“Non venite in ambulatorio se avete paura di aver contratto il coronavirus. Chiamateci al telefono o sarà contagio”. Questo è stato l’appello che, ormai un mese fa, avevate lanciato voi medici di famiglia, Claudio Cricelli, lei guida una delle due associazioni più rappresentative la SIMG (“Società Italiana di Medicina Generale e delle cure primarie”), come è andata?

La percentuale di persone che nei primi giorni si è gettata negli studi è stata immensa. E infatti in quella fase abbiamo noi avuto tantissimi contagi tra molti medici. Le stime nostre dicono che a oggi più o meno 200 medici di medicina generale sono stati contagiati.

 

Cosa significa 200 medici? Che peso ha?

I medici di famiglia sono 46 mila e 200 medici può sembrare una piccola entità. Però tenga conto che 200 medici grosso modo assistono circa 300 mila cittadini italiani. Il che significa che assistono 90 mila persone con l’ipertensione. Non so se riesco a rendere le dimensioni del problema. La popolazione non è stata lasciata sguarnita, i medici sono stati sostituiti. Per ora stiamo cercando di coprire con altri medici che prendono il loro posto. Non possiamo dire che non ci sono medici in generale. Ma in alcune realtà non ci sono medici per sostituirli. Quindi è chiaro che noi stiamo pagando un prezzo durissimo. Probabilmente siamo la categoria professionale che ha avuto più contagi di tutte le categorie mediche. Perché non siamo protetti. Perché nessuno ha pensato a darci subito quelle dotazioni. Sa ora arriveranno le mascherine, ma ormai sono fuggiti dalla stalla i buoi. Quindi noi stiamo pagando un prezzo altissimo perché nessuno ha pensato che noi dovessimo essere protetti visto che noi gli italiani li vediamo tutti e sessanta milioni e non li possiamo abbandonare.

 

Scusi ma le dotazioni non le avete ancora? Non avete ancora le mascherine?

No, arriveranno, stanno arrivando a spizzichi e bocconi. Non è mica un’Italia unitaria questa qui. Lei può avere più o meno fortuna a trovarsi in una zona ex rossa dove arriva qualcosa. Trovarsi in una zona che è considerata tranquilla e il giorno dopo scoppiano dieci casi e arrivano tre o dieci mascherine. Due o tre respiratori. Nessuno di noi ha delle tute mono-uso, quelli verdi di tessuto non tessuto che si indossano e poi si gettano. Non abbiamo nulla. Noi Simg, insieme all’altra associazione, la FIMMG, abbiamo stanziato 100 mila euro per cercare sul mercato delle mascherine, per darle noi ai nostri medici.

 

Cioè ve le siete comprate da voi?

Magari. No, non le abbiamo comprate perché non ce ne sono in commercio. Sono finite. All’interno di una manovra che mostra considerevole solidità del sistema sanitario, c’è una parte del sistema sanitario che è stato messo al lato. Io dico “i medici vanno a mani nude”, tanto è vero che abbiamo detto ai pazienti “state a casa”. Facciamo tutto il possibile per seguirvi per telefono da casa.

 

Adesso siamo in una nuova fase. Lei ha un termometro importante, i medici che stanno sul territorio. Che sensazione ha raccolto?

La sensazione è che i medici siano sfiniti. Mediamente un medico con 1500 pazienti, cioè la maggior parte, lavora 12 ore al giorno. Lui, i colleghi, l’infermiera, l’assistente di studio. Perché naturalmente la contropartita di fare il triage telefonico, cioè diciamo “visitare al telefono”, vuol dire trascorrere tanto tempo al telefono. Diciamo che il telefono è efficace nel distanziare il virus, ma è meno efficace spiegare per telefono soprattutto a persone anziane, a persone croniche che hanno una situazione molto più difficile.

 

Vale per tutta Italia o anche voi scontate una differenza di situazione il nord e il sud? Tra le due Italie?

No, ci sono centinaia di italie. Tutti pensano alle regioni, considerando le regioni come le autorità sanitarie di riferimento, ma in realtà gli approvvigionamenti, le decisioni, le singole iniziative non sono regionali. Sono locali. Sono delle asl, sono delle ats, a volte dei singoli distretti. Cioè noi abbiamo in pochi chilometri di distanza iniziative completamente diverse. Esistono tante Italie. In effetti noi avevamo avuto già un mese fa delle segnalazioni estremamente arrabbiate da parte dei medici del sud che vedevano della gente che si stava trasferendo da nord a sud, scappando. Nell’inconsapevolezza del fatto che uscire da una zona dove si sono manifestati dei casi di contagio per rifugiarsi in una zona apparentemente tranquilla, senza contagio, voleva dire trasportarsi appresso anche il virus. Più o meno è quello che è successo. Le misure del governo sono una risposta, sicuramente tardiva, però efficace speriamo a questo problema: la gente è andata al mare, la gente è andata a fare la settimana bianca, ha portato i bambini in riva al mare e così gli anziani. Ecco, questa è una cosa che bisognava dire subito. Probabilmente perché è una regola di base: quando comincia un’epidemia si sta tutti fermi.

 

Tornando ai 200 medici malati di coronavirus. Qual è la soglia? C’è un livello oltre il problema diventa ingestibile?

Il problema è che i 200 medici malati, sono concentrati nelle zone ex rosse. Quelle ad altissimo rischio. Le faccio un esempio a Pescara Urbino, sono 20 i medici malati. Al momento il contagio è concentrato in certe aree geografiche. Questo è rassicurante da un lato, ma dall’altro è un problema. Perché in certe aree geografiche praticamente non ci sono più medici in attività. Alcuni sindaci ci stanno dicendo mandateci i medici. Ma non è facile mandare un medico. Noi dobbiamo fare una trafila con la regione. È l’asl che deve attivare le procedure di emergenza per rimpolpare le fila dei medici che sono mancanti. Ed è l’appello che stiamo lanciando all’autorità sanitaria: “per favore attivate tutte quelle procedure necessarie per consentire che i medici possano entrare in servizio rapidamente in sostituzione di quelli malati”. E mi faccia aggiungere una cosa sulla fine della partita.

 

La fine della partita?

Si, la fine della partita: quando tireremo la riga sotto i conteggi finali. Perché alla fine si tirerà una riga, dirà se è vero che tenere in buona salute i nostri cronici, anziani, fragili, sia pagante rispetto a curarli come capita. Noi siamo dell’idea che un buon medico oggi, che si cura molto dei diabetici, degli ipertesi, dei cardiopatici, dei malati con criticità respiratorie, oggi faccia la differenza. Queste popolazioni curate molto bene, questo è da sempre la nostra convinzione, sono più sicure. Si ammaleranno meno di quelli che sono trascurati, che non prendono correttamente le medicine, che non seguono correttamente la terapia. Ecco, questa è la grande scommessa. Alla fine del gioco questa volta, forse vedremo la differenza tra la qualità di curare bene le persone ed essere trascurati. Io spero non sia vero, che nessuno abbia il privilegio di essere curato meglio di un altro, però se questo dovesse succedere sarà un ulteriore lezione all’interno delle lezioni magistrali che stiamo avendo dall’emergenza in questi giorni.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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