Milano, Festa della Donna, ore 5.44.

“Innanzitutto vorrei dedicare questa mia vittoria…”, quante volte ho sognato di dire questa frase. Là, sudato da far schifo, sul podio. Sul gradino più alto. Vallette e valletti attorno a me con fiori e una bottiglia, una magnum di champagne ovviamente, pronta a essere agitata, stappata, il pubblico plaudente, annaffiato. Plaudente e ascoltante, ascoltante la formula di rito “vorrei dedicare la vittoria di oggi…” e bla bla bla bla bla. Quando vinsi la coppa avrò avuto, cosa? Otto? Forse nove anni? Sicuramente non dieci, dieci no. Vorrei scrivere quando vinsi “la mia prima coppa”, ma, in realtà, la coppa che ho vinto una è stata ed è stata quella. La classica coppa. Piedistallo. Colonna tornita e scodella in cima. Veniva presa, lucidata, va beh spolverata, e poi, orfana di amiche e compagne sue simili, finiva in un nuovo posto, ché a casa non c’era e non c’è mai stato lo scaffale dei trofei. Medaglie? Medaglie un sacco. Infatti una medaglia “primo”, “secondo”, “terzo” o, anche, “neppure arrivato”, te la regalavano sempre. Medaglie con nastrino, medaglie con spilla, medaglie con portachiavi. Oro, argento, bronzo, ma poi, in realtà, la stessa lega con un che di pittato a finger nobili metalli.

La targhetta, quella sul piedistallo sbarluccicava. Attirava e ridiffondeva qualsiasi luce avesse intorno. Sole, Luna o qualche lampadina. Per un inspiegabile fenomeno fisico, quella targhetta era un moltiplicatore di intensità. Per leggerla dovevi per forza toglierla dai riflettori e andare un po’ in ombra. È solo allora che si leggeva chiaramente: “primo posto”. Primo posto e poi: “trofeo gara di torte” e l’anno. Io alla gara neppure volevo più partecipare. Per una di quelle strane alchimie, nonostante un impegno che neppure oggi nei reality di alta cucina, la torta, che voleva essere una torta paradiso, era uscita con un nasone. All’inizio era uscita solo brutta. Poi, guarda che ti riguarda, si era capito che quello che era uscito dalla pentola e si era appoggiato sulla teglia del forno era un nasone. Ed era il nasone che aveva vinto. Il sapore, poi la mangiai, faceva abbastanza schifo. Lo sversamento reinterpretato nasone era dovuto al lievito che non era stato amalgamato a dovere e quindi la forma aveva seguito logiche tutte sue. Ma la “faccia-torta” era piaciuta un sacco ai giurati, era proprio bellissima da vedere. Nessuno si era permesso di giustiziarla e la coppa fu mia.

Non ci fu nessun discorso. Lo avevo preparato. In mente. Non lo ricordo, ma sicuramente è andata così, fatto sta che questa cosa del “Innanzitutto vorrei ringraziare…” è rimasta lì inespressa.

Non c’è la coppa. Ma oggi è il giorno buono. Perché sono arrivato alla fine della mia quarantena volontaria da coronavirus, ma anche perché ho fatto 18 chilometri in bici. Quasi una maglia rosa. Perché io abito qui e Lei lì, Lei abita proprio dalla parte opposta. Siamo speculari rispetto alla Madonnina. Io sud est, Lei nord ovest. La mia due ruote si è accesa alla prima pedalata. Colpa della dinamo. Ancora non ho ceduto alla modernità delle luci a led. Staccata la dinamo, mi sono avventurato nella metropoli poche ore prima che diventasse “zona rossa” come tutta la Lombardia e altre 11 province.

