Che cosa avete da nascondere? Cosa non volete che i giornalisti sappiano? Cosa l’opinione pubblica non deve conoscere? Di cosa volete lasciare all’oscuro cittadine e cittadini? Perché non c’è alcun altro motivo per attivare la censura che avete attivato. Le abbiamo lette a decine le vostre comunicazioni a medici e infermieri. “Si ricorda – così avete scritto – di non divulgare nessuna informazioni agli organi di stampa e di attenersi ad un comportamento professionale anche nell’utilizzo dei social network”. “SONO ASSOLUTAMENTE VIETATI – i caratteri cubitali sono vostri – interviste e interventi delle Direzioni strategiche, dei medici e degli operatori sanitari se non preventivamente autorizzati”. “È consentita solo la diffusione di comunicati stampa concordati e autorizzati”. E potremmo andare avanti per pagine e pagine a riportare tutti i vostri divieti, ordini al silenzio.

Questo accade in Lombardia. Questo è il cattivo esempio della Regione Lombardia dove, evidentemente, a furia di indossarla, il Presidente Fontana ha deciso che la mascherina che, peraltro commettendo un madornale errore comunicativo, ha indossato in diretta facebook, la dovessero indossare tutti come bavaglio. Ma proprio tutti. Cosa bisogna dire o non dire lo deve decidere Fontana and company.

Questi divieti fanno il paio con gli accordi che il Ministero della Salute ha siglato con Google e con YouTube il 28 febbraio e quello del 7 febbraio 2020 con Facebook. Roberto Speranza, il ministro, ha spiegato soddisfatto: “ora queste piattaforme indirizzeranno verso il nostro sito tutti gli utenti che cercheranno notizie sul nuovo coronavirus”. “Notizie” ha dichiarato. Come se i ministeri o i palazzi regionali fossero delle testate giornalistiche. Non funziona così. I ministeri, le istituzioni forniscono delle informazioni. Le notizie sono un’altra cosa. Le notizie sono delle informazioni che poi un giornalista va a controllare, ne verifica la veridicità e poi le divulga a proprio rischio e pericolo, perché se poi non sono vere viene portato in tribunale.

C’è un articolo della Costituzione Italiana, è il numero 21, che sancisce la libertà di stampa, ma soprattutto il diritto di essere informati per le cittadine e i cittadini italiani. E devono essere ben informati soprattutto per un motivo, perché poi quando andranno a votare, dovranno decidere se chi ha guidato le istituzioni ha governato bene, se, per esempio, ha gestito bene l’emergenza coronavirus. Nelle democrazie funziona così e l’Italia è una democrazia.

E a proposito di Costituzione Italiana c’è un altro articolo, l’articolo 32, che sancisce il diritto alla salute. E il nostro lavoro, quello di noi giornalisti, è quello di capire se siete stati al dettato della nostra Carta fondativa oppure no.

È stato versato del sangue per scrivere questi e tutti gli altri articoli. Quelli che sancirono l’uscita dal ventennio fascista. Ecco, durante il fascismo era lo Stato che decideva cosa era notizia e cosa no, che controllava e spacciava notizie, per lo più notizie incomplete e false. Quel tempo è finito e non sarà certo il coronavirus a farlo tornare.

La lotta alle fakenews, anche quelle sul coronavirus, non passa dal bavaglio, ma al contrario dall’aprire ogni cassetto e dal permettere ai giornalisti di verificare ogni informazione. Darci gli strumenti per informare correttamente. È la divisione dei poteri. Il nostro è di fare il cane da guardia, ma non per conto delle istituzioni, ma per conto delle lettrici e dei lettori, dei cittadini.

Di palle ne stanno circolando tante e ci piacerebbe dire il contrario, ma le istituzioni non ne sono esenti. La sordina del “è tutto sotto controllo” è stata una pessima campagna di stampa che si è schiantata nell’evidenza dei fatti, che si è schiantata sulle notizie vere, verificate. Le nostre, non le vostre. E sono i lavoratori che raccontandoci ci hanno aiutato a scovare, a denunciare la verità, lavoratori che voi state imbavagliando, quelli stessi che per esempio a Catanzaro hanno raccontato di quel 67enne che si è girato tutti i reparti dell’ospedale cittadino, per 12 giorni, prima che si scoprisse che era infettato dal coronavirus. Questa notizia, perché questa sì che è una notizia, divulgata dall’Unione Sindacale di Base del capoluogo della Regione Calabria, quanto in evidenza volete che la metta facebook, google o youtube? Quelli con i quali vi siete accordati? Pensateci, noi nel frattempo la mettiamo qui, in prima pagina.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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