-19 nella città di Wuhan. Forse meglio fosse occupato.

Ma ho il mio piano B. Il solito. Sono certo che il Numero Verde Coronavirus della Regione Lombardia non mi tradirà. 800.89.45.45, lo imparerò a memoria. Anche qui parte un disco, nessuna voce con influenza dialettale, ma la solita, rassicurante, voce robotica. Il messaggio non è cambiato, a Palazzo Lombardia la legge sulla privacy è sacrificata all’emergenza. Trenta secondi per dirmi che potrebbe cadere la linea e nel caso di richiamare e che se sto per morire di fare il 112. Invece uno squillo e subito risponde un operatore. Anonimo come sempre. Piero, Luigi, Marco? non lo saprò mai. Sono tentato dal chiederlo, invece scelgo una stupida forma di resistenza. Lui non mi dice il suo nome e io non gli dirò il mio. In questo caso saremo solo A, lui, e B, io.

B: “Buongiorno”, ci tengo alle buone maniere.

A: “Buongiorno”.

B: “Senta, io la chiamo per questo” esordisco e mi autodenuncio colpevole: “È la terza volta che vi chiamo” e sciorino le puntate precedenti. Lui evidentemente non legge questo diario o non lo dà a vedere, perché non mi liquida con un “so già tutto, venga al sodo” e al sodo ci arrivo dopo una logorroica introduzione scandita da “episodici colpi di tosse”. “Ieri è uscita la notizia che c’è una persona che è stata infettata a Peschiera Borromeo, le date coincidono con quando ci sono stato io e siccome sono stato in un teatro e Peschiera non è così grande…”.

A: “Lei sa se ci sono stati dei casi positivi tra quanti erano in quel teatro?”

Riascoltando la telefonata si intuisce tutta la mia incredulità per la domanda. Il mio silenzio denuncia che è evidente che sto contando fino a dieci. Quando rispondo si avverte un’incrinatura nella voce. Paziente ricapitolo. Sorridente, forzatamente sorridente, ma sorridente. “Secondo le cronache sui giornali c’è stato un caso positivo a Peschiera Borromeo”.

A: “Ma non dove avete fatto questa riunione”. La “riunione” sarebbe il teatro De Sica pieno.

B: “Non ne ho la minima idea. La notizia pubblicata dice solo il nome della località, poi non dice chi sia l’infettato”. Quello che non dico, per non risultare antipatico è, “voi che siete le istituzioni dovreste saperlo”, invece è evidente che nessuno sa nulla. Lui quanto me.

A: “Ma lei ha febbre ora?”

B: “È da dieci giorni che ho 37”. No, non legge “diario di un influenzato”.

A: “Ma il medico non le ha dato un antibiotico?”.

B: “No”.

A: “Lei dovrebbe chiamare il suo medico e chiede di darle uno sciroppo per la tosse e un antibiotico”.

Chiacchieriamo come fossimo al bar o i una sala d’aspetto. Questo numero verde sembra il telefono amico.

A: “Però signore, i sintomi del virus sono: febbre molto alta, 38 e mezzo, 39 gradi; tosse molto molto forte e problemi respiratori come se facesse apnea. Questi sono i sintomi da avere paura”.

B: “No guardi, io non ho paura, il mio unico timore è che io stia facendo l’infezione da coronavirus in maniera lieve, asintomatica, e poi esco di casa, incontro qualcuno, gliela passo e magari finisce in rianimazione o peggio”.

A: “Certo, certo, per il contagio”. “Allora chiami il suo medico, chieda lo sciroppo”. “Se però le sale la febbre chiami il 112, mi raccomando”.

Mi arrendo, rinuncio. Mi accontenterò del “tampone telefonico”, dello sciroppo e dell’aspirina.

 

Il sito del Ministero della Salute ha diffuso il suo bollettino. “Positivi 2.706”, “Deceduti 107”, “Guariti 276”. In Cina i contagi sono tornati a salire, dopo quella che sembrava una flessione. Nelle scorse ore i morti per covid-19 hanno superato i 3.000, oltre 80 mila i contagiati accertati. Numeri molto diversi, ma rapporti contagi decessi molto molto simili, per noi e per loro, quasi 4 ogni cento.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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