La mia sensazione: la stessa del dopo le vacanze alle elementari. Quando tornavo a Milano dopo mesi di mare e montagna, la città era cambiata e quindi, ogni volta, ogni ritorno post estivo, settembrino, seduto in auto, dietro, il naso attaccato al finestrino, mi godevo il film della città che mi si ripresentava, svelandosi. Spesso più bella, ricordo. Ma forse erano i miei occhi che di volta in volta cambiavano. E la Milano del coronavirus? Dopo due settimane che non la vedevo forzato in casa dalla quarantena volontaria che città mi dovevo aspettare? Boh. Deserta, la sola cosa su cui avrei scommesso la “coppa delle torte”, la mia unica coppa, era che non avrei trovato in giro nessuno.

Avrei perso la coppa e avrei dovuto capirlo dall’inizio. Nonostante l’abbazia chiusa, il parcheggio era pieno come quando ci sono le celebrazioni più attese. La messa di Natale con i canti gregoriani. Qui la messa era del primo pomeriggio e il cantare quello di clacson di rabdomanti del parcheggio. Attraversare il parco che mi porta all’inizio della pista ciclabile, è stato come partecipare a uno slalom del gigante. Arrivato alla ciclabile, come sempre, nessuno. Tutti in auto o con i mezzi.

La prima l’ho incontrata dalle parti di Porta Romana, lì a terra. Se vai in bici, hai un’attenzione per quel che sta sull’asfalto che in auto o moto non puoi avere. E da quel che vedi scopri cose sulla città o solo sulla zona dove stai transitando. Alcuni oggetti sono sempre gli stessi. I cappelli. I cappelli e i guanti. Se ne trovano a decine. Di più quando arrivano i primi caldi, quando uno se li toglie e se li infila alla “bell’e meglio” in tasca. Una buca, un dosso, un movimento brusco e li ritrovi, persi, sul mantostradale. Anche gli accendini, cadono. Altre cose è evidente che vengono gettate. Così i pacchetti di sigarette e i biglietti dei mezzi usati. In certe zone, le siringhe, in altre tracce varie di clandestini rendez-vous amorosi o sesso mercenario sul sedile di dietro. Nella Milano del covid-19 è arrivato un nuovo oggetto: la mascherina. Nei 18 chilometri di pedalata ne ho incontrate tre. La prima, appunto, in Porta Romana, quindi dalle parti della Sinagoga, infine non lontano da Corso Como. Le mascherine parlavano dell’emergenza coronavirus, della paura del contagio, del rispetto della vita altrui nel volerlo arginare e fermare.

Non so oggi, giorno del decreto che ha isolato la Lombardia e messo in quarantena i lombardi, ma ieri, fatte salve le mascherine, Milano era la solita Milano. I ragazzi erano in fila ad aspettare il loro turno nel campo di basket dietro il Policlinico. Si rincorrevano, urtavano, abbracciavano i bambini anelanti altalene e scivoli alla Guastalla. Tanti, ma non quanti quelli sulle giostre tra il Museo di Scienze Naturali e il Planetario. Lo struscio in Corso Como, invece, faceva il paio con la fila indiana alle casse del lussuoso supermercato del fu Teatro Smeraldo.

“Lavatevi le mani”. “Mettetevi la mascherina se siete malati o dovete occuparvi di persone malate”. “Non abbracciatevi”. “Non baciatevi”. “Copritevi la bocca se tossite”. “Non toccatevi occhi e bocca”. I milanesi che ho visto io, di tutte queste sei disposizioni indispensabili per arginare il contagio da coronavirus, se ne fregavano. Non esiste altro termine, tanto più sentite le scuse: “la casa è piccola”, “i bambini vogliono giocare”, “è una bella giornata” e via così. Tanti abitanti di Milano, però, invece, le stanno rispettando tutte e scrupolosamente. 154 di loro, poi, stanno rispettando la settima, “stare un metro di distanza gli uni dagli altri”: già dimenticati dai loro concittadini menefreghisti il coronavirus, la stanno rispettando un metro sotto terra. Neppure oggi è il giorno giusto per il discorso della vittoria e dediche annesse. Proprio no.

L’ultimo bollettino di cui dà notizia il ministero della salute, salute.gov.it, recita: “Positivi 5.061”, “Deceduti 233”, “Guariti 589”.

 

 

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William Beccaro, 48 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.