Milano, 7/3/2020, ore 4,42.

Chi ha spento la tv? Ora, tutti, al di là se la nostra dimora sia moderna, antica o solo vecchia come questa dove abito io; al di là di quanto siamo giovani o vecchi, anagraficamente s’intende; al di là del fatto se abitiamo a Canterville o a Milano; beh, al di là di ogni possibile considerazione, tutti, ma proprio tutti, abbiamo un fantasma in casa. O meglio, ogni casa ha un fantasma, ché quando cambi casa mica ti segue. Dove abito adesso, per esempio c’è Il Gigi. Nella città di Sant’Ambrogio si mette sempre l’articolo davanti al nome. Guardate me, arrivato bambino dal veneto da “William”, anzi “Uilliams”,  varcato il Naviglio sono stato subito ambrosianamente ribatezzato “Il William”, anzi, a dirla tutta tutta com’era, “Il Vigliam”.

Il Gigi, il fantasma di dove abito ora, non l’ho mai visto, ovviamente, ma so per certo che conviviamo da che sono venuto qui. All’inizio si limitava a spostare le cose. Le chiavi per esempio. Io le lasciavo lì la sera e il mattino dopo mai che fossero al loro posto. E il portafogli? Non sto neppure a dire in quali assurdi posti l’ho ritrovato. Il Gigi è così, ama gli scherzi oppure ama i miei improperi, quelli che snocciolo mentalmente ogni qual volta mi nasconde qualcosa. Si diverte con poco, lui, il fantasma. D’altra parte in qualche modo deve pur passare il tempo, io in quarantena qui ci sono da 14 giorni, lui da sempre e per sempre. E meno male che è uno di quelli allegri e non di quelli irosi che sbattono catene e riempiono le stanze con spaventosi “buuuuuuu”.

No, Il Gigi è un giocherellone, a volte è persino accudente, si prende cura di me. Ieri sera, per esempio, accortosi che mi ero appisolato facendo finta di guardare quel film lì, ha spento le luci, ha premuto il pulsante rosso sul telecomando della televisione, forse mi ha persino appoggiato una coperta sulle spalle. Avrebbe pure potuto mettermi a letto, così magari le campane dei frati, quelle delle 4 e 15, non mi sorprendevano sul divano con il loro “deng”, “deng”, “deng”. Ma dai fantasmi non si deve pretendere troppo. E poi oggi è un gran giorno, quindi va bene tutto. Oggi è il giorno, il giorno nel quale divento “monatto”.

Ve li ricordate no, i “monatti”. Quando la peste decimava donne e uomini, erano quelli che accompagnavano gli infettati nei lazzaretti. Certa letteratura ne ha data una disgraziata descrizione, ma a vedere le cose come stanno, erano quelli che si prendevano cura dei malati o dei morimondi. Loro, i monatti, erano sopravvissuti alla peste e si erano immunizzati, quindi senza paura di contrarre la malattia mortale potevano avere contatti con gli infettati. Io, calendario alla mano, sono un monatto del coronavirus.

Sono un monatto, forse. Forse perché il covid-19 non sono affatto certo di averlo preso. Non ancora almeno. Del virus quello che sicuramente mi sono buscato è la quarantena. Perché le telefonate con gli operatori del Numero Verde Coronavirus, quello della Regione Lombardia, l’800.89.45.45, ché al 1500, il numero di pubblica utilità del Ministero della Salute, nessuno ha mai risposto, beh, quelle conversazioni hanno sortito solo l’effetto di chiudermi qui con Il Gigi. “Lei non ha il coronavirus, tranquillo, però se esce metta mascherina, occhiali, guanti, pinne e boccaglio, che così non infetta nessuno. Ah, se sta morendo, chiami il 112”.

Il 23 febbraio, quando blanda febbre, tosse, mal di testa e congiuntivite mi hanno recluso qui il coronavirus era ancora una cosa cinese. Poi i cinesi siamo diventati noi. Ora i cinesi siamo tutti. Con ieri, i contagiati nel mondo hanno superato i 100 mila e i morti sono intorno ai 3 mila e 500. Non c’è probabilmente più una nazione sul nostro pianeta nella quale non sia stato seppellito qualcuno morto per il coronavirus. Il contagio è globale, ma non è pandemia. Non ancora.

Il mondo è cambiato. Due settimane fa i miei figli andavano a scuola, oggi entrano in classi virtuali dai loro telefonini. Due settimane fa lo smart working, il lavoro agile, era una cosa fighetta di certe aziende all’avanguardia, oggi è la regola. Due settimane fa la sera si andava al cinema o a teatro, oggi sono chiusi. Due settimane fa si andava in chiesa, si celebravano funerali e matrimoni, oggi no. Due settimane fa, oggi no un sacco di cose che erano normali. La solitudine, questo, a guardar bene è il vero brutto regalo del coronavirus. La solitudine della quarantena. La quarantena doverosa per chi si ammala, la quarantena doverosa per chi non si vuole ammalare, per chi non si può ammalare. Una quarantena fisica, necessaria, che però rischia di diventare mentale. Soli, con le proprie debolezze, paure di salute, ma anche per tanti economiche, di sopravvivenza. Una solitudine alla quale è doveroso reagire, necessario reagire.

Luca Costamagna è un politico milanese, non ho idea di che partito sia ed è poco importante, ha lanciato una bella iniziativa “Mi prendo cura del mio vicino”. Una locandina nell’androne di ogni casa, nella quale si mette nome, orari di disponibilità e contatto telefonico. Ci si mette a disposizione di quella piccola minuscola comunità che è la più prossima, ma talvolta la più ignorata, la più lontana. Una parola, la spesa, un’aspirina, il sale. Tutte cose che Il Gigi e gli altri fantasmi proprio non sanno fare.

Il sito del ministero della salute, salute.gov.it, ha licenziato poche ore fa il suo ultimo bollettino, “Positivi 3.916”, “Guariti 523”, “Deceduti 197”.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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