“L’Italia è un modello a cui stanno guardando tutti i paesi del mondo”. Lo ha detto in diretta tv il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, mentre annunciava la chiusura da giovedì 12 marzo 2020 di quasi tutti i negozi d’Italia, con l’esclusione sostanzialmente degli spacci alimentari e delle farmacie. È una frase infelice, “L’Italia a modello”, è una bugia e neppure una di quelle buone, intendendo per buone quelle che in tanti stanno, stiamo dicendo in questi giorni alle figlie, ai figli, alle mogli, ai mariti, ai genitori per tranquillizzarli che “tutto va bene”, che il mutuo non fa paura, che le bollette e i debiti saranno saldati, che il contocorrente non si sta asciugando, che il posto di lavoro è lì e nessuno lo tocca. Menzogne buone, forse doverose, tranquillizzanti corollari all’augurio della buona notte.

No, quella di Giuseppe Conte è una bugia brutta, di quelle che nascondono la verità e le responsabilità di un governo che si è dimostrato, sulla pelle delle sue concittadine e concittadini, inadeguato. Le vittime sono i quasi mille, tra donne e uomini che ormai ci hanno lasciato la pelle in questa emergenza. Le vittime sono i medici che sono stati mandati allo sbaraglio. Vittime della nostra inefficienza di Stato si sono trovati senza neppure le primarie dotazioni di sicurezza ad affrontare un virus, il covid-19, che è mortale. Stiamo “combattendo a mani nude”, è questo che dicono i camici bianchi, chiamati “eroici” mentre vengono lasciati da soli e disarmati sulla prima linea nei nostri ospedali.

Hanno dovuto scegliere chi viveva e chi moriva. Chi veniva intubato e chi no, perché non c’erano posti a sufficienza nei nostri ospedali. E non lo diciamo noi. Lo raccontano pubblicamente i sindaci, salvo poi essere vergognosamente smentiti dai politici del “va tutto bene”. I medici raccontano del dramma della scelta, ma lo raccontano sottovoce, senza esporsi. Perché direttive e ordini di servizio vietano di parlare alla stampa. Curioso, Li Wenliang, lo specialista in oculistica di Wuhan tra i primi ad accorgersi del coronavirus, morto, nonostante i suoi 33 anni, per il coronavirus il 7 febbraio scorso, era stato richiamato al silenzio dalle autorità, “fermato” per aver postato su internet il suo allarme, il suo racconto.

Purtroppo, il tentativo di censura, di controllo delle notizie è l’unica cosa che abbiamo imitato dai cinesi. Pechino ha chiuso Wuhan, magalopoli con più abitanti di tutta la Lombardia, quando i contagiati erano trecento e i morti meno di 10. Era il 23 gennaio 2020. Ma siccome non bastava, gradualmente hanno ampliato la quarantena fino a tutta Hubei, che ha gli stessi abitanti dell’Italia che, invece, la “chiusura” l’ha decisa quando la conta dei morti era arrivata oltre quota 800.

Xi Jinping, il Predidente della Repubblica Popolare Cinese, si è scusato pubblicamente per la troppo tardiva e lenta reazione al virus, al contagio. Noi, senza senso alcuno del ridicolo, a reti unificate ci siamo autoproclamati esempio del mondo. Sfatiamo la fakenews diffusa da Palazzo Chigi. Il mondo non ci guarda con ammirazione. Il mondo ci teme. Chiude ogni collegamento con noi. Passano le merci, si fermano gli uomini. Noi siamo gli untori. Siamo l’esempio di come tra minimizzazioni e annunci di “ripartenze” non vada affrontata questa pandemia. Prima che lo facessimo noi, è il mondo che ci ha messo in quarantena. Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 9 marzo, quello che estendeva all’Italia le regole decise per la Lombardia solo il giorno prima, è arrivato quando già erano stati cancellati voli, attivati controlli stringenti e inediti alle frontiere, chiusa l’Italia da fuori. Abbiamo messo il chiavistello a una porta che era già stata blindata a doppia mandata dall’esterno.

Giuseppe Conte dalla sua scrivania ha raccontato degli italiani responsabili, che si sono fermati. Un’altra bugia. La reazione nostra come popolo è stata imbarazzante. Siamo passati dal “va beh, muoiono solo i vecchi” al “ho sessantacinque anni e me ne frego”. Le file ai super mercati. Le passeggiate con lo struscio e via discorrendo. Dei cretini. Ma forse è pretendere troppo che Conte ci desse dei cretini a reti unificate. Come è sicuramente pretendere troppo che lo dica ai datori di lavoro. Quelli che con la peggiore consuetudine padronale sanno pretendendo che i lavoratori stiano sotto il giogo di occhiuti controllori, che, a rischio della vita, non accedano là dove possibile al lavoro agile, al lavoro da casa.

Ed è triste, per noi che facciamo questo mestiere, constatare che tante sono le testate giornalistiche, quelle di quotidiani e agenzie, che stanno obbligando colleghe e colleghi a recarsi in redazione tutti i giorni, utilizzando la sacralità della libertà di stampa come il grimaldello per obbligare donne e uomini suscettibili come tutti gli altri di contagio, di continuare ad andare in ufficio, perché altro non è che questo, un ufficio, una redazione.

Noi, che scriviamo sulle testate giornalistiche, noi tutti abbiamo un tesserino in tasca, quello che ci permette di circolare non per andare in ufficio e sederci davanti a un computer, ma per documentare, consumando suole e chilometri, quello che sta accadendo. Per essere i vostri occhi.

Tante testate, tanti giornali on line, siti internet di informazione, tra cui noi che viviamo di abbonamenti e donazioni, hanno deciso in questa emergenza di offrire gratuitamente il proprio lavoro. Ci potete leggere senza spendere un centesimo. Ripetiamo, noi come tanti altri. Non guadagnare, come sta accadendo a molti di voi, è il nostro modesto sacrificio. Annotiamo con dispiacere che invece alcuni tra i siti di news maggiori italiani sono rimasti a pagamento, continuano a chiedere soldi per leggere i loro contenuti. Suggeriamo di disattivare tutti i paywall, cioè le richieste di abbonamento, e ai principali giornali italiani di mettere on line gratuitamente le loro edizioni cartacee perché nessuno abbia mai il dubbio che l’emergenza coronavirus sia stata un affare per qualcuno, perché nessuno resti disinformato su questo contagio per una veniale questione di soldi. Forse, almeno su questo, noi italiani potremmo essere di buon esempio.

 

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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