Paura, tanta paura. Soprattutto di contagiare involontariamente la propria famiglia. Ma anche l’orgoglio di aiutare persone che stanno male a raggiungere in tempi brevi l’ospedale più vicino. E coraggio, tanto coraggio, quello necessario per affrontare da vicino ogni giorno un nemico silenzioso e insidioso come il coronavirus. É questo quello che provano tanti soccorritori del 118 in prima linea in tutta la Lombardia. Dal 20 di febbraio, il giorno in cui è stato trovato il paziente uno a Codogno, non hanno un secondo di tregua. Ma avevano già avuto istruzioni precise per fronteggiare la malattia. L’onda d’urto della paura collettiva dei lombardi, però, non è stata facile da gestire e ci sono stati momenti di “vero sbandamento”, racconta chi lavora sulle ambulanze da 20 anni.

Inizialmente “ci dicevano che per ogni intervento dovevamo mettere la tenuta sterile, inclusi i calzari – racconta un autista delle ambulanze – .

Poi progressivamente le indicazioni sono cambiate”.  E le misure si sono allentate. Una circolare del 5 marzo diffusa da Areu e firmata dal direttore sanitario Giuseppe Sechi prevede infatti che “l’utilizzo della mascherina chirurgica è indicato per tutti i soccorsi mentre l’utilizzo degli altri dispositivi di protezione individuale (occhiali o visiera di protezione, camice monouso idrorepellente o, in alternativa, tuta in tessuto non tessuto per il personale sanitario, ove indicato) è indicato solo nei soccorsi rivolti a pazienti con sospetto covid-19 (pazienti che provengono da aree a rischio o che sono stati a contatto stretto con soggetti positivi)”. In tutti gli altri casi basta la mascherina professionale FFP3, quella con il filtro, che deve essere indossata per un massimo di 4 ore. Un scelta dettata da una maggiore conoscenza della malattia o dal fatto che i dispositivi di protezione individuale con il passare dei giorni sono sempre più contati? Domanda a cui chi lavora ogni giorno in prima linea non sa dare una risposta. A “proteggere”  chi ha fatto del 118 il proprio mestiere sono le  tante ore sulla strada, le esercitazioni, l’ esperienza anche di trasporti in biocontenimento, l’ addestramento e la grande familiarità con mascherine e guanti. Ma l’angoscia che prende la bocca dello stomaco resta.

E le ambulanze?  La procedura codificata da Areu, con tanto di video dimostrativo, prevede che vengano sanificate ogni volta che un paziente con il covid 19 o con sintomi sospetti. Una procedura di pulizia profonda che dura una ventina di minuti, poi il mezzo deve stare fermo almeno per 4 ore. La prassi, però, negli ultimi giorni è ben diversa. Per i casi sospetti, da quando è scoppiata l’emergenza, si soprassiede. La ragione? Non c’è un numero sufficiente di mezzi per poterli sanificare dopo ogni intervento, di qualunque natura. Mancherebbero le ambulanze per gli infarti e per tutti gli altri interventi. A confermarlo è l’esperienza di chi è sul campo.  “Ieri ho trasportato un uomo con febbre e tosse da 7 giorni, che  non era migliorato con antibiotico. Ma una volta arrivato in pronto soccorso non ne so più nulla. Di certo i pronto soccorsi non vengono messi in quarantena una volta che un che un caso dubbio si conferma essere covid 19”, sottolinea un altro autista del 118.

Cosa fare poi se i cittadini –  anche quelli con il coronvirus accertato – chiamano e chiedono di essere accompagnati al Sacco o in altri ospedali lombardi? Quasi tutti gli autisti e soccorritori ingoiano il sapore amaro dell’angoscia e fanno comunque il loro dovere. Ma se qualcuno a casa ha dei figli piccoli? O un parente in terapia oncologica? O deve occuparsi di un genitore anziano? C’è chi in mancanza di certezze ha ancora più paura, anche se “la professione di soccorritore – osservano –  non è mai stata priva di rischi”. “Prima dell’inizio dell’isteria di massa, quando non c’erano informazioni chiare sui metodi di trasmissione, uno di questi soccorritori ha chiesto garanzie sull’impossibilità di contrarre il virus utilizzando tutti i dispositivi di protezione individuale  messi a disposizione, per un trasporto non sospetto ma accertato. In mancanza di queste garanzie è stato invitato a scendere dal mezzo,  ma  ad oggi rischia la sospensione”, si legge in uno sfogo su Facebook. “Non è questo il momento di fare polemiche – aggiunge un collega –  dobbiamo rimboccarci tutti le maniche e collaborare. Tutti, professionisti, volontari e cittadini. È il momento di reagire e superare questa situazione difficile dalla quale abbiamo tutti da imparare. Una volta superata dobbiamo metterci tutti insieme, seduti ad un tavolo e trovare una soluzione per migliorare un sistema che può funzionare ancora meglio, per il bene di tutti”. “Nessun volontario ad oggi si è tirato indietro – conclude un soccorritore dipendente, perfettamente conscio che il sistema sarebbe collassato senza l’aiuto di tutti. – Forse, ad emergenza finita si potrebbe studiare un piano dove, in una situazione analoga, i volontari abbiano la possibilità di scegliere, in quanto volontari appunto, se partecipare ai soccorritori oppure no, avendo la certezza (che oggi purtroppo non c’è)  che il sistema non vada in crisi”.

 

 

Ad essere “preoccupatissimo per l’evolvere della situazione” è anche Alberto Zoli, direttore di Areu e componente del comitato tecnico scientifico del ministero della Salute. “Bisogna che la cittadinanza si attenga rigorosamente ai decreti della presidenza del Consiglio – raccomanda – . Se la popolazione, tutta la popolazione, si attiene strettamente a quanto viene prescritto, da una grande mano alla collettività e a chi come noi deve operare in ambito sanitario”. “L’emergenza la sto vivendo in prima persona. Come la penso? So tutto e quindi la penso…”, aggiunge con voce stanca e provata. Il personale del 118 “aveva protocolli da seguire già da prima del 20 febbraio – conferma – . Migliaia di persone erano già attrezzate perché avevamo previsto non per il coronavirus ma per le emergenze batteriologiche, chimiche  e radiologiche: avevamo fatto formazione e avevamo dato i mezzi e un numero sufficiente di dispositivi individuali per affrontare questa eventualità”. “Dal punto di vista degli operatori, se indossano le protezioni, portare chi è covid positivo e chi è covid negativo non cambia niente – aggiunge Zoli – . Areu ha dato indicazioni precise e si sta attenendo alle prescrizioni dell’Oms”. “La disposizione di sanificare le ambulanze è stata data – assicura – poi magari il numero di soccorsi è talmente aumentato che magari i tempi si accorciano, ma vengono fatte”. A chi chiede più mezzi e personale, Zoli risponde che prima del 20 febbraio erano in servizio “500 mezzi di soccorso adesso ce ne sono  620 grazie alle Croci private e ai volontari. In quale altra realtà mondiale si sarebbe riusciti a farlo? Solo in Lombardia. I volontari di Croce Rossa da noi hanno fatto un corso di 120 ore – conclude –  hanno una notevole esperienza e sono stati testati sia in tempo di pace che in tempo di emergenza come questo”.

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con l'agenzia Reuters e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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