C’è una notizia che è circolata per un po’ nelle redazioni giornalistiche ed era che i soldi, il denaro, le banconote e le monetine fossero veicolo del contagio da coronavirus. Adesso sappiamo che è così. Lo abbiamo appreso nella conferenza stampa nella quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato che, lo diciamo male per farci capire da tutti, l’Italia era diventata tutta “rossa”. Il 10 marzo sarà ricordato da oggi e per sempre, almeno così ci auguriamo, come il tanto agognato giorno zero. Alcune settimane di quarantena per tutta Italia e poi vedremo come è andata. Vedremo se la cavalcata del virus covid-19 si è finalmente arrestata.

Per ora non è andata affatto così. Se portiamo lancette e calendario indietro a quattordici giorni fa, scopriamo che allora, il 25 di febbraio, i ricoverati in strutture ospedaliere erano 127, di cui 26 in terapia intensiva. 94 persone invece erano obbligate a stare a casa. C’era un guarito dimesso e, purtroppo, in 10 avevano già lasciato questo mondo uccisi dal coronavirus. Ieri alle 18, gli infettati obbligati all’ospedale abbiamo appreso che sono oltre 5.000, cioè 40 volte di più di due settimane fa. Quelli in quarantena tra le mura domestiche sono 2.936, cioè 20 volte quelli che erano a inizio contagio. I defunti 463, 46 volte quelli del 25 febbraio.

Non è che queste morti e questo contagio sia arrivato così, all’improvviso. Due settimane fa 10 vittime e ieri di punto in bianco 463. No, la scalata di questa disgraziata statistica è stata costante quanto inesorabile. Due giorni e, al terzo, la cifra era sempre almeno raddoppiata. È così dall’inizio. 10 morti il 25 febbraio? Il 28 erano 21. Passano due giorni e il terzo, il 2 di marzo, sono 52. Poi 148 e via così. Fossa su fossa. Lutto su lutto. Ma i morti, i 463 “vecchietti” sono “una piccola percentuale”, c’è sempre stato detto. Il 3% degli infettati accertati, più o meno questo prevedeva la “regola” scritta dai cadaveri di Wuhan. Noi siamo un po’ più alti, la statistica punisce l’Italia con un risultato tra il 5 e il 6%. Ma, per quanto sia brutto dirla così terra terra, i morti sono solo una parte della questione. Oltre ai trapassati, ci sono infatti i vivi. Togliete i 3 mila che si stanno facendo questa “è solo un’influenza” a casa, poi ci sono tutti gli altri. I 4.316 in ospedale e i 733 in terapia intensiva. Raccontiamola bene com’è. I 733 che in terapia intensiva ci sono potuti andare, perché le terapie intensive sono piene. Sono piene nella parte meglio messa a strutture ospedaliere, la Lombardia. Il covid-19 funziona così. Non respiri più. Polmonite interstiziale bilaterle. I polmoni accartocciati. Apnea continua. “Solo” un contagiato ogni 20, dicevano le statistiche. Siamo al doppio. Uno ogni 10. Scusate uno ogni dieci ha trovato posto. È stato sedato. Intubato e ventilato. Gli altri. Gli altri magari muoiono.

Perché, oltre ai malati, di vittime ce ne sono altre. Tra tutte i medici sono forse quelli la cui vicenda fa più impressione. Studi anni e anni in Università per scoprire, per imparare come salvare una vita, invece arriva il coronavirus e ti trovi che i posti in rianimazione sono finiti e, quindi, devi decidere chi vive e chi muore. Devi decide chi intubato e chi no. I discepoli di Ippocrate, i dispensatori di cure e medicine, si trovano nei panni del boia. E non è l’evento eccezionale, è che taglia che ti ritaglia i budget dello Stato dedicati alla Sanità, in Italia abbiamo 3 posti letto d’ospedale ogni 1.000 abitanti, 2 nel fanalino di coda chiamato Regione Calabria, in Europa la media è 5 ogni 1.000. La media, media che noi contribuiamo ad abbassare, infatti in Germania sono 8, non 3. E nei paesi Ocse non ci va meglio, in Corea del Sud sono 12,3 ogni 1.000 abitanti.

Ma noi abbiamo fatto i tamponi. Già di quelli ne abbiamo fatti tantissimi. Più di 50 mila, sfatando pure il mito che noi avevamo creato che noi avevamo tanti contagiati perché, al contrario degli altri paesi del mondo, avevamo fatto migliaia di tamponi faringei in più. Ma sono i numeri a sbugiardarci. Veneto e Lombardia hanno fatto quasi lo stesso numero di esami di accertamento di avvenuto contagio e i risultati sono significativamente dissimili.

Perché il contagio funziona così. Tu incontri una persona infetta e ti ammali. Magari finisci in rianimazione, magari sopravvivi, magari no, ma può anche capitare che neppure tu ti accorga di farla questa infezione oppure la fai blanda blanda. Mille sono le variabili, tranne una, sicuramente diventi un altro veicolo di contagio. Quindi la sola cosa è che ognuno se ne stia a casa e aspetti i 14 giorni entro i quali insorgerà la malattia asintomatica, blanda o mortale che sia.

Lo hanno scoperto ieri gli scienziati? No. Che la quarantena di massa fosse la sola via, lo si sapeva da quanto Wuhan l’aveva applicata. E adesso che anche da noi sono arrivate le stesse regole anticontagio, fa sorridere rammentare quelli che dicevano che in Italia, al contrario che in Cina, mica possiamo chiudere le persone in casa. Possiamo, possiamo. Siamo una democrazia, non un mattatoio e quindi, se si rischia di far la fine del topo, si fanno le deroghe ai diritti di ognuno di noi, così come previsto dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

Il sistema democratico, quale è il nostro, differisce da quello totalitario per tanti aspetti, uno riguarda il nostro mestiere, quello di giornalisti: in una democrazia si può criticare il governo. Non per sterile gusto della polemica, ma perché magari il governo sbaglia. In questo caso, nella gestione dell’emergenza coronavirus, secondo noi ha sbagliato. Ha sbagliato minimizzando e censurando chi lanciava allarmi. Ha sbagliato perché ha ignorato le evidenze scientifiche, si è affidato ai termoscanner e ha atteso 500 morti prima di arrivare a questo decreto “io resto a casa”. Ha sbagliato tante volte ma per un solo motivo: il denaro. Salvare l’economia, i soldi.

Nella gara tra le vite umane e gli interessi di bottega, abbiamo scelto i secondi. Convinti che il tintinnar delle monete potesse coprire le campane a morto, i pianti negli ospedali, la disperazione dei medici e degli infermieri spettatori della loro impotenza. Il denaro è stato veicolo di contagio, ora lo sappiamo, con amara certezza.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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